di
Barbara Visentin
Il regista di «Titanic» e la cantautrice co-dirigono il film concerto «Hit Me Hard and Soft: The Tour»
«Ci sarà scritto in grande “di Billie Eilish” e in piccolo “di James Cameron”». È proprio il regista premio Oscar di «Titanic» e «Avatar» a promettere un rapporto alla pari, se non la propria subordinazione, alla giovane cantautrice dei record – anche lei, d’altra parte, già due volte premio Oscar per la miglior canzone.
«Questo è il tuo film, la tua visione», dice Cameron a Eilish, mentre lei gli spiega di essere coinvolta in tutte le fasi creative della costruzione di un live e gli fa poi anche vedere, mettendosi l’eyeliner in camerino, di essere «make up artist e parrucchiera per questo tour».
E così il film-concerto «Billie Eilish – Hit Me Hard and Soft: The Tour (Live in 3D)», in arrivo nelle sale il 7 maggio, è co-diretto da entrambi e trova i momenti più gustosi proprio nei dialoghi fra questa strana coppia, in una sorta di rottura delle barriere che li vede al lavoro nel decidere dove posizionare le telecamere perché il pubblico in sala «entri» il più possibile nel concerto.
Indossati gli occhialini 3D, lo spettatore si trova effettivamente catapultato a Manchester, in Inghilterra, sopra, sotto, intorno e dietro al palco su cui Billie Eilish, 24 anni, a luglio scorso ha tenuto quattro tappe del suo tour mondiale. Grazie ai prodigi tecnologici del regista 71enne, la parola immersivo non viene usata invano: le piccole ma potentissime telecamere restituiscono immagini nitidissime e vicinissime alla cantante, la inseguono mentre salta di fronte al pubblico estasiato o mentre sgattaiola dalle botole sotto al palco (con un certo rischio mal di testa per chi è sensibile al 3D), l’audio è talmente chiaro che si sentono anche i sospiri dei fan, spesso in lacrime, le mani alzate del pubblico si inframezzano alla vista, dando l’idea di essere in mezzo alla folla.
Ma oltre ai congegni perfetti di un tour di quelle proporzioni, Billie Eilish svela molti dietro le quinte più umani: scalda la voce a distanza con il vocal coach, fa esercizio fisico per la caviglia perennemente slogata, ha le mani tutte graffiate dai fan, bramosi di stringergliele, «ma li capisco perché anche io ero così con i miei idoli — dice —. E cerco di essere l’artista di cui avrei voluto essere fan».
In ogni venue, poi, fa allestire una «puppy room» anti-stress, e quindi eccola, assieme alla sua crew, ad abbracciare cani trovatelli. «Lo farò anche io sui miei set», dice Cameron. «Tutti abbiamo bisogno di un po’ di amore canino», spiega lei, da sempre animalista e vegana.
Non mancano le riflessioni sul suo rapporto con il pubblico e, soprattutto, con il corpo e l’immagine, di cui è riuscita a scardinare molti stereotipi: cresciuta avendo come idoli «dei rapper maschi a torso nudo che saltavano sul palco — dice —, non capivo perché una ragazza non potesse fare lo stesso. Perché non potesse sentirsi femminile anche senza essere per forza vestita in modo troppo provocante».
Per lei, ormai iconica nei look oversize (e reduce, a Los Angeles, dal primo red carpet in compagnia del presunto fidanzato, il cantante e attore Nat Wolff), il rapporto con il corpo e con gli sguardi esterni non è mai stato facile e ancora non lo è. La sua visione, però, anche in questo caso ha prevalso: «Ho sempre le stesse insicurezze di prima. Ma mi sento me stessa».
8 maggio 2026
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