Luca Tommassini era uno dei tanti ballerini che ha imparato a danzare e ad amare l’arte della danza grazie a Michael Jackson. A differenza di molti di loro però Luca è riuscito a esaudire il sogno di lavorare con lui. Quando è ancora un ragazzo Tommassini inizia a studiare con attenzione i passi del Re del pop guardando i suoi videoclip musicali (dei veri e propri cortometraggi) e contemplando con ammirazione le sue performance live. A soli 16 anni lascia la sua famiglia e la sua città e vola dall’altra parte del mondo accompagnato solo da una valigia carica di speranze. Nel nuovo mondo inizia a studiare con impegno e dedizione, privandosi di ciò che non era necessario per il raggiungimento del traguardo finale. La sua tenacia gli permetterà di arrivare al cospetto di Madonna e diventare uno dei membri del corpo di ballo di una delle sue tournée più fortunate, il The Girlie Show World Tour. Un prestigioso traguardo lavorativo che lo ha condotto a un grado di separazione dal suo eterno idolo.

Ed è proprio la Regina del pop a regalargli una delle più grandi opportunità della vita portandolo con sé a un concerto di Michael a Città del Messico. L’occasione di lavorare con la leggenda della musica arriva però qualche anno più tardi. Luca è uno dei ballerini del video che accompagna Blood on the Dance Floor, singolo apripista del remix album Blood on the Dance Floor: HIStory in the Mix. Una collaborazione breve ma intensa di cui Tommassini conserva ancora un intatto e prezioso ricordo.

A distanza di quasi 30 anni da quell’indimenticabile incontro il coreografo ha riabbracciato con affetto e nostalgia il mondo di Michael grazie al biopic, uscito di recente nelle sale e che sta ottenendo numeri record al botteghino. Luca è uno degli invitati della Global Fan Celebration di Berlino dove è riavvenuta la stessa magia che ha reso Jackson una leggenda immortale. A distanza di qualche giorno da quell’evento Tommassini ha raccontato le sue emozioni a Next Gen Magazine, condividendo anche qualche ricordo del Michael privato che ha avuto la fortuna di scoprire.

«Il film racconta e celebra finalmente Michael dagli occhi di Michael»

Hai partecipato alla global premiere di Berlino, che esperienza è stata?

È stata un’esperienza unica e inaspettata. In tutti questi anni dopo la morte di Michael sono stati tentati documentari, film, serie TV che ci hanno sempre deluso. Qui è successo qualcosa di magico. Ha sorpreso anche me. Sono andato alla prima che avevo quasi timore. L’organizzazione è stata perfetta. Sono stati tre giorni di full immersion nel suo mondo, sono state ricostruite tante delle sue scenografie. Si poteva giocare anche a entrare e uscire dai suoi video, è stato bellissimo. Poi Berlino, una città che lui ha amato e che lo ha amato. Il film è stata una sorpresa enorme. Era la prima proiezione con quasi tutta la famiglia ed è stata un’emozione immensa. Non so spiegarlo ma a me sembrava di rivivere Michael. Mi ha sorpreso il riconoscimento nei miei confronti come unico ballerino italiano di Michael, si sono presi cura di questo aspetto. Così come nel film si sono presi cura e preoccupati di raccontarlo con un’alta fedeltà. L’impianto che c’era per farci vedere il film era il più avanzato e più all’avanguardia al mondo e il suono sembrava quello di un concerto, quindi non abbiamo resistito a cantare e a ballare. Al termine della proiezione hanno messo alcune canzoni di Michael e nessuno se ne voleva andare. Siamo rimasti tutti lì a cantare, a ballare, a baciarci, a piangere, a commuoverci. È stata un’esperienza veramente forte.

Cosa hai provato nel rivedere Michael in quelle immagini in sala?

Ho provato proprio la sensazione di rivedere Michael. Jaafar Jackson (interprete del cantante nel biopic, ndr), che io ho conosciuto, si è raccontato e ha raccontato tantissimo di lui, ha detto cose che non sapevo. Sapevo che lui dormiva per terra al fianco di Michael. Anche mentre Michael dormiva voleva studiarlo, conoscerlo, vivere di quella bellezza che lui riusciva a creare. È sempre stato molto curioso e voleva imparare. Come tanti noi ballerini, si metteva davanti al televisore a studiare tutti i giorni i suoi movimenti nel dettaglio. E questa cura l’ha portato a essere messo sul tavolo delle proposte come possibile interprete. Hanno trovato forse l’unica persona al mondo che potesse interpretare Michael in quel modo lì. Anche nelle performance sonore. Nelle parti cantate del film la voce di Jaafar è mixata con quella di Michael per renderlo più realistico. Fa veramente impressione perché si somigliano tantissimo.

