Al triplice fischio di Torino-Cesena, il 16 maggio 1976, c’è qualcuno che non sembra poi tanto incline ai festeggiamenti. Anche nella vittoria di un tricolore atteso per 27 anni possono esserci dei difetti. Tipo non essere riusciti a vincere tutte le partite casalinghe e a stabilire un record. Ne bastava una, ma Mozzini ci ricordò che nulla è perfetto. Gigi Radice, intervistato da Paolo Frajese, si mostra curiosamente rammaricato. “Ma lasciamo perdere questa partita, siete campioni d’Italia”.
Poi, smaltito quel dispiacere, che per il Sergente di Ferro non aveva nulla a che vedere con l’effimero, arrivò chiaramente la resa alla festa incontenibile. Radice, dopo le celebrazioni in campo, rientra negli spogliatoi: si concede una doccia e poi è subito pronto a portare avanti i festeggiamenti. Esce lungo il corridoio e, in sua compagnia, c’è Luciano Castellini, che gli dice: “Mister, è il secondo campionato che vinciamo insieme”. “È vero – è la risposta di Radice – con te e Claudio Sala. Quello con il Monza che ci aveva portati in Serie B”.

Monza Torino Gigi Radice striscione

Il film dello scudetto del 1976 ha un suo prequel. Prima di intraprendere la carriera di allenatore, Gigi Radice ha un passato da calciatore nel Milan di Nereo Rocco. Fu il Paron a trasformarlo da mediano a terzino. Gioca con Cesare Maldini, Giovanni Trapattoni, José Altafini, Gianni Rivera. Nel 1963, quando Radice ha 27 anni, comincia però il suo calvario. In un Milan-Sampdoria si scontra con l’attaccante blucerchiato Cucchiaroni, riportando una distorsione al ginocchio destro e, all’epoca, senza sostituzioni, fu costretto a rimanere in campo il più possibile. A un certo punto, però, Radice si accasciò nei pressi di una scaletta che conduceva agli spogliatoi.
Viene operato e il 3 luglio ’63, il giorno del matrimonio con Nerina, ingessato com’è, non riesce nemmeno a inginocchiarsi. Durante la preparazione estiva, una volta tolto il gesso, riprende ad allenarsi, ma il ginocchio ancora non va. Viene operato nuovamente e salta l’intera stagione. Gioca le due partite conclusive del campionato ’64-’65 e saranno le ultime della sua carriera. Ma lui, all’epoca, ancora non lo sa. Torna infatti ad allenarsi, il ginocchio sembra essere tornato a rispondere, ma durante un allenamento Mario Trebbi gli rovina addosso ancora sul ginocchio destro. Carriera finita.

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Radice scopre allora un’altra vocazione: vuole fare l’allenatore e a dargli una mano è Nils Liedholm, che lo fa lavorare nelle giovanili del Milan. Nel ’66 si iscrive poi al corso di Coverciano e, grazie all’amicizia di suo cognato con un consigliere del Monza, Cazzaniga, entra in quell’orbita. I due diventano amici, Radice compra un appartamento da questo Cazzaniga, che è un costruttore edile, e, dopo la retrocessione del Monza in Serie C, viene fatto il suo nome come allenatore dei brianzoli.
La stagione 1966-1967 è trionfale: il Monza sale subito in Serie B. Il campionato è una questione tra Monza e Como. Il 28 maggio, a Chiavari, contro l’Entella, nell’ultima giornata di campionato, il Monza in meno di mezz’ora è sotto di due reti. Il Como, invece, passeggia sul Rapallo con il risultato di 3-0. Alla fine del primo tempo, la classifica dice Como 50, Monza 49.
Al rientro negli spogliatoi, Radice attende che ogni giocatore si accomodi al proprio posto, chiude la porta, dà qualche indicazione tattica in vista della ripresa ma soprattutto cerca di toccare le corde emotive dei suoi ragazzi: “Tornate dentro e fate vedere qual è il vero Monza. Non vi chiedo di capovolgere il risultato, ma solo di dare almeno un senso a un anno di sacrifici. Per essere in pace con voi stessi e con le vostre famiglie”.

Ed è lì che entra in scena un altro personaggio. Ad Adriano Galliani, qualche anno fa, chiedendo quale fosse il giocatore più forte della sua carriera dirigenziale, non poteva rispondere diversamente da Marco Van Basten, ma per quanto riguarda il Monza “con altrettanta e assoluta sicurezza dico Claudio Sala”.
Il Poeta era proprio sbocciato in quella stagione con ben 13 reti. Fu Radice a credere per primo nelle sue qualità, affidandogli le chiavi del centrocampo. Sarà Sala, a Chiavari, a dimezzare subito lo svantaggio, propiziando l’autorete del meno uno. In quel secondo tempo è davvero incontenibile e offre palle gol a raffica. Lui stesso confiderà: “Avrò messo in area più cross nel secondo tempo di Chiavari che in tutto il campionato dello scudetto vinto con il Toro”. Ed è suo l’assist che, all’89’, permette a Faustino Goffi di firmare il gol che vale lo spareggio. Una gioia incontenibile per Goffi che, dopo l’esultanza, di punto in bianco sviene per l’emozione. Viene allora portato fuori dal campo dalle robuste braccia del portiere di riserva di quel Monza: proprio Luciano Castellini, che in quel periodo prova a rubare nozioni al portiere titolare Santino Ciceri.

E a un certo punto dovette anche difenderlo, nel novembre del ’67, da un’invasione di campo dei tifosi del Livorno, mostrando anche qualità da boxeur. Ciceri sarebbe poi andato al Modena e arrivò un altro portiere, Franco Fattori, ma il ritorno di Radice sulla panchina del Monza – dopo una stagione trascorsa a Treviso – garantì a Castellini la titolarità. In quel campionato i brianzoli rischiarono anche di arrivare in Serie A. Castellini mostra le sue qualità tra voli e tuffi felini, tanto che venne ribattezzato da un giornalista monzese “Pantera”, prima che Gianni Brera lo trasformasse in “Giaguaro”. Castellini che a Monza instaura un sodalizio con il suo vice, che lo sarà anche nel Torino campione d’Italia.

Radice, dopo gli inizi al Monza, seguirà le tappe di Cesena, Fiorentina e Cagliari, fino a quando arriverà la chiamata del Torino. Il legame tra Radice e il Monza non si sarebbe concluso negli anni ’70, perché ci fu un richiamo nostalgico e romantico. Gigi Radice, a 62 anni, nella notte tra il 17 e il 18 marzo 1997, dice sì al Monza del presidente Valentino Giambelli e, in tre mesi, il 15 giugno ’97, sul campo neutro di Ferrara, il Monza batte il Carpi 3-2 e viene promosso in Serie B.
Un altro miracolo di Radice, che rimane in Serie B e, prima di concludere amaramente la sua carriera con un esonero, ha il tempo, nel settembre del 1997, di far esordire un ragazzo della scuola Milan che muove i primi passi da calciatore. È un centrocampista e il suo nome è Roberto D’Aversa. Ed è l’attuale tecnico granata a chiudere il cerchio di questa storia tra il Monza, dove si posero parte delle basi dello scudetto del ’76, e il Torino.