di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Finestre più lunghe, assegni ridotti e requisiti in aumento: la Cgil presenta alla Camera la stretta sulle pensioni pubbliche che colpisce oltre 700 mila lavoratori
C’è chi rischia di lavorare 49 anni e due mesi prima di andare in pensione. E chi, pur avendo superato i 43 anni di contributi, dovrebbe restare ancora al lavoro per evitare una riduzione permanente dell’assegno previdenziale. È il quadro che emerge dall’analisi elaborata dall’Osservatorio Previdenza della Cgil sugli effetti delle ultime modifiche alle pensioni dei dipendenti pubblici: enti locali, sanità, insegnanti di scuole parificate e ufficiali giudiziari (iscritti alle gestioni Cpdel, Cps, Cpi e Cpug).
Secondo il dossier presentato da Enzo Cigna l’8 maggio nella sala stampa della Camera, il combinato disposto tra revisione delle aliquote di rendimento, allungamento delle finestre mobili e aumento dei requisiti legati alla speranza di vita rischia di produrre un doppio effetto: pensioni più basse e uscita dal lavoro più tardiva. La platea coinvolta, secondo le stime riportate nello studio, potrebbe arrivare a oltre 730 mila lavoratrici e lavoratori entro il 2043, mentre il taglio complessivo stimato nel periodo 2024-2043 supera i 32 miliardi di euro lordi.

Le simulazioni
Il nodo principale riguarda la revisione delle aliquote di rendimento introdotta con la legge di Bilancio 2024. La modifica interessa la quota retributiva della pensione per chi ha carriere cosiddette «miste», cioè maturate in parte con il vecchio sistema retributivo e in parte con quello contributivo. Ed è proprio questa la fascia più esposta: lavoratori entrati nel pubblico impiego tra gli anni Ottanta e Novanta, troppo giovani per beneficiare pienamente del retributivo ma troppo anziani per essere interamente nel contributivo.
Le simulazioni elaborate dalla Cgil mostrano effetti molto pesanti. Per una retribuzione annua di 30 mila euro il taglio può arrivare, nei casi più penalizzati, a oltre 6 mila euro l’anno. Per stipendi da 50 mila euro la riduzione supera i 10 mila euro annui, mentre con redditi da 70 mila euro si arriva oltre i 14 mila euro l’anno. Proiettando la perdita sull’intera vita pensionistica, la riduzione cumulata può superare i 270 mila euro.
Le finestre mobili e il rinvio dell’uscita
Alla riduzione dell’assegno si aggiunge poi l’allungamento delle finestre per la pensione anticipata. Dal 2028, per le gestioni interessate, la finestra mobile salirà fino a 9 mesi. Significa che anche dopo aver maturato il requisito contributivo sarà necessario restare ulteriormente in servizio prima di poter andare effettivamente in pensione.
È nei casi concreti analizzati dal dossier che l’effetto della stretta previdenziale diventa più evidente. Un lavoratore nato nel 1968 e assunto a 19 anni maturerebbe il requisito contributivo nel 2030, dopo 43 anni e 4 mesi di contributi. Ma l’uscita effettiva slitterebbe al 2031, con 44 anni e 1 mese di lavoro a causa della finestra mobile. Se poi volesse evitare il taglio dell’assegno pensionistico, dovrebbe attendere la pensione di vecchiaia nel 2036: risultato finale, 49 anni e 2 mesi complessivi di attività lavorativa.
Non va molto meglio negli altri casi simulati. Un lavoratore nato nel 1970 arriverebbe a 48 anni e 4 mesi complessivi di lavoro, mentre chi ha iniziato nel 1993 arriverebbe a 47 anni e 8 mesi. Numeri che mostrano come il solo raggiungimento dei contributi necessari non coincida più con l’uscita reale dal lavoro.

Il peso su sanità ed enti locali
L’impatto maggiore riguarda soprattutto il comparto degli enti locali, cioè la gestione Cpdel, che rappresenta la quota più ampia della platea coinvolta. Ma effetti rilevanti interessano anche la sanità pubblica. Per il personale sanitario la normativa prevede un meccanismo di salvaguardia che consente di attenuare il taglio restando più a lungo al lavoro. Nella pratica, però, secondo l’analisi della Cgil, medici, infermieri e operatori potrebbero essere costretti a prolungare ulteriormente l’attività pur di evitare penalizzazioni permanenti sulla pensione.
Il tutto mentre continua a operare il meccanismo automatico di adeguamento alla speranza di vita. La legge di Bilancio 2026 ha soltanto attenuato temporaneamente l’aumento previsto dal 2027, limitandolo a un mese, ma dal 2028 gli incrementi torneranno a regime. Le stime della Ragioneria generale dello Stato indicano un progressivo innalzamento dei requisiti pensionistici nei prossimi decenni.
Per la Cgil si tratta di una scelta che colpisce in particolare le generazioni più giovani del pubblico impiego, già segnate dal passaggio al sistema contributivo, da salari più bassi e da carriere spesso discontinue. Il rischio, sostiene il sindacato, è quello di un progressivo allungamento della permanenza al lavoro accompagnato da assegni pensionistici sensibilmente inferiori rispetto al passato.
8 maggio 2026 ( modifica il 8 maggio 2026 | 12:04)
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