Il “Bambino migrante” è stato salvato dalle acque della laguna prima che potesse annegare. Con i piedi a mollo e le braccia alzate mentre impugna la torcia illuminata di rosa fucsia fluorescente per chiedere soccorso in mare, è l’iconica immagine che il protagonista di street-art Banksy aveva realizzato nel 2019 sulla facciata di Palazzo San Pantalon a Venezia e che in sei anni di esposizione a pioggia, vento, salsedine e soprattutto alta marea, rischiava di scomparire proprio a causa dell’umidità.
Famosissima per essere una delle uniche due opere che l’artista britannico, noto attraverso uno pseudonimo, ha realizzato in Italia, mentre l’altra raffigurante una “Madonna con la pistola” si trova a Napoli.
Il piccolo migrante veneziano, coi capelli al vento e il giubbotto salvagente è stato rimosso lo scorso giugno per poter intervenire in laboratorio e ricomporne in sicurezza la superficie. Una scelta inusuale rispetto al restauro a parete, ma obbligata sia per la natura della superficie che per la tecnica a stencil. Come ha spiegato il restauratore Federico Borgogni si è potuto procedere rimuovendo le parti murarie compromesse, ricollocando l’opera su un supporto nuovo più stabile, stuccando le lacune e reintegrando le parti pittoriche, lasciando evidente ove avvenuto l’intervento.
Per due giorni – sabato 9 e domenica 10 maggio – viaggerà a bordo di una chiatta dopo il tramonto tra il Canal Grande e il Canale della Giudecca e tornerà al Palazzo di San Pantalon solo dopo il suo restauro affidato allo studio Zaha Hadid Architects.
Il progetto finanziato da Banca Ifis, già attiva sul territorio con il Parco Internazionale della Scultura a Mestre, e voluto dal suo presidente Ernesto Fustenberg Fassio, era partito già nel 2023 su richiesta dell’allora sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi che, attraverso il ministero, aveva sollecitato la Banca ad intervenire, in una sinergia di pubblico e privato, scatenando una serie di interventi pro e contro.
Tra le voci del dissenso si vedeva la contraddizione nel restaurare un’opera che per il fatto stesso di essere street-art era passibile di deterioramento, sull’altro fronte c’era chi invece ne sosteneva l’esigenza di conservazione, in quanto divenuta simbolo e patrimonio pubblico.
Queste due contrapposizioni scoppiate in laguna sembravano richiamare la polemica ottocentesca in merito ai restauri della Basilica marciana, capitanata da una parte dal francese Violet le Duc che suggeriva di rifare ex novo le parti danneggiate, dall’altra dall’inglese John Ruskin che voleva «preservare la memoria dei grandi estinti». Diatriba cui parteciparono anche i giornali di allora, schierandosi dalla parte del conte Zorzi che patrocinava la posizione ruskiniana.
Anche oggi il confine è sottile e la stessa scelta di Banksy di realizzare l’opera a Venezia fu mirata e non casuale. Il “Bambino migrante” venne creato in una città fragile, che ogni giorno rischia di affondare, e completato la notte tra l’8 e il 9 maggio di sei anni fa in piena Biennale, proprio per amplificare l’urlo che quel migrante doveva amplificare. Decidere così di lasciarlo inghiottire dalla marea avrebbe compromesso quel messaggio di speranza di cui era portatore. Come ha spiegato all’Arsenale il Premio Nobel per la Pace nel 2014 l’indiano Kailash Satyarthi «quel bambino impersona milioni di bambini vittime delle crisi climatiche», col suo sguardo calmo e profondo è sopravvissuto e regge la radice di un nuovo futuro che diviene, come ha detto Vittorio Sgarbi, «un nuovo percorso di civiltà verso la pace». —