Zerocalcare (sinistra) e Maicol & Mirco (destra), da una scena di “Generazione Fumetto”
Di documentari sul fumetto non è che se ne facciano tanti, e meno ancora sono quelli che, in forma di lungometraggio, escono al cinema. In questo senso, Generazione Fumetto rappresenta una discreta eccezione.
Attraverso le testimonianze personali e professionali di sette fumettisti più o meno coetanei (Zerocalcare, Giacomo Bevilacqua, Sara Pichelli, Mirka Andolfo, Maicol & Mirco, Sio e Rita Petruccioli), Generazione Fumetto prova a raccontare come quell’ondata di autori abbia plasmato la percezione che il pubblico italiano ha ora del fumetto, un mezzo d’espressione che si è evoluto passando dal passatempo per bambini all’arte legittimata in quasi tutti i contesti culturali. Oltre ai diretti interessati, il documentario include una serie di interviste ad altri fumettisti, operatori del settore o personalità in vista amanti del fumetti, come Lillo Petrolo, Gabriele Mainetti, Vera Gheno e Stefano Rapone.
Realizzato in collaborazione con Lucca Comics & Games, Generazione Fumetto è prodotto e diretto da Omar Rashid, creativo trasversale che si occupa di art direction, produzione, regia e realtà virtuale. Fondatore di Gold, un laboratorio creativo nato nel 2003 che unisce il mondo streetwear e la produzione audiovisiva, ha diretto documentari in realtà virtuale come GKNVR, Lockdown 2020 – L’Italia Invisibile e The Italian Baba – La mia grotta in India (con Elio Germano).
Generazione Fumetto sarà distribuito nei cinema italiani l’11, 12 e 13 maggio grazie a Trent Film e Valmyn. A questo link trovate l’elenco delle sale in cui sarà possibile vederlo.
Per l’occasione, abbiamo chiesto a Rashid le origini e ispirazioni di un progetto che, almeno sulla carta, punta a diventare molto di più.
L’idea del documentario da dove nasce?
Nasce da una chiacchierata casuale con Giacomo Bevilacqua, che una volta mi fa una battuta dicendo «dovresti farlo tu un documentario sui fumetti». Questa cosa mi si pianta in testa e inizio a pensarci per qualche giorno. Dopodiché scrivo a Giacomo dicendogli che avrei voluto farlo. Il mio approccio, in generale, è quello di buttare fuori tutto quello che mi viene in mente, le idee, i concetti, i temi, per poi cercare di individuare una zona circoscritta, un microcosmo che serva a raccontare un macrocosmo.
E in questo caso qual è stato il microcosmo?
L’idea di una generazione di fumettisti che ha sdoganato il linguaggio del fumetto. Gli autori protagonisti sono persone che conosco e che ritengo portino avanti un discorso nuovo rispetto alle generazioni precedenti. Non che il linguaggio non fosse completo prima di allora, ma era, diciamo, avvolto da una percezione sbagliata, basata sul fatto che il fumetto fosse letteratura minore o comunque qualcosa la cui fruizione terminava con l’infanzia. Ripeto, non è che prima non esistesse il fumetto per adulti, ma io per primo ero vittima di questo preconcetto, nel senso che avevo la sensazione di interagire con una forma d’espressione che era considerata per bambini.
Poi nel momento in cui è arrivata – dico il nome di Zerocalcare perché secondo me è quello che più di tutti ha impattato, però prima Gipi ha consacrato il linguaggio – ha fatto capire che era molto più complesso di quello che poteva apparire. E quindi ho cercato di individuare in quella generazione quelli che secondo me hanno fatto fare questo salto, soprattutto perché non hanno mai smesso di leggere, sono diventati adulti, sono diventati lettori e autori adulti.
