A dicembre del 1981 la Nazionale di Bearzot deve giocare contro il Lussemburgo a Napoli. È una partita di qualificazione di poca importanza ma in cui i tifosi fantasticano di vedere qualcosa che non vedono da tanto: una vittoria semplice, dei bei gol, un calcio leggero e brillante. L’Italia – come sempre – gioca male, segna pochissimo. Si chiedono soluzioni, o almeno un po’ di creatività. Dov’è finito il talento? Dove sono i numeri dieci? Dove sono i Rivera, i Mazzola?
Secondo qualcuno il talento c’è, solo che Bearzot non lo convoca.
Evaristo Beccalossi ha un casco di capelli ricci neri, un naso spiovente. Nella figurina Panini che lo ritrae quell’anno schiude la bocca, mostrando i denti superiori. Gli occhi socchiusi per il sole gli danno un’aria triste e profonda, un po’ derelitta. Non gli si addiceva molto. Beccalossi indossava la maglia numero dieci dell’Inter – il colletto spaccato, lo sponsor “inno hit” – ma non aveva la malinconia dei numeri dieci disgraziati e maledetti. Aveva un gioco malizioso, sottile e un carattere estroverso. Un carattere anche un po’ compiaciuto della sua irregolarità. Sul Guerin Sportivo viene definito un talento “brasileiro”. Il calcio non sembra una fatica per lui, come invece sembra per l’Italia. Ruud Krol, all’epoca nel Napoli, lo definisce «uno dei pochi fantasisti in circolazione. Forse l’unico in Italia ora che Causio è in ribasso».
La sua convocazione viene reclamata, come tutte le volte in cui gli italiani invocano un salvatore della patria. Di solito coincide sempre con un giocatore non convocato. È un dispositivo polemico a tenuta stagna: si critica la mancata convocazione di un certo giocatore: se va bene nessuno se ne ricorderà, se va male si è andati male a causa di quella mancata convocazione.
Evaristo Beccalossi quell’anno è il miglior numero dieci della Serie A. Gioca nell’Inter e non sembrano esserci particolari motivi per cui possa non essere convocato. Bearzot, invece, non lo convoca. Dice che non saprebbe dove metterlo. Come si fa a inserire un numero dieci in un modulo che non lo prevede? La tattica può davvero piegarsi al talento? Se un giocatore è indisciplinato non finisce per intossicare la morale di tutta la squadra, come una muffa? È il dilemma che il calcio italiano ha dovuto affrontare fin quando non ha smesso di produrli del tutto, i numeri dieci.
Secondo Bearzot, Beccalossi è “un divoratore di energie altrui”, secondo alcune ricostruzioni del Corriere della Sera. Peppino Prisco scherza in un editoriale dicendo che al massimo divora le energie degli avversari. Gianni Minoli intervista Bearzot e fa un paragone con Rossi, anche lui acclamato a furor di popolo e poi schierato dal CT. “Il Vecio” dice che sono situazioni diverse perché Rossi nelle volte in cui è stato convocato «si è comportato bene» – alludendo al fatto che quindi Beccalossi non si sarebbe comportato bene.
Beccalossi non la prende bene. Dice che la sua dignità vale più di una maglia con la Nazionale. Non giocherà mai con l’Italia. La sua assenza dalla Nazionale ne definisce la memoria in modo definitivo. L’Italia di Bearzot vincerà i Mondiali con un gruppo di bravi ragazzi. L’urlo di Tardelli, la partita a Scopone scientifico con Pertini, la tripletta d’astuzia di Rossi col Brasile, la saggezza ottuagenaria di Zoff. Sarà ricordata come una Nazionale bella e pura, un po’ parrocchiale ma rinfrancante in un’Italia in quegli anni sporca e violenta.
L’esclusione di Beccalossi è stata la rinuncia necessaria a un agente patogeno. Un monello che avrebbe portato gli altri ragazzi sulla cattiva strada.
Esiste un universo parallelo in cui Beccalossi è stato tra i ragazzi del Mundial? Uno in cui serve un assist in profondità a Paolo Rossi contro il Brasile? Uno in cui lo vediamo scontrarsi a centrocampo con Zico e Socrates?
In questo modo lui rafforza la sua aura leggendaria di irregolare. Un fenomeno il cui individualismo non era riducibile né alle logiche di squadra né all’amor di patria. L’assenza dalla Nazionale, però, lo ha reso al contempo una figura meno resistente al tempo. Quella generazione dei giocatori è arrivata a noi soprattutto grazie alla Nazionale e chi ne è stato escluso è diventato una figura di sfondo, piuttosto irrilevante nel gioco delle cose. La memoria di Beccalossi resta soprattutto a chi ha potuto vederlo giocare, e che ne conserva quindi un ricordo più tattile.
