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Le 16 candidature con cui “Le città di pianura” si presentava alla 71esima edizione dei David di Donatello erano già un deciso attestato di fiducia. Le 8 statuette portate a casa dal film del trentasettenne Francesco Sossai hanno ribadito e confermato l’aperto sostegno di un’industria che ha detto forte e chiaro – con Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, in prima linea sul palco – che qui, per loro, c’è un nuovo autore.

Miglior film, miglior produttore, miglior regia, migliore sceneggiatura originale, miglior attore protagonista, miglior casting, miglior montaggio, miglior canzone originale. Tutti riconoscimenti abbastanza previsti e abbastanza giusti – anche se nel computo generale resta piuttosto inspiegabile la mancata candidatura a miglior attore non protagonista a Filippo Scotti, terza colonna dell’opera assieme ad Andrea Romano (il miglior attore) e Pierpaolo Capovilla, a cui è stato preferito invece Roberto Citran, che nel film compare per tre minuti scarsi di minutaggio. Bizzarrie da David.

E se c’è un nuovo autore in città, a farne le spese non può che essere quello vecchio. Il gran trombato della serata è evidentemente Paolo Sorrentino, a cui Le città di pianura ha di fatto sfilato tutto lo sfilabile dalle mani. Il regista napoletano con La grazia aveva peraltro fatto uno dei suoi film migliori, molto apprezzato da critica e pubblico – l’incasso è stato di 7 milioni di euro. Per lui è la seconda debacle consecutiva: l’anno scorso il mediocre Parthenope ricevette 15 candidature e nessuna statuetta, quest’anno 14 e stessa sorte.

Che film è Le città di pianura

Quella di Sossai è d’altronde un’opera che risuona di più nello spirito del tempo cinematografico. Come tema si porta dentro un’anima tutta e tipicamente italiana. La storia di due bamboccioni dai volti crepati e dai denti storti, Carlobianchi (Romano) e Doriano (Capovilla), che scivolano nella notte veneta inseguendo l’ultima pinta e l’ultimo cicchetto. Schiacciano il pedale e scendono giù e poi risalgono su per una Pianura Padana depressa e nascosta nei localini e nei baretti di provincia.

Il battito è quello dell’on the road e quindi de Il sorpasso di Dino Risi, primo road movie italiano, tra i primi in assoluto. Vige allora il rapporto con l’automobile (per Risi era l’ebrezza edonistica e di classe del boom economico, per Sossai la materia di un passato appassito a cui aggrapparsi), la relazione sensuale con la strada e l’incanto di una serata senza fine.

Un circuito di tensioni senza reale sfogo, alimentato da corpi irresponsabili e inappropriati, che provano ma non riescono, o forse non vogliono veramente, scardinare l’illogicità di un presente immobile, castrato – è un film tutto al maschile, ma in questo maschile c’è pure il rovescio euforico e divertito di se stesso.

Una sballata country, insomma, la cui particolarità è dissolversi in un nord Italia che è lì ma non è lì. Un luogo ben definito nelle sue coordinate chiave, tra i nomi delle città e dei paesini che stanno nel mezzo, ammantato di nebbia, minacciato dal clima grigio di un autunno terminale. Ma pure un luogo disossato, dove in quel mezzo non c’è niente per davvero se non l’impulso alla sbandata.

Come se il trauma sociale – la crisi economica del 2008, che ne Le città di pianura è l’anno zero di certe disgrazie – avesse spezzato la visione prospettica individuale. Doriano e Carlobianchi non crescono perché non riescono più a mettere a fuoco, non sanno posizionare l’orizzonte in una notte che Sossai e il cosceneggiatore Adriano Candiago fanno loro inseguire scivolando curva dopo curva, con i fanali di una macchina che riescono a far ben poca luce dietro l’angolo.

Il gusto di un cinema più internazionale

E allora il film apre storie e le abbandona un attimo dopo, fa prendere iniziative ai protagonisti e li fa desistere l’istante successivo. Un’opera che quando viene alla questione di forma abbraccia però un gusto internazionale. Nella grana pastosa della fotografia in pellicola, nei corteggiamenti malinconici con lo spettatore, nel contemplativo di momenti di sospensione e chiaroscuri in cui a volte sprofondano i personaggi, che evocano i tratti di un cinema quasi da nord Europa – Sossai ha studiato regia a Berlino.

Una sensibilità estetica vicina a quella della neocinefilia contemporanea che evolve in traiettorie riflessive, nostalgiche e un po’ fighette. Coccolata e sospinta da realtà industriali come ad esempio la A24 negli Stati Uniti, che fa storie ‘giovani’ e per i giovani pescando spesso appunto in Europa (si veda: il norvegese Kristoffer Borgli con The Drama), e la più pettinata e trasversale MUBI, sotto la cui ala è ben protetto proprio Le città di pianura.

Un mix vincente, una piccola scossa tellurica per un cinema italiano boccheggiante e spesso sclerotico, che si risveglia con un nuovo alfiere da spendersi nel mondo, una mezza nuova proposta su come pensare i film, ma pur sempre ancora alla canna del gas. A cercarle, le idee ci sono. I quattrini, come denunciato dentro e fuori dal palco di Cinecittà, decisamente meno. 

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