Il cosiddetto caso Minetti si sta rivelando oggettivamente grave, ma non per quello che è – cioè nulla – bensì per quello che gli gira intorno – che è invece tantissimo – dacché è uscita la notizia vera della grazia all’ex favorita berlusconiana, con l’inevitabile seguito, a guarnizione, delle notizie false sulle manovre indicibili che avrebbero determinato alla clemenza il Capo dello Stato, al punto da costringerlo a ripudiare pubblicamente la responsabilità della decisione, per sgombrare il campo dal sospetto della complicità, che la diceria organizzata era pronta a rovesciargli addosso.
Proviamo a riepilogare i fatti, cioè a sgombrare la coltre di sordida apparenza di cui i presunti scoop avrebbero dovuto ricoprire gli eventi e rivestire i protagonisti di questo intrigo internazionale fatto in casa. Prima “Il Fatto Quotidiano”, con il classico registro allusivo e insinuante, ha suggerito che Nicole Minetti, svariati anni prima della conclusione delle sue vicende giudiziarie, avrebbe avviato le pratiche per l’adozione di un bambino uruguaiano gravemente malato: il presupposto per richiedere, svariati anni dopo, un provvedimento di clemenza utile a risparmiarle il ritorno in Italia e l’affidamento ai servizi sociali – praticamente la Cayenna, no?
Per giungere a questo risultato, il fiducioso lettore de Il Fatto è stato portato passo dopo passo a credere possibile – bastava unire i puntini delle ipotesi – che Minetti, nel frattempo ritornata in affari ramo prostituzione in un ranch sudamericano e con un compagno spregiudicato e pregiudicato in combutta col pedofilo Epstein, avrebbe corrotto le autorità competenti dell’Uruguay per ottenere l’adozione, strappato con la forza un bambino dai genitori naturali, e per sicurezza bruciato viva l’avvocata tutrice del minore, malgrado il suo parere favorevole all’adozione. Tutto perfettamente credibile, no?
A rinforzo è arrivato Ranucci a rivelare davanti a milioni di telespettatori – «è una pista che stiamo verificando, chiaramente: però è una notizia» – che a marzo, ma di non si sa bene che anno, Nordio sarebbe andato nel ranch di Cipriani a suggellare il patto scellerato.
Al di là degli aspetti deontologici, che in teoria rilevano, ma con una differenza pratica evidente tra i figli e i figliastri della libera stampa, questa vicenda ha un significato inquietante perché illumina la degradazione del dibattito pubblico e della stessa vita istituzionale del Paese al teatro delle ombre cinesi allestito dagli impresari delle post-verità infamanti.
Il Quirinale per autotutela ha dovuto mostrare di prendere sul serio questa carrellata ignobile di patacche prive non solo di verità, ma perfino di verosimiglianza, per non essere anch’esso mascariato. La Procura Generale di Milano si è dovuta mettere sull’attenti davanti agli ordini dei Soloviev domestici per indagare su rivelazioni che non rivelavano nulla, ma ventilavano scenari velenosi e immaginari, con la sola giustificazione di essere astrattamente possibili, come del resto tutto nella vita, e quindi di meritare approfondimento e quindi divulgazione: vorrai mica non divulgare quel che stai approfondendo, no? La gente deve sapere.
Si tratta di un fenomeno che va molto oltre le categorie dell’informazione corretta o scorretta. Siamo alla guerra ibrida allo stato di diritto. Siamo al trumpismo in purezza, ma con la scriminante (absit iniuria verbis) antifascista, alla macchina delle verità della resistenza antigovernativa, che potrebbe usarsi – e si usa – anche a parti rovesciate, da parte di chiunque contro chiunque altro. È né più, né meno che una questione di potere e un’emergenza civile. Il caso Minetti dimostra, purtroppo, chi comanda, cosa c’ha in testa, come si muove e cosa è in grado di fare.