di
Andreina Baccaro
L’ex magistrato e la collega Lucia Musti hanno indagato su alcuni crimini della banda e sulla Falange Armata: «Non credevo ai fratelli Savi»
«Ho molta fiducia nei magistrati della Procura di Bologna e penso che ci siano le condizioni per rileggere la storia della Uno Bianca in un contesto più vasto. Non so quanto sia importante trovare ancora un altro che sparava insieme ai Savi, ma il punto per la storia del nostro Paese è capire il progetto complessivo e chi sono gli autori dietro questo disegno». Un disegno che secondo il magistrato in quiescenza Giovanni Spinosa porta la firma della Falange armata.
Spinosa, che in 40 anni di carriera nella magistratura è stato sostituto procuratore della Dda di Bologna, poi presidente dei tribunali di Teramo ed Ancona, tra il 1987 e il 1994 indagava su alcuni dei crimini della banda, tra cui gli assalti alle Coop e la strage dei tre carabinieri al quartiere Pilastro (4 gennaio ’91), arrivando a portare a processo il cosiddetto «gruppo dei catanesi» e quello dei «pilastrini», insieme a Marco Medda, uomo di Raffele Cutolo.
Tutti furono assolti dopo l’arresto dei Savi. Ma Spinosa e la collega Lucia Musti, che all’epoca era delegata a indagare con lui, oggi procuratrice generale di Torino, sono rimasti convinti che nelle loro confessioni ci fossero troppe incongruenze e che non potessero aver fatto tutto da soli. Per Spinosa erano trafficanti di armi, anche esecutori dei sanguinosi assalti ma eterodiretti da una regia superiore. Avrebbero coperto complici e mandanti, anche perché la mancanza apparente di legami con la criminalità organizzata e il terrorismo ha evitato loro il carcere duro.
Dottor Spinosa, lei e Musti in una lettera a La Stampa avete scritto di essere stati emarginati dopo l’arresto dei Savi, chi vi ostacolò?
«In realtà la Procura scelse legittimamente un orientamento diverso dalle impostazioni che noi davamo alla vicenda Savi, quantomeno ai delitti fino al 30 agosto ’91. Non credevamo alla loro versione, pensavamo che andassero inseriti in una dinamica complessiva. All’epoca non conoscevamo la Falange armata, ma la Procura è un ufficio gerarchico che deve dare un indirizzo cui i sostituti si devono attenere. Fu doloroso per noi ma legittimo».
Crede davvero che sia esistita un’alleanza eversiva tra forze criminali e uomini dello Stato, che ha firmato una stagione di terrore e ha scritto la fine della prima Repubblica a suon di bombe, attentati e stragi?
«Quando leggiamo un comunicato che anticipa un attentato e poi lo rivendica due o tre giorni dopo e ne spiega il senso strategico, dovrei pensare che sono dei veggenti? Il mio senso della ragione si rifiuta di pensarlo e d’altra parte Savi nel ’95, e lo ha ribadito nella recente intervista a Francesca Fagnani, ha parlato di un rete investigativa che faceva le rapine simulate. Questo rende più perniciosa la posizione di Savi e dei suoi fratelli perché li inserisce in un progetto eversivo complesso che ha cambiato il volto al nostro Paese. La Falange armata ha diffuso 1.000 comunicati (compresa una rivendicazione della strage del Pilastro considerata inattendibile, ndr). L’obiettivo era la Repubblica dei partiti e quando nel marzo ‘94 la prima Repubblica sta per tramontare loro cantano vittoria perché è finito un modo di canalizzare il consenso. Le stragi del ’92 e del ’93 furono annunciate in modo plateale. Nel settembre ’91 avevano detto “D’ora in poi dobbiamo avere nuclei di fuoco dappertutto”. E via D’Amelio per loro è un importante momento della militarizzazione del territorio».
Le è spesso stato rinfacciato di aver ignorato l’identikit che ritraeva Roberto Savi, poliziotto in servizio alla Questura di Bologna, che era affisso proprio in quegli uffici…
«Io quell’identikit non l’ho mai visto. Nel ‘91 mi occupavo della banda delle Coop, che aveva finito di operare nel 1989, ma se anche lo avessi visto non mi avrebbe detto nulla. Savi era all’ufficio controllo del territorio, nelle Volanti, io alla Direzione distrettuale antimafia, se avessimo avuto bisogno ci saremmo rivolti non alle Volanti ma alla Squadra mobile».
Nell’ultima intervista abbiamo visto un uomo dimesso, quasi poco lucido. Lei crede a quest’immagine che Roberto Savi ha dato di sé?
«Non ci si faccia condizionare da quell’approccio remissivo, lento. È di certo un uomo invecchiato e provato da 32 anni di carcere, ma si colgano i guizzi nello sguardo. Nel suo atteggiamento e nelle sue parole ho visto le stesse risposte con monosillabi e la reticenza che avevo visto quando lo interrogavo per ore all’epoca».
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8 maggio 2026
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