Luca Vernizzi, 85 anni, uno dei più importanti ritrattisti italiani, spirito “libero” dell’arte, lo incontriamo nel suo atelier-abitazione. Dai numerosi incontri con personalità di rilievo della cultura e dell’attualità è nata una serie di ritratti, da Montale, a Bacchelli, Giulietta Masina, Luciana Savignano, Walter Chiari. “Ah Walter! – esclama Vernizzi aprendo il libro dei ricordi, mettendosi a sedere e indicando uno sgabello anche per la cronista -. È venuto proprio qui, a farsi ritrarre, solo che…”.
Che cosa è successo? “(Sorride)Solo che… siccome amava raccontare barzellette, ed era un fiume, ho passato ore ad ascoltare, mentre nel frattempo mangiavamo castagne e salame. E, certo, è stato divertente ma poi verso le tre del pomeriggio gli ho ricordato che dovevamo fare il ritratto…ed è stato un attimo”.
Facile quindi. Il più difficile? “Giulietta Masina. Sono andato a Roma, a casa di Masina e Federico Fellini che non c’era. Sa cosa mi ha colpito? L’assenza di fotografie di Fellini, lui che era un uomo dell’immagine non amava guardarsi. Comunque è stato tragico, non riuscivo a fare il ritratto della Masina, mi sono bloccato. Lei ha capito il mio stato di estremo imbarazzo e, con molta intelligenza, mi ha detto: “Avrà dormito male, non si preoccupi sono qui per una settimana“. Provvidenziale, mi sono sbloccato, e in venti minuti ho fatto forse uno dei più bei ritratti che abbia mai realizzato. Però anche con Montale non è stata una passeggiata. Ho capito che era meglio fare un disegno”.
Lei è figlio d’arte, suo padre, Renato, ha fatto uno dei ritratti più belli di Toscanini, cosa le raccontava? “Che il giorno in cui doveva farlo, a casa sua, sotto la finestra di Toscanini c’era un principiante che strimpellava al pianoforte, e lui ne era infastidito. Aveva un cappello di feltro in mano, perchè mio padre voleva ritrarlo così, e ad un certo punto ha avuto un moto di rabbia, ha gettato per terra il cappello calpestandolo con forza, poi si è calmato. Mia madre, invece, era una pittrici e disegnatrice eccezionale. La pittura e il disegno sono un vizio di famiglia”.
Vernizzi per alcuni anni, dal 1966, è stato critico d’arte al Corriere della Sera con Leonardo Borgese. Nel 1968 esordisce, presentato da Emilio Radius, con una mostra alla Galleria Pagani di via Brera a Milano, con l’aiuto di Achille Funi. Nel 1979, il Comune di Milano patrocina nelle sale dell’Arengario, oggi Museo del Novecento, l’esposizione della sua grande opera La vita dell’uomo. Poi tante mostre all’estero. L’ultima sua esposizione, Macro Pop, si è chiusa da pochi giorni in Fabbrica del Vapore. Ma sostanzialmente si è sentito ignorato per anni. Colpa della politica che l’ha tagliata fuori dai giri o della scelta di dedicarsi ai ritratti? “Mi sono sentito ignorato tutta la vita…forse è stata anche un pochino colpa mia. Ma devo dire che sono stato libero, anche come critico non mi sono limitato. Borgese ogni tanto mi richiamava all’ordine. Forse c’è stata una certa ostilità estetica, io che ero contro l’astrattismo. Eppure la tanta odiata figurazione ha dato esempi di vitalità. Poi quando ci sono stati grandi artisti, come Guttuso, ad esempio, si è capito che si può fare arte astratta e figurativa con alti risultati”.
L’hanno anche definito “pittore dei giovani“. Nelle opere del periodo iniziale ricorrono gruppi di ragazzi e di ragazze, rappresentati su grandi tele, che raccontano molto della Milano degli anni Sessanta e Settanta. “Ho sempre avuto interesse verso la comunità dei coetanei, la loro condizione esistenziale. Ci incontravamo qui, si parlava. E poi andavo in giro per la città”.
Meglio la Milano di ieri o di oggi? “Quella di oggi. Guardo al futuro”.
Un sogno che desidera realizzare? “Esporre a Palazzo Reale”.