di
Marco Luceri

Il film fa semplicemente e ovviamente quello che deve fare e cioè rievocare storie, personaggi, ambienti, situazioni e snodi che muovendo dal passato rendano visibile (e quindi accettabile) il presente

Che cosa resta di un mondo a vent’anni di distanza? Tutto e niente verrebbe da dire guardando “Il diavolo veste Prada 2”, la commedia che David Franckel ha diretto ripescando personaggi e attori del primo cult uscito nel 2006, ovvero Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci.

Questo secondo episodio (tutto fa presagire, dal finale, che ce ne sarà probabilmente un terzo a stretto giro) è in poco più di una settimana diventato un fenomeno globale dal successo straordinario, abbastanza prevedibile, ma non forse in queste dimensioni. E come tale ha acceso dibattiti e riflessioni a bizzeffe, in cui a essere assente (sic) è il cinema. 



















































E cioè la forma che dà sostanza alla materia narrata. Già, perché si può disquisire all’infinito sul fatto che Miranda non sia più la pungente tiranna di una volta (ora la Streep si limita solo a qualche mossetta del proprio volto), che Andy sia l’inguaribile ma determinata sognatrice di sempre, che Nigel sia ancora più o meno il custode di un ineguagliabile quando doloroso modo di stare al mondo, e di quanto Emily covi opportune vendette. E si può anche parlare di crisi del giornalismo, della fine di un’epoca (in quelle precedenti si stava “sempre meglio”), del lavoro, della moda, etc.

Alla fine, però, quello che resta è il film. E “Il diavolo veste Prada 2” fa semplicemente e ovviamente quello che deve fare e cioè rievocare storie, personaggi, ambienti, situazioni e snodi che muovendo dal passato rendano visibile (e quindi accettabile) il presente, aiutando lo spettatore a dare un senso al caos del mondo, a partire dai rapporti umani. 

E’, in questo senso, un film molto classico, molto Hollywood old-style, proprio come lo era il primo, perché nonostante tutte le tribolazioni, gli inganni, le sorprese, i colpi di scena e i deus ex machina, di cui anche questo sequel è infarcito, la leggibilità e la gradevolezza delle immagini e del racconto sono garantite, senza nessun tipo di concessione alle zone oscure, ai non detti, alle aporie. Tutto magnificamente semplificato e meravigliosamente attendibile. Tant’è che una vita d’uscita c’è sempre e l’happy end, pur precario e instabile, è sempre garantito.

Regia: David Franckel; Interpreti: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci, Kenneth Branagh; Sceneggiatura: Aline Brosh McKenna; Fotografia: Floria Ballhaus; Musiche: Theodore Shapiro; Distribuzione: Walt Disney. USA, 2026, 120’.

A Firenze è in queste sale: Adriano, Astra, Fiamma, Fiorella, Giunti Odeon, Marconi, Portico, Principe, The Space, Uci.


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8 maggio 2026