La decisione dell’azienda giapponese di aumentare il prezzo di Switch 2 da settembre (fino a 499,99 euro in Europa) non è un caso isolato. È il sintomo di una trasformazione strutturale del mercato tecnologico globale, in cui la corsa all’AI sta rimodellando persino il costo delle console

Da settembre, Nintendo Switch 2 (qui la nostra recensione) costerà di più praticamente ovunque nel mondo. In Europa il prezzo salirà di trenta euro, raggiungendo quota 499,99 euro. Negli Stati Uniti l’aumento sarà ancora più netto: cinquanta dollari in più, fino a 499,99 dollari, con il Canada che seguirà a ruota a 679,99 dollari canadesi. Il Giappone, mercato domestico dell’azienda, registrerà i rincari più consistenti dell’intera gamma hardware: circa diecimila yen in più su tutti i modelli, da Switch Lite fino alla nuova Switch 2, che arriverà a 59.980 yen. Nintendo, nel comunicato ufficiale, ha parlato genericamente di «cambiamenti nelle condizioni di mercato» e della necessità di tenere conto del «contesto economico globale». Una formulazione volutamente ampia, che nasconde però una serie di dinamiche precise e, in larga misura, strutturali.
La notizia in sé non ha colto di sorpresa gli analisti del settore. Da mesi, chiunque osservasse con attenzione l’industria dell’elettronica di consumo prevedeva aggiustamenti verso l’alto, non verso il basso. E questo è già di per sé un fatto storico degno di riflessione.

La fine di una legge non scritta

Per decenni, il mercato delle console ha funzionato secondo una logica quasi meccanica: si lancia un hardware a un prezzo elevato, poi lo si abbassa nel tempo man mano che i costi di produzione scendono e la concorrenza si fa sentire. Era una regola informale ma solidissima, che guidava le aspettative dei consumatori e le strategie delle aziende. Chi aspettava un anno o due dopo il lancio poteva comprare la stessa console a un prezzo sensibilmente inferiore. Quella regola non vale più, o almeno non vale più come prima.
Oggi si assiste al fenomeno opposto: hardware che al lancio costa già molto e che nel tempo tende a salire, non a scendere. Sony ha già percorso questa strada, aumentando i prezzi di PlayStation 5, PlayStation 5 Pro e PlayStation Portal in diversi mercati. Lenovo ha fatto qualcosa di simile con Legion Go. Nintendo ora si allinea. È la risposta razionale a una serie di pressioni esterne che stanno comprimendo i margini dell’intera filiera tecnologica.



















































Al cuore di questa trasformazione c’è un componente apparentemente banale, eppure decisivo: la memoria Ram. Il suo costo, nell’arco degli ultimi dodici-diciotto mesi, è aumentato in misura significativa. La causa principale va cercata nella domanda generata dall’intelligenza artificiale. L’addestramento e il funzionamento dei grandi modelli linguistici (quelli alla base di strumenti come ChatGPT, Gemini, Claude e decine di altri sistemi) richiede quantità enormi di memoria ad alta velocità. I data center che ospitano questi sistemi consumano chip di memoria in volumi che fino a pochi anni fa sarebbero stati inimmaginabili. I principali produttori mondiali di DRAM (Samsung, SK Hynix, Micron) si trovano a fronteggiare una domanda che supera la loro capacità produttiva attuale, e hanno scelto, comprensibilmente, di privilegiare i clienti che pagano di più: le grandi aziende tecnologiche che costruiscono infrastrutture AI.
Il risultato è che chip un tempo abbondanti e relativamente economici sono diventati una risorsa contesa. Nintendo, come tutti gli altri produttori di hardware consumer, compra sul mercato gli stessi componenti che Apple, Google e Microsoft acquistano per i loro server. E in questo mercato, una console da gioco non ha il potere contrattuale di un hyperscaler che ordina centinaia di milioni di dollari di memoria ogni trimestre.

Dazi, logistica e la geografia del made in Japan

Al problema delle memorie si sovrappongono altre pressioni, di natura più geopolitica. I dazi statunitensi sulle importazioni di elettronica (uno degli strumenti centrali della politica commerciale dell’amministrazione Trump) avevano già complicato il lancio di Switch 2 negli Stati Uniti nei mesi scorsi, creando incertezza sulla catena di approvvigionamento e sui prezzi al dettaglio. Il fatto che Nintendo produca buona parte del suo hardware in Asia, con una filiera che attraversa più giurisdizioni, la espone in misura significativa a questi shock tariffari. A questo si aggiungono i costi logistici, ancora elevati rispetto ai livelli pre-pandemia nonostante il parziale allentamento delle tensioni sulle rotte marittime globali. Spedire container dall’Asia all’Europa o al Nord America costa ancora di più di quanto costasse nel 2019. E ogni incremento di costo, a questo livello della filiera, si trasferisce inevitabilmente a valle. Per il Giappone, poi, c’è un fattore ulteriore: lo yen debole. La valuta giapponese ha perso terreno in misura considerevole rispetto al dollaro e all’euro negli ultimi anni, e questo significa che i ricavi di Nintendo nei mercati internazionali, una volta convertiti, valgono di più in yen. Ma significa anche che i costi sostenuti in valuta estera (componenti acquistati in dollari, logistica fatturata in euro) pesano di più sul bilancio dell’azienda. L’aumento dei prezzi in Giappone riflette anche questo riallineamento valutario, oltre che il tentativo di portare i listini nipponici più in linea con quelli internazionali.

Un’industria che cambia pelle

L’annuncio non riguarda solo l’hardware. Nintendo ha comunicato anche un aumento dei prezzi degli abbonamenti a Nintendo Switch Online sul mercato giapponese. Una scelta mirata, che punta a uniformare i costi del servizio a livello globale: in Giappone, storicamente, gli abbonamenti digitali venivano offerti a prezzi molto più bassi rispetto all’Europa o agli Stati Uniti. Si tratta di un aggiustamento che il mercato giapponese probabilmente assorbirà, ma che segnala come anche i servizi ricorrenti, non solo l’hardware fisico, siano soggetti a revisioni al rialzo in un contesto economico mutato.
La vicenda Switch 2 è, in fondo, uno specchio di qualcosa di più ampio. L’intelligenza artificiale sta cambiando anche il costo dell’elettronica di consumo, alterando i mercati delle materie prime digitali su cui si regge l’intera industria. Chi compra una console, un laptop o uno smartphone nel 2026 sta pagando, in piccola parte, anche il costo della corsa globale all’AI. Una connessione quasi controintuitiva, che sfugge alla percezione comune, ma che determina scelte molto concrete: il prezzo di un regalo sotto l’albero, l’accessibilità di un dispositivo di intrattenimento, la sostenibilità di un modello industriale che per trent’anni ha funzionato seguendo una traiettoria opposta. 

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8 maggio 2026