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A poche ore dalla morte di Beccalossi, l’Italia si divide tra chi lo ha visto giocare e chi no.
Chi lo ha visto in campo, e magari tifava Inter, legge con autentico e profondo dispiacere la sua scomparsa. Forse può aver sorriso al pensiero che se ne è andato pochi giorni dopo la certezza che l’Inter avesse vinto un altro Scudetto.
Chi non lo ha visto deve costruire un’impressione in modo indiretto. Possono capire Beccalossi nella voce emozionata dei padri, sui loro occhi che brillano quando ricordano uno che li ha resi felici. Un’epoca in cui uno che poteva renderti felice poteva venire da Brescia, avere un accento lombardo e avere tic e vezzi che riconosci subito. Beccalossi era un personaggio da bar, da libro di Stefano Benni, da canzone di Gaber, tipo La ballata del Cerutti.
Nella canzone Gaber prende in giro le ballate della tradizione folk americana. Mentre negli Stati Uniti si celebrano grandi eroi popolari che hanno costruito la patria, Gaber suggerisce che i nostri padri della patria sono gente tipo Cerutti Gino. Un piccolo criminale che sta al Giambellino e vive di espedienti. Ha la fama di “mago”, deve stare attento a non farsi bere dalla “madama”.
Alla fine a Gino se lo bevono, ma i suoi reati sono piccoli. Gli danno tre mesi ma col condono esce prima. Quando torna al bar però la sua reputazione è cresciuta e la sua leggenda è ormai imperitura. Canta Gaber: «E gli amici nel futuro Quando parleran del Gino Diran che è un tipo duro». Una leggenda imperitura, ma al bar del Giambellino.
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Come farsi allora un’idea di Beccalossi, se non lo si è visto mai giocare? I video bastano?
Ce n’è uno caricato dall’account “Storia FC Internazionale”. Nella prima azione al ralenti vediamo Beccalossi defilarsi sulla fascia seguito da un difensore. Beccalossi non corre e sembra lasciare scorrere il pallone, poi fa un tocco improvviso con l’esterno destro per far passare la palla tra le gambe dell’avversario. Poi si avvicina all’area di rigore malizioso, un numero dieci lungo e stirato lungo tutta la schiena, e un tiro di destro sul primo palo.
Beccalossi viene spesso ricordato come uno di quei mancini “che col destro non ci scende nemmeno dal bus”. Almeno così ho letto in qualche ricordo di questi giorni. Eppure nei video si vede bene come sia perfettamente ambidestro. È preferibilmente sinistro, ma porta palla col destro e col sinistro. Si vedono reperti in cui calcia e segna le punizioni col destro. Era innamorato del piede mancino di Omar Sivori, e così nel garage di casa si allenò a battimuro per imparare a giocare anche col piede sinistro. Infilava i guanti e calciava sul muro, parando i suoi stessi tiri con i guanti di lana. A guardare meglio era uno strano fenomeno: Beccalossi portava palla col sinistro, ma poi calciava col destro.
Nel video Beccalossi porta palla a piccoli tocchi sensuali, la testa sempre alta a studiare i movimenti dei compagni. Non aveva la classe “piaciona” di Bruno Conti, né l’eleganza più algida di Antognoni. Aveva un corpo piuttosto tozzo, con gambe che parevano prosciutti dentro i pantaloncini cortissimi dell’epoca, e questo casco di capelli che gli dava un’aria da Pierino. Cantavano, i tifosi dell’Inter, «Evaristo, Evaristo non lo ferma neanche Cristo».
Brera lo aveva soprannominato “dribblossi”. Dribblava in modo irridente. Aveva uno stile simile a quello di altri grandi dieci degli anni ’80 e ’90, simile a quello di Gheorghe Hagi, che come lui aveva il baricentro basso e col suo piede mancino si metteva spesso in moto da fermo. C’era qualcosa di malizioso nel suo dribbling, di aperta sfida al marcatore. Beccalossi lo faceva in un’epoca in cui chi dribblava lo faceva senza la rete di sicurezza delle telecamere, che spingono i difensori a ridurre la violenza. Racconta Beccalossi del suo esordio in Catanzaro-Brescia del 1973: «Mi marcava Luigi Maldera. Appena lo superai in dribbling, ringhiò: se lo fai di nuovo, ti faccio arrivare a Soverato con un calcione. Quando seppi da Salvi che quel paese si trovava a una ventina di chilometri di distanza, girai alla larga dal difensore».
