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“Il diavolo veste Prada 2” è un film più necessario del primo. Eppure rischia di essere meno capito. Era facile infatti appassionarsi al “Diavolo veste Prada 1”, quando il patinatissimo mondo delle riviste di moda era in hype: all’epoca per il pubblico osservare la vita di Miranda Priestley era come spiare dallo spioncino qualcosa di estremamente attraente poiché lussuoso, inaccessibile e inarrivabile. Molto più difficile è invece lasciarsi affascinare dalla storia oggi che Miranda è crollata, dentro e fuori dalla finzione, insieme a tutto il suo impero editoriale. Eppure è proprio adesso che la sua storia può insegnarci qualcosa, o comunque più dell’epoca.
Anzitutto, una premessa. “Il diavolo veste Prada 2” è un sequel riuscito. Non solo per sceneggiatura credibile, ma anche perché ha mantenuto la sua caratteristica primaria: la spietata sincerità. Come molti ricorderanno, infatti, il primo capitolo rappresentava sì una commedia, ma soprattutto una denuncia vera e propria nei confronti della dispotica Anne Wintour, direttrice di “Vogue”, e di certe dinamiche tossiche del fashion system (l’attenzione al corpo, un certo snobismo: elementi che, vi assicuriamo, nel libro erano ancora più calcati che nel film). Ebbene, a distanza di vent’anni, possiamo dire che il diavolo ha mantenuto la sua vocazione: l’aderenza a una cruda verità dei fatti. Lo ha fatto raccontando la crisi del giornalismo, ormai sostituito e vessato dai social media, senza dunque mentire a se stesso. E così, grazie all’uso di figure come Andy e Miranda, ha reso mainstream un tema finora confinato tra gli addetti ai lavori, ma che in realtà ci riguarda tutti. (“Oh, ma certo ho capito: tu pensi che questo non abbia nulla a che vedere con te”, direbbe Miranda. E invece ha molto a che vedere con te).
La crisi inesorabile che il giornalismo sta affrontando viene fotografata senza pietà subito, all’inizio del film: Andy e i suoi colleghi vengono infatti licenziati in tronco con un semplice messaggio sul cellulare, nonostante (peraltro) abbiano appena ricevuto un premio per una loro inchiesta. Niente di più reale: solo da inizio anno, in America, un terzo della redazione del Washington Post è stata dismessa. “Abbiamo smesso da tempo di essere un magazine. Oggi lavoriamo nel digitale, ovvero produciamo contenuti che le persone possono scrollare mentre sono in bagno”, dice Nigel, storico assistente di Miranda, sottolineando l’abbassamento di qualità dell’informazione negli ultimi anni. E fin qui, forse, non ci sta dicendo niente di nuovo: ormai dovremmo sapere che, relegando da anni l’informazione a un consumo rapido e distratto, abbiamo rinunciato scientemente alla qualità. Da vittime e da carnefici.
“Ho passato la carriera a capire che cosa la gente deve sapere, ora invece devo capire su cosa vogliono cliccare”
C’è però una frase di Andy che, più delle altre, parla al futuro. E la pronuncia quando, di fronte all’ennesima inchiesta pubblicata, si rende conto che non l’ha letta nessuno. “Ho passato la carriera a capire che cosa la gente deve sapere, ora invece devo capire su cosa vogliono cliccare”, esclama, in una improvvisa presa di coscienza. E, in questa frase, c’è tutto. O meglio, c’è la tossicità del modo in cui, negli ultimi anni, abbiamo preso ad informarci: non cosa “dobbiamo” sapere, ma cosa “vogliamo” cliccare. Non leggiamo più un giornale dall’inizio alla fine, dalla notizia più importante a quella più leggera, ma lasciamo che sia l’algoritmo – su Google o su Facebook – a farci piovere in testa la notizia che più ci colpisce emotivamente: quella che più ci somiglia. E così, anziché lasciarci aprire la mente dai giornali, restiamo intrappolati in un feed non fa che confermare i nostri interessi, le nostre convinzioni, i nostri pregiudizi.
Insomma, pensate davvero che un reel da trenta secondi è lì per spiegarvi la guerra in Ucraina? No: è lì per farvi prendere velocemente una posizione. Quella verso cui già tendete.
“Il Diavolo veste Prada 2” è un film degno del precedente? Sì, se sappiamo coglierne i significati Miliardari tech a capo dell’informazione: la satira su Jeff Bezos ed Elon Musk
C’è poi un altro tema che affronta “Prada 2”. E che riguarda un po’ tutti. È quello delle mani in cui è finita l’informazione: miliardari tech, o ricchissimi ereditieri, che si ritrovano a gestire enormi imperi editoriali senza etica. La figura raccontata non è più quella dell’editore “vecchio stile” appassionato della carta stampata, ma quella del tecnocrate della Silicon Valley che acquista i giornali – e i social media stessi – come strumento di influenza politica o economica, ovvero come un trofeo di immagine.
In tal senso, a un certo punto “Runway” rischia di essere acquistato da un personaggio discutibile: il magnate tech Benji Barnes, intenzionato a intervenire pesantemente sulla rivista, noncurante della sua autorità culturale. È una figura in cui molti hanno rivisto alcuni rimandi a Jeff Bezos e Elon Musk – nell’ossessione per il fisico, ad esempio, o nelle mire espansionistiche su Marte – e che serve a raccontare un tema molto caldo in America: quello dell’ingerenza dei tecnocrati sull’informazione. Certo, nel film non vi è alcuna menzione diretta alle vicende, né alcun cenno alla politica, ma vale la pena sottolineare che entrambi i personaggi citati sopra sono finiti al centro di polemiche del genere: nel 2024 Bezos, attuale proprietario del “Washington Post”, è stato ampiamente criticato per aver bloccato l’endorsement della redazione a Kamala Harris (snaturando così il giornale e portando a un crollo di abbonamenti); quanto a Musk, invece, è ridondante ricordare come, dopo l’acquisto della piattaforma X (ex Twitter), l’abbia messa al servizio della politica di Trump. DA QUI IN POI SPOILER
Tornando a “Runway”, alla fine la rivista viene salvata da una donna, ex moglie di un potente imprenditore, che decide di lasciare, appunto, piena indipendenza ai giornalisti. E chissà se è un caso che, nella “vita reale”, molto apprezzata è Lauren Powell Jobs, vedova di Steve Jobs: dopo aver acquistato “The Atlantic”, ha garantito ai giornalisti tutta l’autonomia necessaria per fare un giornale di qualità.
“Il futuro arriverà come una colata lavica”
Ma “Runway”, per usare le parole di Miranda, stato fortunato. “È l’ultimo pezzo di legno che galleggia vicino al Titanic”, dice. E la commedia ha, come per sua natura, un lieto fine. Fuori di sceneggiatura però, il giornalismo resta alle prese coi suoi problemi etici, economici e identitari. E, soprattutto, con l’incubo della Ai, “un futuro che arriverà come una colata lavica”, per usare le parole di Barnes. Problemi che però, da oggi, sono finalmente un po’ nella coscienza di tutti.
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