Un disco folk, alla ricerca di radici. Nato da un ritorno in Sicilia, segue il ritmo lento delle cose che nella sua terra cambiano piano, come gli argini di un fiume che si sgretolano. Antonio Di Martino, in arte Dimartino, pubblica oggi da solista “L’improbabile piena dell’Oreto”. Un disco – a sette anni da “Afrodite” e dopo il successo con Colapesce – attraversato dall’acqua e da Palermo. «Mi piaceva il parallelismo tra il fiume e la musica. Le canzoni scorrono senza interrompersi mai davvero. L’Oreto nasce vivo e arriva morto: da lì è nata l’idea della piena improbabile, ma non impossibile. Esattamente come una piena emotiva: siamo ancora capaci di straripare oppure dopo una certa età l’emotività si appiattisce?».


Molti hanno letto questo disco come un “dopo Colapesce”.


«Premettiamo che non abbiamo litigato e non ci siamo separati (ride, ndr). Ci sentiamo tutti i giorni. Semplicemente abbiamo sempre mantenuto vive le nostre individualità. Ed è stata forse la nostra forza».


Un disco di radici, ma che guarda al futuro.


«È un futuro che fa paura. Ho una figlia di nove anni. Quando senti parlare di guerre, cambiamento climatico, catastrofi, pensi subito ai figli. Il futuro per me è proteggerla. Tradotto in musica, il futuro è la foce. Ma la foce non è la fine».



Nel disco Palermo è una città che “ha chiuso tutte le vie di fuga”.


«Ma anche le vie d’entrata. Oggi Palermo rischia di diventare una caricatura esotica di se stessa. E questo mi spaventa. Ci sono tornato a vivere perché credo che quello sia ancora il mio posto».


Il tema della sconfitta generazionale torna in “Gusci vuoti”, come in passato in “Cara maestra abbiamo perso” o “Non ho più voglia di imparare”.


«Sì, è una cosa che mi porto dietro in ogni disco. Qui immagino degli ex compagni di scuola che si ritrovano vent’anni dopo a un funerale e fanno i conti con la propria vita. La nostra generazione non è stata fortunatissima. Pensavamo che il futuro sarebbe stato migliore di quello dei nostri genitori, invece ci ritroviamo con i gusci vuoti anziché pieni».


Politicamente si sente rassicurato?


«No, assolutamente. Penso che questo sia il peggior momento politico, forse persino peggio di quando c’era Berlusconi. È complicato non prendere posizione. Io penso che questo governo produca danni a un approccio libero alla scrittura, alla musica, al cinema. Ma gran parte della colpa è anche della sinistra, che ha smesso di parlare alle persone di sinistra».


Lei però prende posizione.


«Mi sento libero.

Se non voglio partecipare a un evento perché c’è un politico che non mi piace, non ci vado. Quando uscì “Ragazzo di destra” con Colapesce siamo stati attaccati. Ma rivendico quella libertà».

Nel disco c’è anche Federico García Lorca.


«Questo è il mio modo di parlare di politica: attraverso le parole di un poeta. Ho scelto quei versi perché raccontavano benissimo quello che volevo dire. C’erano il fiume, la foce, la fonte».


L’immagine del fiume attraversa anche il suono del disco.


«Le canzoni non hanno vere interruzioni: la strumentale del pezzo precedente continua in quello successivo. Volevo dare la sensazione dello scorrere. L’impianto del disco nasce da una chitarra acustica attorno alla quale si muovono un coro di cinque voci femminili, archi ed elettronica trattata come rumore e paesaggio sonoro. A volte sembra quasi un treno. Un flauto sintetizzato ritorna come leitmotiv, accompagnando il senso continuo dello scorrere».



L’atmosfera richiama certi paesaggi sonori di René Aubry.


«Sì, assolutamente. Quest’idea dello scorrere è alla base di tutto il disco».


Che cosa pensa della nuova generazione di cantautori, per cui ha anche scritto?


«Tredici Pietro, per cui ho scritto il brano presentato all’ultimo Festival di Sanremo, è uno degli artisti giovani più bravi che ci siano in giro. È stato un onore lavorare con lui, come lavorare con Mobrici in “Interstellar”, contenuta nel suo disco “Supernova”. C’è una buona generazione di cantautori, ma penso che oggi debbano rischiare di più. Mi sembrano sempre nei porti sicuri. Distinguersi oggi paga: omologarsi non porta da nessuna parte».


Ha pensato di tornare a Sanremo?


«Con “Musica leggerissima” è stata, nel 2020, una bellissima esperienza. Mi piacerebbe tornarci da solo, sì. Però al momento non ho un brano».



Il 19 dicembre ci sarà “Un improbabile finale” al Teatro Golden di Palermo, chiusura del tour.


«Per me sarà una festa importante. A Palermo non ho mai suonato in un teatro, ma sempre in location piccole. Sono emozionato, sono felice».


Dopo questo disco ha più risposte o più domande?


«Le stesse di prima. Però questo disco mi ha dato una certezza: avere ancora qualcosa di importante da dire. E non è scontato».




Ultimo aggiornamento: venerdì 8 maggio 2026, 05:00





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