Il film racconta e celebra finalmente Michael dagli occhi di Michael, come ha detto Jaafar. Quello che ha visto e vissuto. E quello che il mondo ha visto, vissuto e amato di lui. Ci siamo innamorati di lui per la sua arte, la sua musica, per quello che riusciva a comunicare. E per la rivoluzione che portava in ogni cosa che faceva, di come intonava una canzone, di come la scriveva, delle parole che diceva, di quello che significava, del modo di muoversi, di illuminarsi. Lui ha cambiato veramente la scena del pop, sia negli spettacoli dal vivo che nei video. Spingeva per portare sempre qualcosa che non era mai stato fatto prima. Ogni suo racconto musicale era sorprendente, scioccante, e ancora oggi funziona. Quando tu vedi un bambino piccolo che si innamora di un cantante o di una canzone, significa che quel cantante o quella canzone è imbattibile, un evergreen. Qualcosa che è speciale e lo sarà per sempre.

Michael

«Ho fatto tutto questo per arrivare a ballare con lui e invece la prima cosa che ho fatto è stata ballare per lui»

Un tuo ricordo personale di Michael Jackson, con cui hai lavorato in passato?

Io sono arrivato in America a 16 anni solo per Michael. Ho iniziato a ballare vedendo i suoi primi video. Ci ho impiegato dieci anni prima di arrivare a ballare con lui nel videoclip di Blood on the Dance Floor. All’epoca ballavo già con Madonna e lei mi fece un regalo enorme. Mi ha portato a sorpresa a vedere un concerto di Michael a Città del Messico. Dopo il concerto siamo andati dietro le quinte per conoscerlo. Madonna bussò al suo camerino ma ad aprire la porta non fu lui ma un suo sosia. Madonna mi disse che le dispiaceva e che aveva fatto di tutto per farmelo incontrare. Era la notte dell’inizio di un incubo che poi è durato anni. Si scoprì solo dopo che a portarlo via quella notte fu Elizabeth Taylor. Lo condusse in Svizzera e per un periodo non si seppe dove fosse finito.

Poi mi sono ritrovato a fare Blood on the Dance Floor perché mi ha cercato Michael con il regista e coreografo Vincent Paterson. Chiesi il permesso a Madonna che mi disse di sì e mi fece questo regalo. Ho vissuto un sogno che è durato troppo poco. Dieci giorni tra sala prove, costumi, location, luci e poi la registrazione del video. Mi ricordo ancora che Paterson, del quale ero anche assistente alle coreografie, mi fece insegnare i passi allo stesso Michael. Stavo morendo, fuori cercavo di mantenere la calma. Rimasi da solo lì con loro due davanti, Michael e Vince, e feci la coreografia per lui. Una vita a sognare, a studiare, ho lasciato il mio paese e mia madre. Ho fatto tutto questo per arrivare a ballare con lui e invece la prima cosa che ho fatto è stata ballare per lui. Ho superato questa prova, quindi penso di poter fare tutto nella vita.

E come è andata?

