San Giacomo si propone così come prototipo di una possibile ecologia istituzionale veneziana: in una laguna dove molte isole sono state privatizzate, abbandonate o trasformate in enclave turistiche, il progetto insiste invece sull’idea di apertura e accessibilità. La stessa scelta di mantenere leggibili le denominazioni storiche — le Polveriere, la vedetta, la vigna — evita la neutralizzazione semantica tipica dei nuovi campus culturali e conserva tracce della memoria militare e agricola del luogo.
Dentro questo quadro si inserisce il programma inaugurale del 7 maggio 2026. Le due polveriere napoleoniche ospitano rispettivamente Fanfare/Lament di Matt Copson, curata da Hans Ulrich Obrist, e la collettiva Don’t have hope, be hope!, costruita a partire dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo. Ma anche in questo caso il punto non è tanto l’autonomia delle mostre quanto la loro relazione con l’isola stessa.