Per anni la transizione energetica è stata raccontata come una battaglia ambientale. Ma oggi, con la guerra in Iran e il blocco dello Stretto di Hormuz, il vero motore della decarbonizzazione sembra essere un altro: la geopolitica. Quando il petrolio diventa instabile, costoso e vulnerabile militarmente, elettrificazione e auto elettrica smettono di essere soltanto una scelta “green” e diventano una questione strategica. Ne parliamo con Giuseppe Sabella, direttore di Oikonova.

Lei sostiene che con il blocco di Hormuz c’è un prima e c’è un dopo. Perché?
Anzitutto, per usare una terminologia efficace e cara a Edward Fishman – studioso americano di relazioni internazionali ed ex diplomatico – Hormuz è uno dei chokepoints (punti di strozzatura) più importanti del mondo, insieme a Suez, Bab el Mandeb, Formosa e Malacca. Ogni volta che vi sono incidenti in questi stretti, si producono effetti immediati su materie prime, energia, semiconduttori, fertilizzanti, alimentari e trasporti. In particolare, considerando che da Hormuz partono il 20% del petrolio e il 25% di GNL commercializzati nel mondo, non solo oil and gas registrano forti rialzi, ma il fossile non è più soltanto una commodity energetica: è diventato un rischio logistico, militare e geopolitico. Per mercati e consumatori, questo shock è un punto di non ritorno.

In che modo la crisi dello Stretto di Hormuz sta influenzando gli equilibri energetici mondiali e la stabilità economica internazionale?
La crisi di Hormuz del 2026 sta accelerando qualcosa che era già iniziato dopo Ucraina, Covid e tensioni USA-Cina: la frammentazione delle catene energetiche e delle materie prime in blocchi geopolitici regionali. Come abbiamo detto anche in altre occasioni, è la fine dell’illusione globalista. La vera novità non è solo il prezzo del petrolio, ma il ridisegno delle rotte, dei porti strategici, delle assicurazioni marittime e dei fornitori “politicamente affidabili”. Parallelamente, assistiamo a una nuova centralità delle infrastrutture terrestri. Oleodotti, gasdotti e corridoi energetici diventano strumenti strategici per ridurre la dipendenza dai chokepoint marittimi. Non è un caso che Arabia Saudita ed Emirati Arabi stiano rafforzando infrastrutture energetiche alternative a Hormuz. Riyadh punta sull’oleodotto Est-Ovest verso Yanbu, sul Mar Rosso, mentre Abu Dhabi consolida il terminale di Fujairah, già collocato fuori dallo stretto e affacciato direttamente sull’Oceano Indiano. Allo stesso tempo, il Mediterraneo orientale torna centrale nella competizione energetica globale: Egitto, Israele, Grecia e Turchia stanno acquisendo peso come hub di transito, rigassificazione e redistribuzione energetica verso l’Europa.

La crisi di Hormuz sta accelerando anche la transizione energetica?
La crisi di Hormuz sta accelerando il passaggio da una globalizzazione energetica marittima a una regionalizzazione infrastrutturale dell’energia. Ma la vera svolta è che, accanto alla diversificazione delle rotte, cresce anche la necessità di ridurre strutturalmente la dipendenza dal petrolio importato. Ed è qui che la transizione energetica accelera: l’elettrificazione riduce la vulnerabilità geopolitica. Un Paese elettrificato importa meno petrolio, dipende meno dalle rotte marittime e può produrre energia internamente. Quindi: energia rinnovabile, nucleare, accumulo, reti, veicoli elettrici a batteria (BEV) e pompe di calore diventano strumenti di sicurezza nazionale, non solo strumenti climatici. In sintesi: la transizione energetica del XXI secolo è guidata meno dagli ambientalisti e più dagli strateghi militari.

In particolare, per quel che riguarda l’auto elettrica abbiamo visto una crescita rilevante nelle immatricolazioni di questo ultimo periodo. È un effetto della crisi di Hormuz?
Sì, dopo l’escalation della guerra in Iran e le tensioni su Hormuz, il mercato europeo dell’auto elettrica ha registrato una forte accelerazione, proprio mentre tornavano a salire benzina e diesel. In particolare: le immatricolazioni di BEV registrano un +48,9% a marzo 2026 rispetto a marzo 2025; la quota BEV è salita al 19,4% del mercato europeo nel primo trimestre 2026, contro il 15,2% dell’anno precedente; oltre 546 mila auto elettriche immatricolate nel trimestre e crescita molto sostenuta in Italia (+65,7%), Francia (+50,4%) e Germania (+41,3%). Potremmo dire che, con la crisi di Hormuz, l’auto elettrica smette di essere un simbolo ideologico e diventa una copertura contro il rischio geopolitico. Non è più soltanto il prodotto della politica climatica, ma uno strumento di protezione dal caro carburante e dall’instabilità delle rotte petrolifere.

La frammentazione dell’ordine internazionale sta riportando al centro della competizione globale il controllo delle risorse energetiche, delle filiere strategiche e delle infrastrutture di approvvigionamento?
Sì, come da diverso tempo sostengo nelle mie pubblicazioni. In particolare, le spinte verso l’autonomia energetica sono due: in primis, la crisi del multilateralismo e del mercato globale; in secondo luogo, l’innovazione digitale e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Del primo punto abbiamo parlato pocanzi. Relativamente al secondo punto, la transizione digitale e l’ascesa dell’intelligenza artificiale stanno trasformando l’energia nel prerequisito del primato tecnologico. Data center, capacità computazionale e infrastrutture digitali richiedono enormi quantità di elettricità: per questo l’autonomia energetica torna a essere una dimensione decisiva della potenza. In questo senso, la Cina è cresciuta in modo molto rapido legando lo sviluppo tecnologico al controllo delle supply chain, in particolare delle risorse materiali necessarie alla produzione avanzata: le terre rare sono diventate un nodo strategico per elettronica, intelligenza artificiale e tecnologie verdi. Gli Stati Uniti mantengono un primato tecnologico grazie alle BigTech, ma hanno rafforzato ulteriormente la propria posizione attraverso la sovranità energetica conquistata con la shale revolution. In una fase in cui energia e tecnologia sono sempre più inseparabili, questo conferisce a Washington un vantaggio strutturale. Se il Novecento è stato il secolo della geopolitica del petrolio, il XXI secolo sarà quello della geopolitica dell’elettricità, delle batterie e delle terre rare. La transizione energetica, oggi, è sempre meno una questione ambientale e sempre più una questione di potenza. È una trasformazione che nel mio ultimo libro ho definito “la grande transizione del capitalismo”: anche la Cina, al pari di Stati Uniti ed Europa, va ormai interpretata come una potenza pienamente capitalista. Il superamento dell’economia dei fossili produrrà certamente benefici ambientali, ma ciò che oggi spinge davvero la transizione è soprattutto la competizione strategica tra le grandi potenze.