Lo hanno chiamato «il padiglione del genocidio». I visitatori vengono accolti da personale gentilissimo che regala belle borse in tela dove infila eleganti depliant. L’installazione artistica di Belu-Simion Fainaru, «The Rose of Nothingness», consiste in una grande piscina rettangolare foderata di nero dove piovono gocce d’acqua a simboleggiare le lacrime versate dagli ebrei durante l’olocausto. Lacrime che nel futuro sono servite a fecondare la Terra Promessa. Stiamo parlando del padiglione di Israele alla Biennale d’Arte di Venezia e, nelle intenzioni dei curatori, l’installazione altro non sarebbe che un messaggio di pace e fraternità.

A far invece chiudere il padiglione, ricordando che in quella Terra Promessa si sta compiendo un genocidio, ci hanno provato 113 artisti internazionali e 18 team di padiglioni nazionali riuniti nella sigla Anga (Art Not Genocide Alliance), collettivo internazionale di lavoratori nel settore dell’arte, con una lettera inviata ai vertici della Biennale. Lettera che è stata ignorata.

Nella scorsa edizione dell’esposizione internazionale, due anni fa, proteste e pressioni ottennero comunque di far spostare il padiglione nazionale dai Giardini alle Tese dell’Arsenale in una zona considerata meno centrale ma più controllabile in caso di manifestazioni di protesta. Ma la soluzione non ha avuto i risultati sperati. Nella tarda mattinata di ieri, proprio in occasione della seconda giornata inaugurale della 61esima Biennale d’Arte, le attiviste e gli attivisti di Anga hanno messo in scena una dura protesta contro la presenza del padiglione israeliano che, di fatto, ha dovuto chiudere i battenti per oltre tre ore con artisti e curatori asserragliati dentro, difesi da un cordone di polizia. Protagoniste dell’iniziativa, un paio di centinaia di persone tra espositori, curatori di altri padiglioni e lavoratori, ai quali si sono spontaneamente aggiunti altrettanti visitatori, per lo più provenienti dall’estero, che hanno dato alla manifestazione un colorito carattere internazionale. Ricordiamo che in questi giorni di pre esposizione, alla Biennale si entra solo con invito riservato a critici d’arte, artisti, giornalisti e addetti ai lavori.

L’iniziativa è scattata alle 12,30. Bandiere della Palestina al vento, striscioni contro il genocidio, slogan pro pal e volantini lanciati in aria in cui si invita a boicottare Israele e tutte le nazioni complici. La manifestazione si è conclusa con un corteo che è sfilato lungo le Tese dell’Arsenale. «Quello che abbiamo di fronte – ha gridato al megafono una portavoce di Anga – è un tentativo di ‘artwashing’. L’arte viene usata per ripulire l’immagine di uno Stato genocida i cui leader sono accusati dalla Corte Penale Internazionale di crimini di guerra e contro l’umanità». In tutto questo la Biennale «è complice», afferma la portavoce.

Anga invita a boicottare anche i padiglioni di tutte quelle nazioni che sostengono Israele. A tale proposito, il collettivo ha diffuso un depliant in cui elenca, nazione per nazione, il livello di collaborazione col governo di Netanyahu. Ce n’è anche per l’Italia, ovviamente, che continua a supportare con materiale militare Tel Aviv.

Ma le proteste contro il «padiglione del genocidio» non si fermeranno qui. Per domani Anga, Biennalocene, Sale Docks, Usb, Cobas e altre associazioni hanno indetto uno sciopero di 24 ore. Sarà il primo sciopero dei lavoratori in tutta la storia della Biennale. «Nessun artista o lavoratore culturale – si legge nel comunicato – dovrebbe essere costretto a condividere una piattaforma con uno Stato accusato di genocidio».