di
Marco Bonarrigo
Il danese è il grande favorito ma non è un cannibale come il rivale sloveno. La sfida più importante è quella del ciclismo italiano. E per Pellizzari è davvero un’occasione
In un ciclismo che pullula di vaticinatori e analisti, c’è chi sa già come andrà a finire il 109º Giro d’Italia che scatta oggi da Nessebar, antica e affascinante città della Bulgaria. A Roma la maglia rosa la vestirà Jonas Vingegaard che ha già vinto due Tour de France, ha classe e qualità due spanne superiori a tutti e gode dell’aiuto di una Visma stellare. Il danese trionferà con un bonus di due/tre successi di tappa (lui meno Cannibale e più generoso di Pogacar) e magari con il titolo di miglior scalatore. Il resto del podio se lo giocheranno Giulio Pellizzari (unico candidato alla maglia bianca dei giovani) e gli esperti Egan Bernal e Adam Yates. Per volate e casacca ciclamino solo Magnier, Groenewegen, De Lie e Groves (se resisteranno tre settimane) potranno infastidire già oggi Jonathan Milan. Pippo Ganna non avrà rivali nell’unica cronometro.
Tutto così semplice? Mica tanto. Perché dei tre grandi giri, quello rosa è il più imprevedibile, capriccioso e per questo affascinante. Atterrato da strafavorito nel 2013, Bradley Wiggins si arrese dopo 13 tappe, scioccato da scivoloni, fortunali e freddo boia. Più lucido del connazionale, Geraint Thomas qui ha collezionato due sonore sconfitte, due ritiri, un secondo e un terzo posto senza mai una vittoria di certo all’altezza della sua grande classe. Perché il Giro è fatto da salite a bassa quota nascoste nelle pieghe degli atlanti stradali, dal meteo pazzo di maggio, dalla montagna davvero alta e davvero fredda: una magnifica irrazionalità che può sfuggire al controllo dell’Intelligenza (a volte troppo) Artificiale che governa le multinazionali del ciclismo.

Lasciando quindi alla corsa la sua naturale imprevedibilità bisogna comunque annotarne i punti fermi di svolta, quelli dove si conteranno i caduti (dalla vetta della classifica, non dalla bici) e si scremerà il lotto dei favoriti. Per cominciare l’ascesa del Blockhaus (tappa 7) che forma un blocco indigesto con quelle successive dei «muri» fermani, di Corno alle Scale e della cronometro toscana. Poi le scalate di Pila (14ª tappa) e di Carì in Svizzera (16ª) e il tappone di Alleghe (con Falzarego e Giau) seguito da quello di Piancavallo alla vigilia della passeggiata domenicale romana.
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Al leggerlo bene, il Giro in realtà nasconde molte altre sfide. La più importante resta quella del ciclismo italiano (41 azzurri alla partenza, minimo storico) per evitare agli statistici delle due ruote il solito resoconto di una disfatta tricolore. Conterà moltissimo la prestazione di Giulio Pellizzari e a chi dice che non bisogna mettere pressione al marchigiano per via dei suoi 22 anni rispondono le prestazioni e le ambizioni del coetaneo Isaac Del Toro e dell’imberbe Paul Seixas. Per Giulio è davvero un’occasione di svolta unica e l’assenza di tanti big (che hanno sempre torto) va sfruttata a fondo.
Italiane sono anche e soprattutto le due squadre (Bardiani & Polti) che nel 2025 hanno sfiorato quella retrocessione in serie C che sarebbe stata un trauma terribile per il movimento. Gli alibi hanno ragione di esistere, certo: pochi soldi, pochi imprenditori disposti ad investire, poche corse di qualità, strade pericolose, istituzioni latitanti. Ma bisognerà avere il coraggio, già da oggi, di lanciarsi in fughe faticose e magari pazze perché la tattica da ragionieri degli «esimi» posti per racimolare punticini nel ranking e delle azioni in favore di telecamera all’ora di pranzo per guadagnare visibilità televisiva e dare il contentino allo sponsor non paga più.
8 maggio 2026 ( modifica il 8 maggio 2026 | 07:52)
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