Era individualista, odiava passare il pallone se non per fare assist o gol. Il suo biografo, Luca Pagliari, scrive che “ogni volta che Evaristo passa la palla prova la cruda sensazione dell’addio”.
Brera lo paragonava a Valentino Mazzola e definiva il suo tiro “beffardo”. Corso lo definiva invece “un atipico” con “piedi felpati”. Rivera diceva che Beccalossi aveva una dote che gli altri non avevano “l’inventiva”, e poi una cosa più vera di altre: “È un giocatore che diverte divertendosi”.
Beccalossi dribblava con un gusto che è anche il prodotto di quegli anni, in cui gli uomini guardavano i film americani e tendevano a estetizzare certi gesti quotidiani. Il modo in cui tenevano la sigaretta tra le dita, o appesa tra le labbra, o tenevano aperta la camicia sul petto villoso. Un mondo di seduzione fatto di piccoli vezzi. Era molto amato da un interista che in quegli anni era un modello di maschio molto preciso, ovvero Franco Califano. La notte, dopo i concerti del “Califfo”, andavano insieme a bere all’autogrill di Dalmine sulla Milano-Bergamo. L’unico posto aperto a quell’ora.
Peppino Prisco diede una definizione paradossale ed efficace: «Non è Beccalossi che gioca con la palla, ma la palla che gioca con Beccalossi».
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La leggendaria sregolatezza di Beccalossi ha radici in un episodio originario. Mario Mereghetti, ex centrocampista e osservatore dell’Inter, lo vede in una partita. C’è un’azione in cui Beccalossi parte dalla difesa, dribbla cinque avversari, arriva davanti al portiere, e poi? E poi tira fuori.
Dopo quell’azione Mereghetti dice a Mazzola di comprarlo.
L’errore, l’imperfezione, ha alimentato il mito di Beccalossi. Un uomo capace di quei dribbling deliziosi, e di errori incredibili, esprimeva un’idea di fragilità con cui era facile entrare in contatto. Forse addirittura veniva istintivo volerla proteggere.
Una sera sbagliò due rigori contro lo Slovan Bratislava nella sfida di Coppa delle Coppe. Lui la definisce «una serata magica. Magia di streghe, ma sempre magia». Beccalossi sbaglia il primo rigore angolandolo troppo. Quando viene assegnato il secondo, guadagnato da lui, non vuole tirarlo. I compagni però insistono e lui si lascia convincere, «Io ero mortificato per il primo errore ma non me la sentii di tradire la loro fiducia. E tirai. E sbagliai. Ancora sbagliai. Mi sentii morire. Ero terrorizzato soprattutto che i tifosi smettessero di volermi bene. Invece quando tornai a San Siro, quindici giorni dopo, tutto era come sempre. Mi hanno perdonato quella serata storta».
All’episodio il comico Paolo Rossi dedicò una celebre gag introdotta da una cornice significativa: «Due persone che hanno trasformato la creatività in una fonte d’emarginazione e l’emarginazione in una fonte di creatività». Rossi cita Charlie Parker ed Evaristo Beccalossi, e poi ironizza sulla sua capacità di dribblare tutti – per quindici giorni di fila, fino al coma – e non concludere nulla.
Anni dopo i due si trovano insieme sul palco e Beccalossi racconta di aver sbagliato anche un terzo rigore. Rossi lo definisce “il Thelonius Monk del calcio italiano”.
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Arriva a Milano con un anno di ritardo e sei chili di troppo. Aveva fatto il militare e si era rifiutato di giocare nella Nazionale del corpo. Non perché fosse anti-militarista ma perché quelli andavano a giocare a bordo di aerei ed elicotteri e Beccalossi aveva paura. Aveva paura degli aerei, ed era ipocondriaco. «Solo che lì si mangiava bene e c’erano dei bar con delle colazioni sopraffine. Fatto sta che ero ingrassato di sei o sette chili. Persi un anno». Un aneddoto che descrive bene la ribellione un po’ cialtrona di Beccalossi.
Il giorno dell’arrivo all’Inter lo accompagna il padre con la Seicento. C’è la nebbia. Gli sembrava tutto grandissimo. Lui era cresciuto in una piccola frazione di Brescia tra casa e oratorio. Rimarrà a Milano per tutta la vita, innamorato della città. Negli anni ’80 frequentava il Derby, locale di cabaret dove si esibivano Rossi, Jannacci, Abatantuono. Per lui la città era soprattutto vita, laddove il paesello era calma e ritiro.
