di
Mattia Aimola

Il professor Michele Lancione è un rapper ma anche geografo urbano e docente al Politecnico di Torino, da sempre vicino ad Askatasuna

«Nella mia città troppe piante e dosi». Parte da questo verso, che trasforma il cognome del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi in un gioco di parole, la canzone di Michele Lancione, rapper ma anche geografo urbano e docente al Politecnico di Torino, da sempre vicino ad Askatasuna.

«Dissenso represso»

«La repressione del dissenso attraverso la securitizzazione di spazi e corpi – precisa il professore – è un progetto politico. Serve a educare la popolazione all’impossibilità del dissenso. L’abbiamo visto a Torino, dove per presidiare un singolo edificio, l’Askatasuna sgomberato, si è deciso di militarizzare per mesi tutto un quartiere. La responsabilità politica, civile e morale di queste scelte ricade sulle spalle dei ministri e dei funzionari che le operano», quindi di Piantedosi.



















































Critiche al governo

Il brano è una dura critica alle politiche sulla sicurezza del governo, descritte come strumenti di repressione contro migranti, movimenti sociali e giovani delle periferie. Nel ritornello, «le grandi ombre dritte come fasci» evocano un ritorno dell’autoritarismo e del fascismo, mentre «piante e dosi a regolare tutti i nostri passi» suggerisce l’idea di uno Stato e di un Ministro che controllano e sorvegliano la vita quotidiana. Uno dei passaggi più forti del testo gioca sul doppio significato della parola «canna»: «La canna ti manda in galera ma la canna è già pronta puntata alla tua schiena». Da una parte la cannabis, criminalizzata, dall’altra la canna del fucile, simbolo della forza dello Stato. 

«Discriminazioni razziali»

La canzone denuncia poi violenze durante i controlli di polizia, discriminazioni razziali e abusi nei centri di permanenza per il rimpatrio, attraverso versi come «Trattenuto per la pelle, dalla pelle arrestato», chiaro collegamento ai controlli basati sull’origine delle persone. «La violenza – spiega – in aumento non è solo quella della repressione durante le manifestazioni, ma anche quella delle vessazioni verso persone senza documenti o richiedenti asilo. Come ogni operatore sociale che lavora nei nostri territori può confermare, l’operato delle forze dell’ordine non genera sicurezza, ma aumenta la precarietà di chi già vive in condizioni di estremo degrado».

Il carcere

Il brano tocca poi il tema del sovraffollamento carcerario e delle morti in detenzione, alternando musica e inserti parlati che ricordano dati reali sui suicidi nelle carceri italiane. Nel finale la canzone diventa quasi un appello politico collettivo: «E no no no, non sono l’unica qua che rifiuta piani e dosi per la sicurezza, che il Cpr e la galera te li porta in piazza una razza antifascista che ti fa la festa». Un appello che Lancione descrive così: «L’Italia Repubblicana è nata dall’antifascismo ed è per definizione antifascista. Io mi auguro che ci siano molte cittadine e cittadini che si diano da fare per cambiare la deriva securitaria in cui siamo finiti, perchè per tornare al fascismo non servono le squadracce: serve solo una popolazione silente e compiacente di fronte alla violenza istituzionale già in corso».


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8 maggio 2026 ( modifica il 8 maggio 2026 | 16:33)