Mi prese in simpatia fin dall’inizio. Vince e la produzione mi avevano avvisato che lui sceglieva sempre chi gli piaceva in un gruppo di persone nuove, era come se scegliesse un nuovo amico. E lui in quel caso, quel giorno, scelse me. Vince mi aveva avvisato dicendomi che, qualora si fosse annoiato, se ne sarebbe andato perché è così che faceva. Mi ritrovai con lui che giocava e mi tirava le Tic Tac alle spalle, poi si nascondeva e io sentivo che rideva. Si era creato come un rapporto tra due ragazzini. Io ne ero molto felice ma anche un po’ spaventato e sorpreso. Non sapevo se le mie reazioni erano giuste o sbagliate. Mi prendeva e diceva a Vince “io e Luca andiamo a giocare e torniamo subito”. E mi portava fuori dalla sala prove, sulla strada. C’erano tutti questi tir parcheggiati dove c’era di tutto: uno con l’infermeria, uno con il guardaroba, uno con i videogames, quello con la cucina e così via. Giocavamo ai videogiochi, che io odio, e vinceva sempre. Mentre giocavamo mi parlava del video, mi spiegava che lo avrebbe fatto uscire simultaneamente in tutto il mondo. Mi ha raccontato tutto il piano strategico che aveva in mente per arrivare al numero 1. Io intanto assimilavo come una spugna, godevo come un matto e vivevo il mio sogno. Tutto troppo veloce, però. Mentre stavamo girando (avevamo quasi terminato le riprese) a un certo punto Michael scompare. Vince ferma tutto e ci racconta che Michael è andato via perché era appena nato suo figlio Prince Michael. Era dispiaciuto per non averci salutato e ringraziato. Quella fu l’ultima volta che lo vidi.

Rhyan Hill come Tito Jackson, Tre’ Horton come Marlon Jackson, Jaafar Jackson come Michael Jackson, Joseph David Jones come Jackie Jackson e Jamal Henderson come Jermaine Jackson in Michael. Photo Credit: Kevin Mazur

«Michael Jackson sarà sempre un punto di partenza, un punto di ispirazione, la storia, il futuro, una realtà che rimarrà fissa lì nel tempo, nei libri di storia»

Si fa notare l’assenza di Janet Jackson nel biopic. Ti sei domandato come mai?

Mi sono fatto una mia idea. Janet ha avuto un problema discografico legato al famoso Super Bowl con Justin Timberlake, quando per un incidente lui le strappò una parte di reggiseno e lei rimase a seno nudo. Fu uno scandalo incredibile perché i capezzoli non venivano mostrati nella televisione americana, soprattutto durante il Super Bowl che è seguito da oltre 50-60 milioni di spettatori. Questo rovinò la carriera discografica di Janet, che da lì non venne quasi più considerata, venne bannata dalla televisione. Ebbe un sacco di problemi tra chiusure di contratti, cancellazioni di pubblicità e di sponsor. Lei sta ancora vivendo questa problematica. Quello che so è che Janet si sta ricostruendo discograficamente e sta preparando il suo ritorno. Credo che non abbia voluto confondere le cose. Non credo che abbia qualcosa contro il film perché è quasi impossibile avere qualcosa contro questo film. Io amo Janet, si è sentita la sua mancanza.

Michael però è stato curato estremamente bene, si sente che è fatto col sangue della famiglia. C’è tanta verità, tanta cura anche nei dialoghi e in come vengono raccontati gli episodi. Dalla vitiligine all’incidente durante la registrazione dello spot Pepsi nel quale gli presero fuoco i capelli. Quell’evento gli ha provocato dei gravi danni, ha subito degli interventi di ricostruzione e ha dato inizio a tutte le sue problematiche con gli antidolorifici.

Tanti giovani sono accorsi al cinema per il film, nonostante in molti non fossero neanche nati quando Michael è morto. È proprio questa la differenza tra un artista e una leggenda?

Michael Jackson si riconferma un fenomeno forse unico, il più grande di tutti nella storia. Quello che lui ha lasciato in eredità, sia musicalmente che visivamente, è qualcosa che ancora attrae. È come se fosse un’opera d’arte perfetta. Un Da Vinci, un Michelangelo. Fa parte di quelli che hanno cambiato il mondo e che hanno il potere di arrivare alle persone. Questa è una grande soddisfazione per chi come me l’ha amato e lo ama, perché è la conferma che non ci siamo sbagliati, che in lui c’era qualcosa. Una luce diversa da tutti gli esseri umani.

C’è un erede di Michael nel panorama musicale mondiale?

Non c’è un erede di Michael Jackson. Michael Jackson sarà sempre un punto di partenza, un punto di ispirazione, la storia, il futuro, una realtà che rimarrà fissa lì nel tempo, nei libri di storia. Chi l’ascolterà per la prima volta si innamorerà inconsapevolmente di qualcosa che il mondo ha già amato e che ama da tantissimi anni. Ci saranno grandi artisti ma mai nessuno come lui. Magari ne arrivasse un altro. Ne abbiamo così bisogno.