È questo il momento più buio della storia recente del basket italiano? La domanda, oggi, non è più provocatoria. È una fotografia possibile, forse persino necessaria, di una stagione che ha messo in fila troppe crepe per essere letta come una semplice somma di incidenti isolati. La crisi non riguarda un solo club, un solo campionato, una sola governance. È un sistema intero che sembra aver perso equilibrio, direzione e, soprattutto, capacità di prevenzione. O forse, tutto questo, mai lo ha trovato.

Nel corso della stagione sono state escluse dalla LBA Trapani Shark, con annessa figuraccia internazionale in Basketball Champions League, e dalla A2 Bergamo. Due casi diversi, ma ugualmente pesanti. Quello bergamasco lascia una scia ancora più amara se si pensa che alla stessa dirigenza, negli ultimi anni, era stato permesso di spostare il titolo sportivo prima da Treviglio e poi da Orzinuovi. Quando un percorso del genere finisce con un’esclusione, il problema non è più soltanto di chi cade, ma anche di chi ha consentito di camminare così a lungo sul filo.

Il campo, intanto, non ha offerto risposte migliori. Le squadre italiane hanno raccolto poco, pochissimo, nelle coppe europee. In EuroLeague, nelle ultime quattro stagioni, solo la Virtus Bologna è riuscita una volta a raggiungere la post-season. Troppo poco per un movimento che continua a rivendicare tradizione, competenza tecnica e centralità storica. La realtà, oggi, è che l’Italia conta meno, pesa meno e incide meno. E il confronto con sistemi più dinamici, più ricchi o semplicemente più coraggiosi è sempre più impietoso.

Dentro questo quadro si inseriscono simboli dolorosi. La Dinamo Sassari, undici anni fa campione al cubo, è retrocessa in A2, e si ipotizza anche la parola fine per la straordinaria (va detto e ribadito) esperienza di Stefano Sardara. La Vanoli Cremona cessa di esistere nella forma conosciuta, destinata al trasferimento a Roma dentro un progetto nuovo e ancora tutto da verificare. La Pallacanestro Trieste vive ore di incertezza sul proprio futuro. Tre storie diverse, tre piazze importanti, tre segnali che raccontano quanto sia fragile il tessuto del basket italiano al di là delle grandi vetrine. Il presidente della FIP Gianni Petrucci non ha speso una parola per loro, esaltando al contrario l’entrata in scena di Roma.

Le grandi piazze, o piazze storiche, viste come una necessità. Se ne parlava già anni fa, e per questo si accorparono i campionati di A2 in una lega mastodontica. Ma cosa ci è rimasto di quel lavoro? Roma, come noto, è stata poi esclusa dalla Serie A. Dove non ci sono Pesaro, o Siena, o la Fortitudo, o Pistoia (altra che ha rischiato la sparizione solo pochi mesi fa), e per fortuna abbiamo almeno ritrovato Cantù.

E poi c’è il tema del prodotto. Attediamo la fine dei playoff per avere numeri più precisi sull’impatto del progetto LBATV, ma anche qui la stagione vive dentro una cornice di attesa e di interrogativi. Il basket italiano ha bisogno di pubblico, di racconto, di distribuzione, di accessibilità. Ma ha anche bisogno di capire se il prodotto che sta costruendo sia davvero in grado di generare valore, fidelizzare nuove generazioni e restare competitivo in un mercato dell’intrattenimento sportivo sempre più affollato. E frammentato.

Il problema, però, non è solo italiano. Anche il basket europeo attraversa una fase di grande incertezza. EuroLeague fronteggia la crisi aumentando il numero delle squadre, scelta che può allargare il perimetro ma non necessariamente risolvere i nodi strutturali. Dall’altra parte, il progetto NBA Europe sembra guardare soprattutto ai grandi club calcistici, alle infrastrutture, ai bacini di tifosi già esistenti e ai capitali forti. Il rischio, per il basket tradizionale, è ritrovarsi ai margini proprio mentre qualcuno ridisegna la mappa del potere continentale.

In mezzo a tante ombre, sia chiaro, non mancano i raggi di sole. La scelta di affidare la gestione di Italbasket a Luca Banchi da parte di Gigi Datome. I nuovi palasport di Bologna, Cantù, Napoli, Tortona, Venezia, forse Roma. I risultati delle nazionali giovanili, che anche in passato non sono mancati, e i nuovi volti azzurri. Ma anche qui il tema dei giovani resta centrale. Bisognerà attendere il finale di stagione per quantificare con precisione l’impatto degli italiani in LBA, ma un dato è già evidente: molti prospetti sono in uscita verso la NCAA, altri sono già all’estero, altri ancora cercano fuori dall’Italia un percorso più chiaro, più competitivo o più remunerativo.

Non è detto che tutto questo sia un male. Se la NCAA investe sui nostri giovani, e se il sistema italiano non riesce a farlo con la stessa decisione, ben venga che almeno qualcuno offra loro strutture, opportunità e responsabilità. Il punto, semmai, è un altro: cosa resta alle squadre italiane? Se diminuisce il numero di giocatori disponibili, il problema non riguarda soltanto la LBA, ma anche la A2, i vivai, la profondità del movimento e la sostenibilità delle regole attuali.

In questo senso, un altro segnale positivo arriva da Ettore Messina, che nell’ultima assemblea di Legabasket ha posto il tema della necessità di ridiscutere le regolamentazioni obbligatorie sugli italiani in LBA. È un tema scomodo, ma inevitabile. Le regole nate per proteggere il prodotto nazionale rischiano di diventare inefficaci se il mercato dei giocatori italiani si restringe, se i giovani migliori vanno altrove e se i club si ritrovano a inseguire obblighi numerici più che percorsi reali di formazione. Sempre che con il 5+5 e il 6+6 ci siano stati.

Il basket italiano non ha bisogno di slogan, ma di una discussione adulta. Servono controlli più solidi sui club, una visione sul rapporto tra LBA e A2, una strategia per i giovani, un ripensamento delle regole sugli italiani, una politica europea meno passiva e una capacità di costruire valore attorno al prodotto. Perché il rischio non è soltanto vivere una stagione difficile. Il rischio è abituarsi alla crisi come se fosse normalità.

Forse non è ancora il momento più buio della storia recente del basket italiano. Ma è certamente uno dei più fragili, confusi e pericolosi. E proprio per questo non può essere sprecato: dalle macerie si può ripartire, ma solo se si ha il coraggio di chiamarle con il loro nome.