Quando arriva a Milano lo costringono a indossare la 10 di Mazzola. Lui non vuole, ha sempre avuto la 8 in onore di Spadoni, mezzala della Roma che adorava. La 10 non gli piaceva perché «due numeri pesano di più», e Beccalossi non voleva sentirsi troppe responsabilità addosso. Beccalossi invece ricalcherà la figura di altri eccentrici dell’Inter, come Corso o Recoba.
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Beccalossi ha attorno tutta una mitologia di nomignoli, aneddoti assurdi, tormentoni che alle persone della mia generazione millennial dicono ormai poco e niente. “Mi chiamo Evaristo scusate se insisto” scrivono i tifosi nei commenti su Facebook di questi giorni. Una frase coniata da Beppe Viola in occasione della sua doppietta al derby. Viola la origliò da un tifoso all’uscita da San Siro. All’epoca di derby di Milano l’aria era mefitica, interisti e milanisti non si parlavano per due settimane.
Questi tifosi lo ricordano con affetto e tenerezza, come se fosse un loro amico; non solo uno a cui hanno voluto bene, ma uno che era come loro. Noi che non lo abbiamo vissuto non abbiamo accesso a quello spettro emotivo, ed è normale che sia così, ma proveremo mai questo tipo di sensazioni per i giocatori che abbiamo vissuto noi?
Beccalossi veniva da una famiglia operaia, e se non avesse fatto il calciatore avrebbe lavorato in fabbrica. Il suo migliore amico era un meccanico, che riusciva a far imbucare alla Pinetina per scroccare il pranzo. Lui gli prestava le auto per uscire la sera camuffato; pure auto blindate. Quando è arrivato all’Inter per firmare il suo primo contratto lo ha accompagnato il padre a bordo di una Seicento. Andava agli allenamenti in sella a una bici Graziella pieghevole, e poi tornava con la macchina del padre, operaio democristiano e cattolico, ficcando la bici nel portabagagli. Diceva di se stesso, senza particolare asprezza ma quasi con gusto: «Son cresciuto in anni in cui con un paio di scarpe dovevi trottare per tutto l’inverno». Quando era bambino in casa non c’era l’acqua e la mamma la scaldava sulla stufa per fargli il bagno; la sera si infilava la mònega, quell’attrezzo di legno farcito di braci per intiepidire il letto.
Beccalossi rappresentava un sogno molto semplice, ma molto puro: un figlio di operai che finisce a giocare nell’Inter, e gioca il calcio più leggero ed etereo che l’uomo possa concepire.
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I video sicuramente non bastano, a modellare un’idea tridimensionale di Beccalossi. Gli aneddoti che circolano in questi giorni ne fanno un ritratto forse forzato, a consumo del mito “genio e sregolatezza”, ma è anche bello crederci.
La sua pigrizia era leggendaria. Quando in panchina è arrivato il sergente Bersellini detto “Il Tiger” gli aveva messo il preparatore Onesti alle calcagna. Quello gli puntava un bastone sulla schiena per farlo correre più forte; poi, quando gli altri facevano le partitelle, lo portava nei boschi a correre “per rinforzare le caviglie”. «Mi portava al Golf vicino alla Pinetina: “Senti il suono del torrente, ascolta gli uccellini, guarda il paesaggio” e altre menate sul romanticismo. Ma cosa vuoi che me ne importasse! Io soffrivo e basta». Quando gli dicevano che era pigro secondo lui non era vero: «La verità è che non ce la facevo proprio. Durante i test ero sempre ultimo», come quelli che ti dicono che non sono portati per la matematica.
“Il Tiger” aveva la panca della tortura. Ci si sedeva, ci si sdraiava nel vuoto e bisognava tirarsi su varie volte. Beccalossi la odiava; ogni tanto la faceva sparire, una volta gli ha tagliato una gamba.
Arrivava in ritiro sempre con qualche chilo di troppo e lui per mascherarli si vestiva a strati: «Sembravo l’omino Michelin». Andavano a Salsomaggiore a correre nei boschi in salita. La preparazione fisica, a secco, era devastante. Al Guerin Sportivo Beccalossi racconta la sua via di fuga: «Avevo visto che tutti i giorni passava lungo la strada un Ape. Allora io mi attardavo e, quando non ero più a tiro, salivo sul cassone. Scendevo giusto in tempo per riprendere la corsa con gli altri». Nell’intervista Beccalossi si giustifica: «Oh, mica potevo morire». Quando Radice gli chiese di coprire tutta la fascia lui rispose: «Sì, sdraiandomici».
