Mentre fuori scorrono a raffica notifiche e notizie, Gio Evan si ostina a muoversi in direzione opposta: tra le montagne, lontano da tv e giornali. Il poeta, scrittore e cantautore che ama definirsi pensatore vive il mondo filtrato dai suoi amici. Una distanza volontaria dal rumore, dove la realtà è più lenta ma non sparisce. Dove il silenzio e l’ascolto sono più importanti dell’accumulo e delle distrazioni. La sua parabola è cominciata con un viaggio in bicicletta e oggi riempie i teatri più importanti d’Italia, scrive per le grandi case editrici. Gio Evan però si vede sempre lo stesso. Corre a casa quando ha un’idea e ci costruisce un mondo. Il nuovo singolo Ma Bene attraversa il dolore come una preghiera, il libro La gioia è un duro lavoro prova a rimettere ordine tra emozioni e disciplina, il tour mescola poesia, musica e perfino comicità. Senza mai perdere il suo centro: il pensiero. Che torna, inevitabilmente, sotto forma di domande. Le stesse che gli poniamo in questa intervista in cui ci parla di guerra e del ruolo dell’arte che riporta alla vita e aiuta a non anestetizzare tutto. Di social, che lo hanno definito per anni il poeta di Instagram e che lui oggi guarda da lontano, come una vetrina in cui scegliere cosa esporre e cosa no. E di sentimenti, sempre più difficili da codificare in un momento storico che sembra suggerire di non sentire. E che invece, sottolinea l’artista, è il «primo tassello».

Lei vive senza tv, non legge i giornali, sta in montagna, fa mille cose: dove trova l’ispirazione?
«Da tutto quello che mi sta un po’ vicino, accanto, però la mia fortuna è che ho anche tanti amici che mi aggiornano. Sono amici filtro, filtrano le notizie che sanno che posso contenere, perché un conto è non nutrirsi e non subire la televisione, un conto è vivere spaesato».

Deve essere anche un po’ difficile essere un suo amico.
«Sì, lo ammetto. Però in realtà sono anche un po’ simpatico, quindi alleggerisco le loro mansioni».

Partiamo dalla fine, da questo ultimo brano, Ma Bene, dove racconta il dolore come qualcosa da attraversare. In un momento storico in cui siamo tutti anestetizzati dalle emozioni, da tutto quello che ci circonda, quanto è rivoluzionario oggi invece scegliere di sentire le cose?
«Per chi vuole fare un percorso di crescita personale penso che sia il primo tassello da aggiungere nella propria vita, perché il sentire, cge comprende anche l’ascolto. Si inizia a creare quello che io chiamo setaccio, perché l’ascolto ti porta sempre, sottolineo sempre, a scegliere. Perché inizi a dire questo sì, questo no. Che poi è uno degli insegnamenti che il bellissimo e carissimo Gesù Cristo ci ha lasciato, quello di saper discernere, dividere la zizzania dal grano. Sono passaggi fondamentali. Ecco, questo chi lo fa? L’ascolto».

E non fa un po’ male?
«Sì, fa molto male. Però fa male anche giocare a scacchi contro un piccione. E noi quando non scegliamo stiamo decidendo di dedicare i tornei più importanti della nostra vita ai piccioni».

Lei prima hai citato il Vangelo, la sensazione è che le sue canzoni siano un po’ delle preghiere…
«Guardi, segni questo, è l’intervistatore che ha fatto la domanda più bella della mia carriera. Perché speravo che qualcuno un giorno ci arrivasse. Le dico, con tutto il cuore, sì. Io l’ho sempre vista così e l’ho sempre sentita. Il problema è che non puoi dirlo, non posso dirlo io. Non metterei mai una parola fuori posto. Deve essere un canto, deve essere un mantra, deve essere una preghiera. E per questo scrivo canzoni perché non voglio che finiscano. Non scrivo canzoni che invecchiano. Scrivo canzoni che possono restare eterne come le preghiere».