Prima la mia percezione era che il fumettista cinquantenne di una generazione precedente comunque venisse percepito in maniera strana dai suoi coetanei. Il fumettista quarantenne-cinquantenne di adesso no, viene percepito dai propri coetanei come un professionista, anzi, come uno di successo. E quindi ho cercato di portare avanti questa tesi e in parallelo anche quella del fatto che il fumetto è un linguaggio, non è una declinazione di un altro linguaggio, un po’ come…
È un po’ come la distinzione che si fa di solito con il cinema e l’animazione. L’animazione è sempre percepita come un genere del cinema, invece è un linguaggio che ha in comune alcune modalità di espressione, ma non tutte.
Esattamente. Poi, puoi raccontare tutto in tutti i linguaggi ovviamente, però ci sono linguaggi che sono più adatti a raccontare certe cose, e secondo me il fumetto si presta particolarmente bene a raccontarne alcune.
Secondo te cos’è che il fumetto sa raccontare meglio?
Faccio un esempio molto recente, l’ultimo fumetto di Zerocalcare, Nel nido dei serpenti. Per me è la cosa che più di tutte fa percepire l’ascesa del Nazismo, in Ungheria e in determinati contesti, meglio di un saggio, meglio di un servizio televisivo, meglio di chiunque altro l’abbia raccontato. Un po’ perché lui è un autore straordinario, quindi c’è da tenere conto anche di questo, un po’ perché il fatto di accompagnare le immagini con le parole crea collegamenti diversi nel lettore rispetto alla sola lettura o alla visione più passiva di un audiovisivo. Essendo un linguaggio ibrido che è fatto appunto di immagini e parole, comunque richiede una fruizione attiva, molto più attiva di un libro di sole parole.
Generazione Fumetto è diviso in capitoli che raccontano le vita dei fumettisti, ma all’interno ci sono anche discorsi più generici sulla percezione del fumetto in Italia. Questa struttura ce l’avevi già chiara dall’inizio?
Quando ho iniziato a girare avevo chiaramente delle idee, per esempio il fatto che i protagonisti, i sette artisti, raccontassero se stessi, mentre tutti gli altri intervistati raccontassero il medium nel ruolo di commentatori. Questa impostazione l’avevo chiara dall’inizio. Infatti, se hai notato, i sette protagonisti sono ripresi frontalmente e parlano direttamente al pubblico, rompendo la quarta parete, mentre tutti gli altri sono ripresi di taglio, come in un’intervista tradizionale.
Poi, sai, il documentario in generale è un’operazione fluida: si parte con delle idee, con delle convinzioni su cosa ci si aspetta di trovare o su che risposte ci si aspetta di ricevere dagli intervistati, e poi però la realtà ti sorprende sempre. Io sono partito con un’idea abbastanza precisa di dove volevo arrivare. Poi durante la fase di montaggio si è riscritto qualcosa, si è adattato, però il risultato finale non è troppo distante da quello che avevo in mente all’inizio.
Come hai scelto i sette protagonisti?
Di tutti conoscevo, ovviamente, le opere, alcuni li conoscevo personalmente. La scelta dei sette è stata pensata per coprire uno spettro il più ampio possibile. Ognuno di loro racconta una specificità del medium fumetto: Sara Pichelli è la disegnatrice che lavora per l’America; Maicol & Mirco è quello che più di tutti ha fatto della sintesi il suo punto di forza; Sio si è costruito un ecosistema tutto intorno; Zerocalcare è crossmediale; Giacomo Bevilacqua è quello che fa dalla striscia al graphic novel; Mirka Andolfo racconta il tema erotico, che è un aspetto gigante del fumetto; Rita Petruccioli è quella che più di tutte, per me, fa un un discorso anche politico con i suoi fumetti.
E quindi mi piaceva raccontare tutte queste sfumature, mentre i commentatori, quelli che raccontano il medium, sono stati scelti in maniera più trasversale possibile, cercando di coinvolgere personalità tangenti al mondo del fumetto che potessero essere riconoscibili anche da chi non mastica questo linguaggio. L’obiettivo è quello di parlare a chi conosce i fumetti, ma anche a chi ci si avvicina la prima volta. E magari è più facile che mia madre conosca Lillo piuttosto che Zerocalcare, per esempio.