Saranno veri questi aneddoti? Ma poi ha davvero importanza? Beccalossi era un molle in un mondo di duri.
Quando i compagni lo vedevano dicevano: «Oggi giochiamo in dieci o in dodici». Secondo lui lo sopportavano «con cristiana rassegnazione». Era riconoscente a quelli che correvano per lui. Oriali gli passava vicino dicendo: «Ci stiamo facendo il culo, vedi di inventarti qualcosa». Lui segnava e faceva assist. Faceva una decina di gol e una decina di assist ogni stagione. Ha vinto lo Scudetto con l’Inter nel 1980, una Coppa Italia due anni dopo. La stagione del Mondiale spagnolo è stata, secondo molti, la sua migliore in carriera. Aveva 25 anni e segnò 9 gol in campionato. Prisco diceva di aver paura che il Brescia, che lo aveva venduto all’Inter per quelli che lui riteneva pochi soldi, chiedesse i danni per truffa.
Beccalossi voleva tutti i palloni. Quando nel 1982 l’Inter prese Hansi Müller, Beccalossi fu spostato dieci metri più avanti, più vicino alla porta (Brera lo definiva “uomo da soglie dell’area avversaria”) e a lui non piaceva. «Giocava dove volevo giocare io, in mezzo al campo». Dopo il ritiro Beccalossi è diventato una persona moderata e diplomatica, che amava scherzare, persino minimizzando, sul suo passato irrequieto. Quando giocava, però, aveva un caratteraccio. Disse: «Giocare con Hansi è peggio che giocare con una sedia. Almeno la sedia ti rimanda indietro il pallone». Il problema di tutti i numeri dieci: sono sempre gli altri che non passano la palla, non loro. Prima di un derby nel 1979 disse che l’Inter avrebbe vinto 2-0 e lui avrebbe segnato un gol. L’Inter vinse 2-0 e lui segnò due gol.
Quell’anno è pieno di storie in cui Bersellini distrugge Beccalossi. Bastava uno sguardo. Un giorno lo vede in allenamento che le gambe si muovono poco, e allora gli dice: «Becca, tu rimani qui con Onesti fino a domenica». Rimane alla Pinetina: «Eravamo io, Onesti e la guardia con la pistola». Beccalossi scappava nella cucina lucchettata aprendo con un trancetto; una sera la guardia stava per sparargli, pensando a un ladro. La domenica Beccalossi segna quel gol strepitoso alla Lazio con tunnel al difensore.
Contro il Napoli, nel 1984, segna un gol maradoniano.
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Il mito di Beccalossi si nutre della sua incompiutezza, di cui il non essere mai andato in Nazionale è la dimostrazione più palese. Secondo qualcuno il suo limite non era la pigrizia ma il non volere di più, il sentirsi arrivato. Lui vedeva «già tutto bello» secondo le sue parole. Ha conservato un inserto intitolato Sfida Beccalossi-Platini: vedere il suo nome vicino a quello di Platini gli bastava. La prima volta che vide Rivera gli chiese se poteva toccarlo. Non gli pareva vero.
L’estate dell’82, quella in cui non è andato al Mondiale, l’ha passato a Montecarlo. Faceva la seconda voce delle partite su Telemontecarlo, ogni tanto si assentava dalla telecronaca per salutare gli amici che trovava. «Mio padre mi ha insegnato di prendere sempre il bello delle cose».
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Dopo il ritiro ha fatto l’ambasciatore FIFA, l’agente della Sony, commerciale per un’agenzia pubblicitaria milanese, opinionista, capodelegazione di Under 19 e Under 20. Quando inizia gli dicono che avrebbe trovato ragazzi indisponenti e viziati, e lui dice che invece ha trovato ragazzi che avevano bisogno di persone serie attorno. «Io gli dico che in campo si deve inventare»; se qualcuno sbaglia il dribbling, dice Beccalossi, non gli si deve dire la volta dopo di darla di prima: deve riprovare il dribbling. «Un ragazzo deve pensare, creare, essere libero di uscire dagli schemi».
Enrico Ruggeri, amico di Beccalossi, gli dedicò una canzone che faceva così:
«Io sono quello da guardare/ quando ho voglia di giocare/ Sono schiavo dell’artista che c’è in me/ Datemi il pallone, non parlate/ poi correte ad abbracciarmi/ Io sono l’ultimo egoista/ perché sono un fantasista/ Faccio quello che vorreste fare voi».
In un’intervista degli ultimi anni disse: «Cerco sempre cose che mi fanno battere il cuore. Il giorno che mi trovo a fare il calcolatore me ne torno al paesello».