A Brescia per l’ultimo saluto al fantasista, la chiesa era gremita. Con molti calciatori, ex giocatori e dirigenti interisti, del Brescia e non solo
In questo fiume di amore nerazzurro e bresciano, passione per il calcio e per la vita, è come se tutti dicessero quella vecchia parola: insisto. Come il tormentone che lo ha accompagnato fino all’ultimo dribbling. Scusa se insisto, Evaristo, nel volerti salutare ancora una volta e dirti quanto sei stato geniale, scapigliato, imprendibile. Tutto e niente. Nella chiesa della Conversione di San Paolo, nella sua Brescia, accanto all’oratorio di San Domenico Savio, lì dove ha iniziato ad affinare il sinistro di velluto morbido, si è celebrato il funerale di Evaristo Beccalossi: l’ex campione interista è morto a 69 anni martedì scorso, dopo che a gennaio 2025 un’emorragia cerebrale lo aveva colpito senza preavviso. Accanto alla bara coperta da una dieci dell’Inter e da un’altra del Brescia, con sciarpe delle due squadre del cuore pronte a coprire ogni angolo, il gonfalone dell’Inter, quello del coordinamento dei club nerazzurri della provincia di Brescia e, soprattutto, quello del Milan: è il Diavolo che aveva fatto penare, la dimostrazione che un campione così appartiene a tutti. Vicino alla moglie Danila e alla figlia Nagaja, addetta stampa della prima squadra nerazzurra, Enrico Ruggeri, amico di una vita, che ha fatto in tempo a dare un ultimo abbraccio fraterno in ospedale un attimo prima della fine. In chiesa, oltre ai tanti tifosi, a rappresentare ufficialmente l’Inter c’erano il direttore sportivo Piero Ausilio, il vicepresidente Javier Zanetti, il Chief of Staff Massimiliano Catanese (il presidente Beppe Marotta, passato tra i primi alla camera ardente, era bloccato a Roma per impegni pregressi), il tecnico dell’U23 Stefano Vecchi e pure Pio Esposito, che non viaggia con i compagni per la Capitale. Pio è arrivato bambino in questa città e ha conosciuto da vicino il Becca nelle nazionali giovanili. “Grazie per come hai giocato e come ti sei giocato, sei stato un dono per tutti: sarebbe bello che ora l’Inter ti dedicasse lo scudetto appena vinto. Chiamiamolo… scudetto Beccalossi”, ha detto don Marco Mori, molto vicino a Evaristo in vita e nella malattia, officiante di provata fede interista. Becca avrebbe compiuto 70 anni martedì prossimo, ma ha fatto in tempo a conoscere la notizia: appena finita la partita col Parma, gli era stato detto del tricolore numero 21 vinto dai suoi ragazzi.
scartare anche la vita—
Arrivati in questa chiesa per Evaristo, tifosi di ogni età e di diverso colore, più autorità e vecchi compagni, molti in lacrime. C’era la sindaca di Brescia Laura Castelletti e i vecchi scudieri dell’Inter scudettata, che hanno circondato la bara alla fine, come avrebbero fatto in campo per il loro dieci pieno, indolente e geniale: Lele Oriali, arrivato da Napoli, Carlo Muraro, Ivano Bordon, Beppe Baresi, Giancarlo Pasinato, Alessandro Scanziani e Beppe Bergomi, che in quel 1979-80 era un ragazzo di bottega con una presenzina solo in Coppa Italia. Sparsi tra i banchi, poi, Max Pezzali con la moglie Deborah, l’ex ct della Nazionale Cesare Prandelli, l’allenatore degli azzurrini U19 Alberto Bollini, Aldo Serena, Francesco Toldo, Fabio Galante. Fuori una delegazione di ultrà nerazzurri e, dietro allo striscione dei Boys, quasi nascosto dentro al suo cappellino, Paolo Rossi: il comico mai così triste è rimasto lì, senza muoversi. Il suo monologo sui due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava in Coppa delle Coppe è, invece, il più citato degli ultimi giorni. Come immancabile padrone di casa, l’Union Brescia nel proprio stato maggiore: in rappresentanza della società, pronta a giocarsi i playoff di C, il club manager Edo Piovani, l’allenatore Eugenio Corini, l’ad Marco Leali e il capitano Davide Balestrero. “Era un bravo gnaro…”, ha detto non a caso don Mori, usando un’espressione di questa zona: semplicemente una brava persona, con vizi altrettanto umani. “Adesso Evaristo mi direbbe: don, mentre predichi esco a fumare una sigaretta”, è stata la premessa stessa dell’omelia. E Mattia, il figlio di Alessandro Altobelli, che non ha fatto in tempo a rientrare dal Kuwait, ha concluso leggendo la lettera del gemello Spillo. Una carezza dopo questa giocata del Becca: “Eravamo due facce della stessa medaglia e tu sei stato capace di scartare tutti, anche la vita”.