Avevi in mente documentari sul fumetto che ti hanno ispirato nella realizzazione del tuo progetto?
No, in quest’opera non ci sono particolari riferimenti. Il fumetto lo conosco bene, è il primo linguaggio che ho imparato da piccolo e ho avuto una fase in cui volevo fare fumetti da ragazzino, quindi ero preparato sul tema. A livello visivo ho fatto ricerche di documentari sui fumetti, ma non ho trovato niente di interessante. I documentari sul fumetto che ho trovato erano quasi più reportage che documentari propriamente detti. Quelli che sono andato a vedere o erano molto tematici, nel senso che raccontavano un singolo autore, o erano servizi, in qualche maniera.
Nel momento in cui ho iniziato questa ricerca, vedendo che andava in quella direzione lì, non ho neanche approfondito il tema, non volevo farmi troppo condizionare da questa idea. Poi, se vogliamo parlare di quello che si diceva prima, cioè del raccontare il macro attraverso il micro, ci sono mille documentari che hanno questo approccio. Per fare un nome, Babies, un documentario che racconta il primo anno di vita di alcuni bambini di quattro o cinque paesi diversi.
Nell’ambito dei documentari, hai degli ambiti preferiti, dei registri preferiti?
Li guardo spesso, ma non ho un autore preferito. Anche nei lavori che ho fatto in ambito documentaristico ho preso più dal cinema che dal documentario, a livello di ispirazioni o di spunti che mi hanno stimolato idee. Guardo più al cinema che al documentario, almeno in modo consapevole.
E nel cinema quali sono i tuoi riferimenti?
Sono abbastanza onnivoro. Per farti un esempio, in Nelson – Jorit e il condominio dei diritti, un breve documentario sulla realizzazione di un’opera di Jorit a Firenze, una delle mie reference principali era La parola ai giurati di Sidney Lumet, perché mi piaceva l’idea che partisse da lontano e poi si avvicinasse. Io l’ho fatto al contrario, sono partito vicinissimo con l’inquadratura, in modo che non si capisse cosa stava facendo, e mi sono allontanato. Ho pensato consciamente a come aveva girato Lumet e l’ho ribaltato.
Comunque, a parte i classici mostri sacri (Kubrick, Tarantino, Woody Allen), mi piace molto Maurizio Nichetti, che è troppo sottovalutato. Nichetti ha un approccio artigianale folle che mi piace molto. Tendenzialmente, quelli che mettono l’ironia nei loro lavori mi piacciono molto. Mel Brooks è un altro autore che mi ha formato tantissimo da ragazzino.
Il formato documentaristico, sia lungometraggio che serializzato, adesso va tantissimo. Generazione Fumetto si presterebbe a essere ampliato in un documentario a episodi.
L’idea, dall’inizio, è sempre stata quella di una produzione che fosse lungimirante, nel senso che ci siamo detti «giriamo come se dovessimo fare una serie e un film». Perciò io ho costruito il film quasi come se fosse una puntata pilota che però allo stesso tempo fosse autoconclusiva e godibile di per sé.
La serie potrebbe poi essere un approfondimento dei sette protagonisti. Di ognuno di loro ho raccolto tanto materiale. Parliamo di ore di interviste per ciascuno. E quindi spero che, se Generazione fumetto funzionerà, si apriranno le prospettive per realizzare anche la serie, che comunque si troverebbe parte del lavoro già fatto.
E dopo questa “generazione fumetto”, secondo te chi sta portando avanti il fumetto italiano, tra gli autori più giovani rispetto a quelli protagonisti del documentario?
Ci sono tanti nomi che mi vengono in mente di fumettisti che mi piacciono… Claudia Petrazzi, Fraffrog, ma anche Fumettibrutti, che ha utilizzato il fumetto per raccontare una storia personale che secondo me ha trovato la sua massima espressione proprio con questo linguaggio, più di altri.
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