Un percorso che intreccia l’evoluzione storica del paesaggio a voci che raccontano esperienze di coltura, anche secondo nuove pratiche che vanno a tradursi in una migliore qualità del vino, focalizzando lo sguardo sul contributo che la figura dell’architetto può portare a questo settore, non solo per la sua capacità di lavorare sugli spazi, sia quelli della produzione che quelli destinati all’accoglienza dei visitatori, ma anche per offrire ai produttori un diverso modo di comunicare se stessi, attraverso una struttura che sappia incarnare i loro valori. È quello della mostra “Culture e paesaggi del vino. Il senso della terra e la voce dell’architettura” a Ca’ Scarpa a Treviso (23 maggio-2 agosto), a cura di J.K. Mauro Pierconti, organizzata da Fondazione Benetton Studi Ricerche in collaborazione con l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Treviso, per stimolare il visitatore ad un approccio diversificato nei confronti del mondo del vino, e rispondere alla domanda “cosa può dare l’architettura al settore”, attraverso case history di territori come le Colline del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, e di cantine d’autore, tra le più famose al mondo firmate da archistar – selezionate dalla storica rivista “Casabella” (con la quale, in passato, abbiamo raccontate gli esempi pionieri in Italia, in un video) – che vanno da Guado al Tasso di Marchesi Antinori firmata da Fiorenzo Valbonesi asv3 a Bolgheri (2023) a Château Margaux di Foster+Partners a Bordeaux (2015), da Dominus Winery di Herzog & De Meuron in Napa Valley (1998), a Bodega Propriedad de Arínzano di Rafael Moneo nella Navarra (2002), da Vineyard Gantenbein di Bearth Deplazes in Svizzera (2006), a Quinta do Portal di Alvaro Siza nel Douro (2008), alla Vik Winery di Smiljan Radic in Cile (2014), la “The World’s Best Vineyard” 2025 (eletta nella regione ospitante di Margaret River, nella Western Australia, dove è volata anche WineNews, con la regia di Tourism Western Australia, ndr).
La mostra è accompagnata da un ricco calendario di eventi pubblici correlati. Il primo appuntamento anticipa l’inaugurazione, il 22 maggio, coinvolgendo a Palazzo Bomben di Treviso, esperti di diversa formazione e professione nella tavola rotonda “La rivalsa del vino”, che si propone non solo di fotografare lo stato attuale del settore vitivinicolo, ma anche di individuare temi e possibili scenari futuri (con gli interventi di Attilio Scienza, tra i massimi esperti di viticoltura, professore emerito dell’Università di Milano, Danilo Gasparini, storico dell’agricoltura e del cibo dell’Università di Padova – con il quale avevamo parlato del concetto di “terroir” in una nostra intervista – Umberto Marchiori, PhD agronomo e enologo, Diego Tomasi, direttore Consorzio Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, e Fabio Piccoli, direttore “Wine Meridian”). Negli incontri a seguire, si parlerà, invece, di coltivazione della vite, paesaggio, architettura, sostenibilità, tutela territoriale ed enoturismo, e, ognuno, si concluderà con una piccola degustazione, “perché le parole non rimangano tali”.
L’esposizione è articolata in una sezione storico-geografica, curata da Massimo Rossi, geografo della Fondazione Benetton, dedicata a ricostruire le trasformazioni del paesaggio avvenute negli ultimi 200 anni nell’area delle Colline del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg, oggi Patrimonio Unesco, ed in particolare nelle località di San Pietro di Barbozza e Colbertaldo. Attraverso l’analisi delle mappe del Catasto napoleonico realizzate nel 1812, rielaborate per l’esposizione, sarà messo in luce il cambiamento avvenuto nel territorio che, da una secolare coltura promiscua, passa gradualmente alla monocoltura vitivinicola a partire dalla metà del secolo scorso. Grazie a una ricostruzione video che compara le mappe ottocentesche alle foto aeree del 2025, sarà possibile osservare il cambiamento nell’uso del suolo nel corso degli ultimi duecento anni, durante i quali sono profondamente mutati rapporti sociali, sistemi economici e tecniche di coltivazione.
La sezione successiva, a cura di J.K. Mauro Pierconti, dà voce a chi studia e lavora in quell’area che produce il Prosecco Superiore Docg: l’enologo, l’agronomo, vari produttori, lo storico e lo scienziato. Più voci, molte esperienze; conoscenze e pratiche che si radicano nella terra, ma che si proiettano anche verso il futuro. Sulla tradizione vanno, infatti, a innestarsi i nuovi sviluppi della coltivazione vitivinicola, che cercano di affrontare temi e questioni dell’oggi e del domani: la biodiversità, il cambiamento climatico, la questione acqua, la sostituzione dei fertilizzanti chimici con nuovi approcci che puntano alla ricchezza della terra per mezzo di interventi bio-sostenibili e naturali. Azioni che, in alcuni casi, riprendono antiche pratiche come il sovescio, ovvero l’uso di seminare nel periodo autunnale determinate piante che, non solo arricchiscono il suolo, ma fungono da nutrimento per insetti e microfauna. L’imperativo, oggi, è che il terreno sia vivo, e le tecniche messe in campo fanno in modo che la pianta della vite possa crescere sana a forte in un terreno che le fornisce tutto ciò che le serve, senza l’uso di concimi chimici. Ad accompagnare le parole, sono le fotografie di Arcangelo Piai e Georg Tappeiner: i luoghi prendono consistenza e svelano, così, quelle forme precise e caratteristiche che, nel 2019, sono state riconosciute dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità.
