di
Gian Guido Vecchi
La visita del segretario di Stato Usa a Roma: Rubio più diplomatico del suo presidente, ma le distanze rispetto all’amministrazione americana restano e la prudenza della nota vaticana lo evidenzia
CITTÀ DEL VATICANO Robert Francis Prevost ha una formazione da matematico, è un uomo metodico che non lascia nulla al caso. Chiesta dall’amministrazione americana, l’udienza a Marco Rubio si preparava da tempo e gli attacchi di Trump al Papa, lungi dal sabotarla, l’avevano resa al contrario più opportuna. Anzi, che il giorno dell’incontro fosse giusto la vigilia del primo anniversario della sua elezione, agli occhi di Leone XIV, cadeva a proposito: l’occasione per ricapitolare ciò che il pontefice ha ripetuto dall’inizio e con sempre maggior forza negli ultimi mesi.
Chiaro che non sia stato facile, il cattolico Rubio si mostra più diplomatico del suo presidente ma le distanze rispetto all’amministrazione americana restano e la prudenza della nota vaticana, elaborata per ore, lo mostra con evidenza.
Stamattina, prima di raggiungere Napoli, il Papa andrà a Pompei, e non sarà una visita estemporanea. Sulla facciata del Santuario voluto da Bartolo Longo e divenuto basilica pontificia con Leone XIII, il Papa del quale Prevost ha scelto il nome, si mostra incisa a caratteri cubitali una sola parola: «Pax». L’8 maggio è il giorno della supplica alla Madonna di Pompei, lo fece notare lui stesso quando si presentò al mondo dalla Loggia di San Pietro. L’altro giorno lo ha ricordato a beneficio di Trump: «Le prime parole che ho detto sono state: la pace sia con tutti voi».
L’udienza, i temi caldi
Così non è stata un’udienza formale, il semplice tentativo di ricomposizione dei rapporti diplomatici divenuti sempre più faticosi. La durata stessa dei «cordiali colloqui» mostra quanto l’agenda delle questioni discusse sia stata assai fitta, e complicata: le guerre in Iran e in Libano, la sofferenza delle popolazioni civili, la crisi umanitaria provocata dall’embargo a Cuba e anche la necessità di investire nello sviluppo dei Paesi africani ai quali le potenze, come ha denunciato Leone nel viaggio del mese scorso, guardano soltanto come serbatoio di risorse naturali, petrolio, oro, diamanti, minerali preziosi, salvo poi lamentarsi delle migrazioni verso i Paesi ricchi.
Eppure, nonostante tutte le «difficoltà» e le distanze, la Santa Sede sa che il rapporto con gli Stati Uniti è «imprescindibile», come ha detto il cardinale Parolin: non si può pensare a una qualsiasi soluzione diplomatica senza di loro. E la frase che chiude la nota ufficiale della Santa Sede, la «necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace», è anche l’indicazione di un metodo sul quale il Papa ha insistito con il segretario di Stato americano: l’unica soluzione ragionevole è la composizione dei conflitti attraverso un dialogo «autentico» tra le parti, per il quale la Santa Sede è sempre pronta a fare la sua parte. A Cuba, per esempio, l’inasprimento dell’embargo voluto da Trump e dallo stesso Rubio, figlio di esuli dell’isola, ha provocato una «crisi umanitaria» che i vescovi dei Caraibi denunciano da mesi.
Nel 2014 Barack Obama e Raúl Castro annunciarono il superamento del bloqueo il 17 dicembre, non a caso il giorno del compleanno di Francesco: le delegazioni, in tutta segretezza, si erano riunite mesi prima in Vaticano, ed era stato proprio Parolin a coordinare l’intesa.
Ci sono metodi meno cruenti ed efficaci per affrontare le crisi. Il testo della supplica che il Papa reciterà oggi, a Pompei, dice tra l’altro: «O Madre buona, abbi pietà di noi…soprattutto dei nostri nemici e di tanti che si dicono cristiani, eppur offendono il Cuore amabile del tuo Figliolo. Pietà oggi imploriamo per le Nazioni traviate, per tutta l’Europa, per tutto il mondo, perché pentito ritorni al tuo Cuore».
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8 maggio 2026
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