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A poche settimane dall’inizio del Roland Garros – uno dei quattro tornei del Grande Slam, i più importanti del tennis – i giocatori e le giocatrici più forti del mondo si stanno lamentando parecchio e c’è pure chi parla di uno sciopero. Da tempo giocatori e giocatrici vogliono una fetta più larga dei ricavi dei Grandi Slam perché si considerano, a buon ragione, la fonte principale di questi ricavi, poiché attirano pubblico, sponsor e televisioni.

Durante gli Internazionali d’Italia, in corso a Roma, la tennista numero 1 al mondo Aryna Sabalenka ha detto che «a un certo punto boicotteremo» i tornei del Grande Slam, ed Elena Rybakina e Coco Gauff (la numero 2 e 4) l’hanno sostenuta. Ne ha parlato anche Jannik Sinner, il numero 1 tra gli uomini:

Credo che facciamo di più rispetto a quello che riceviamo. […]  Senza di noi il torneo non c’è. È difficile dire se boicotterò uno Slam. Stiamo chiedendo rispetto dai tornei dello Slam. Siamo stati zitti per tanto tempo e siamo arrivati ad un momento dove è giusto parlare. Non chiediamo il 50 per cento, non ci piacerebbe neanche, però forse stiamo prendendo un po’ troppo poco.

I toni sono tornati così accesi perché a inizio maggio il Roland Garros ha annunciato un aumento del montepremi del 9 per cento, portandolo a 61,7 milioni di euro. Sono tanti, ma non abbastanza per i tennisti, che in questo modo riceveranno il 15 per cento circa dei ricavi complessivi del torneo; cioè molto meno rispetto agli altri tornei professionistici, dove la parte di ricavi dedicata a loro arriva in media al 22 per cento.

Jannik Sinner durante una conferenza stampa agli Internazionali di Roma, 7 maggio 2026 (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Non è un problema solo del Roland Garros. Anche l’Australian Open, lo US Open e Wimbledon garantiscono ai tennisti che partecipano una quota di ricavi molto simile. Questo accade perché questi quattro tornei, per mantenere un certo prestigio rispetto a tutti gli altri, investono in modo più costante e continuo su infrastrutture e organizzazione. Inoltre, sono gestiti dalle rispettive federazioni nazionali, che reinvestono parte dei ricavi nel movimento tennistico del proprio paese (i quattro Slam si giocano in Francia, Australia, Stati Uniti e Regno Unito). Un obbligo che non hanno né il circuito ATP né quello WTA, le associazioni mondiali di tennis maschile e femminile.

Gli Slam sono gli unici tornei del circuito professionistico non organizzati da ATP e WTA. Hanno una propria organizzazione e un regolamento interno di condotta, e prendono decisioni congiunte, talvolta anche in contrasto con i circuiti professionistici.

Possono quindi permettersi di gestire i loro ricavi un po’ come vogliono, perché non c’è concorrenza. A differenza dei tornei organizzati dai circuiti ATP e WTA, che possono cambiare sede, quelli del Grande Slam sono fissi e non esiste l’opportunità per un’altra organizzazione di fare un’offerta migliore per sostituirli (e sarebbe difficile trovarla, visto le infrastrutture che servono). È una cosa molto vantaggiosa per loro, visto che i ricavi aumentano molto di anno in anno.

Per i tennisti e le tenniste però è un problema, anche perché, oltre alla percentuale minore di ricavi, i tornei dello Slam non versano contributi pensionistici né partecipano ai bonus di fine anno come invece fanno WTA e ATP.

Il tennista Novak Djokovic, che è stato il fondatore e a lungo il capo della Professional Tennis Player Association (PTPA, una sorta di sindacato dei tennisti), ha detto che la questione riguarda soprattutto la «base del tennis professionistico», cioè quei giocatori «che fanno fatica a sopravvivere e lasciano il tennis perché non hanno fondi sufficienti».

Coco Gauff agli Internazionali d’Italia a Roma, 7 maggio 2026 (AP Photo/Alessandra Tarantino)

Rispetto ad altri sport, e soprattutto per i giocatori che non sono tra i primi 50 nel ranking mondiale, i guadagni dei tennisti non sono altissimi. Per questo i migliori giocatori hanno chiesto più volte più diritti, più soldi e, in sostanza, più potere. Lo scorso anno la PTPA avviò anche una causa legale contro WTA, ATP e ITF (la federazione internazionale), in cui citava anche gli organizzatori degli Slam. Insomma, ai giocatori non piace un po’ tutta la gestione dei ricavi: ma mentre quella dei due circuiti è migliorata negli ultimi anni, quella degli Slam no.

L’idea di uno sciopero non è così assurda. Di recente le giocatrici di WNBA (la lega femminile di basket del Nordamerica) hanno portato avanti 17 mesi di negoziati e hanno minacciato di bloccare il campionato per ottenere il 20 per cento dei ricavi e stipendi nettamente più alti. E negli Stati Uniti è capitato più volte che un campionato si fermasse per una protesta dei giocatori, che chiedevano migliori condizioni contrattuali.

Per ora comunque un boicottaggio di uno Slam sembra difficile. Per capirci, subito dopo essersi lamentato delle condizioni dei giocatori Sinner ha detto che sta cercando «di essere pronto per Parigi», dove dal 24 maggio si giocherà il Roland Garros. Sono tornei troppo prestigiosi, e con montepremi comunque molto alti, per far sì che un giocatore scelga di rinunciarvi.

Resta comunque significativo che a chiedere più diritti e più potere siano proprio giocatori come lui o Sabalenka, che guadagnano già milioni di dollari ogni anno e non si fanno problemi ad andare in Medio Oriente per remunerative partite di esibizione. Insomma, pure persone che stanno già molto bene nell’attuale sistema del tennis se ne lamentano.

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