Alla figura del coltivatore e di tutti coloro che, nel tempo, hanno reso quello vitivinicolo uno dei settori di successo del made in Italy e uno dei simboli del gusto italiano, si è recentemente aggiunta la figura dell’architetto: e cosa può dare l’architettura al mondo del vino? È il tema della terza sezione, curata dall’architetto Filippo Bricolo di Bricolo / Falsarella, studio che ha al suo attivo la progettazione di diverse cantine, in particolare nel territorio del Lago di Garda. Bricolo ha scelto di rispondere alla questione realizzando per il visitatore sei trattati, ricchi di riflessioni e disegni, fotografie e pensieri, oltre a una grande quantità di altri disegni, eseguiti a mano appositamente per la mostra, che governeranno parte dello spazio espositivo, mostrando il paesaggio morenico sul versante veneto del Garda, che ha dato vita a diversi vini eccellenti. La forma nobile del trattato, presente in architettura dai tempi di Vitruvio e ampiamente utilizzata nel Rinascimento, ha qui il merito di descrivere e raccogliere un ragionamento con finalità pratiche su temi determinanti nella relazione cantina-progetto. Per esempio, la possibilità d’uso del brolo, il tradizionale spazio scoperto che può essere pensato come luogo in cui il paesaggio circostante le vigne e il visitatore si incontrano: un’occasione costruita lavorando su spazi aperti e materiali naturali. Oppure il tema della luce, o meglio della penombra che vive nell’entroterra della barricaia: il passaggio dalla luce dell’esterno alla penombra della cantina, così come dal caldo al fresco, porta a sviluppare una maggiore sensibilità, a cogliere il variare delle condizioni ambientali. L’architetto deve saper coniugare queste caratteristiche a spazi che vadano a interagire con esse, facendo sì che il visitatore possa coglierne il continuo mutare, vivendole personalmente con il proprio corpo. È così che si forma l’esperienza di visita di una cantina, che non si traduce semplicemente nella vista di botti e bottiglie, ma anche nella percezione cosciente di uno spazio dedicato al vino e al suo ambiente.
Su questo tema, ovvero la capacità di offrire strutture reali, espressione anche della sensibilità artistica dei progettisti, si inserisce l’ultima sezione della mostra che racconta 7 architetture radicate, curata da Francesca Chiorino e Roberto Bosi, membri della redazione della rivista internazionale di architettura “Casabella” e autori di diverse pubblicazioni e mostre sul tema. Chiorino e Bosi presenteranno 7 cantine realizzate nel mondo negli ultimi 25 anni, quasi a coprire un’intera generazione e completando, così, anche quel processo di progressivo allargamento dello sguardo che l’esposizione compie salendo ogni piano di Ca’ Scarpa. Le cantine sono state selezionate rispetto a tre temi fondamentali: paesaggio, produzione e cantina, accoglienza. Temi che sono stati diversamente calibrati e sviluppati dai vari architetti coinvolti, la cui opera viene presentata attraverso fotografie – con fotografi come Architekturzentrum Wien/Margherita Spiluttini, Roland Halbe, Bodega Propiedad de Arínzano, Ralph Feiner, Fernando Guerra/FG+SG, Cristobal Palma/Estudio Palma, Nigel Young/Foster+partners e Pietro Savorelli – disegni, schizzi e brevi testi, esposti all’esterno e all’interno di una struttura appositamente creata per la mostra.
Ad intrecciare sezioni e temi, è il doppio progetto di allestimento: quello di Bricolo / Falsarella, per la sezione che riflette la sua produzione architettonica; e quello delle altre parti del percorso espositivo, ideato da Kopio Office + Bovo, un gruppo di giovani architetti, selezionato attraverso un apposito bando, realizzato dall’Ordine degli Architetti di Treviso e dalla Fondazione Benetton e riservato ad architetti under 35 della provincia di Treviso. Merito di Kopio Office + Bovo è stato anche quello di aver saputo integrare, all’interno della stessa mostra, i due diversi progetti di allestimento, delineando una rete di connessione che si nutre di materiali effettivamente in uso nelle vigne e che contribuiscono, per forme e consistenza fisica, a creare un ulteriore livello di lettura del paesaggio, che va a interagire attivamente con i materiali in esposizione. Il progetto grafico, realizzato dallo studio Iknoki, ha interpretato le diverse stratificazioni presenti in mostra elaborando un “paesaggio” tipografico, mai statico, ma in continua trasformazione.
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