Il governo Meloni è stato duramente criticato per aver cancellato, dal 31 dicembre 2025, due misure di pensionamento flessibile che per anni avevano accompagnato i lavoratori verso un’uscita anticipata dal lavoro: Opzione Donna e Quota 103.

Le polemiche non sono mancate. “Stretta sulle pensioni” e “ritorno alla legge Fornero” sono stati titoli ricorrenti su giornali e media. Eppure, i dati raccontano una realtà diversa: la fine delle due misure non ha ridotto i pensionamenti anticipati. Al contrario, questi risultano addirittura in aumento.

Pensioni anticipate in aumento: quota 103 e opzione donna non hanno fatto danni

Secondo i dati INPS, nel primo trimestre del 2026 sono andati in pensione anticipata 55.137 lavoratori, come riportato anche dal Sole 24 Ore.

Si tratta di un numero superiore rispetto allo stesso periodo del 2025, quando i pensionamenti furono poco più di 54.000: un incremento di circa il 2%, nonostante lo scorso anno fossero ancora in vigore sia Opzione Donna sia Quota 103.

Questo dato suggerisce che la cessazione delle due misure non ha inciso negativamente sul numero complessivo di uscite anticipate.

Tra le possibili spiegazioni, secondo diverse analisi, c’è la paura degli inasprimenti previsti dal 2027, con l’aumento dei requisiti anagrafici e contributivi. Questo potrebbe aver spinto molti lavoratori ad anticipare la pensione.

Un altro fattore è la cosiddetta cristallizzazione del diritto. Chi aveva maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2024 (Opzione Donna) o il 31 dicembre 2025 (Quota 103) può ancora accedere alle misure. Tuttavia, è probabile che solo una quota limitata dei pensionamenti del 2026 sia legata a queste opzioni ormai cessate.

Non sembra aver avuto grande impatto nemmeno il cosiddetto bonus Giorgetti, che incentiva a restare al lavoro offrendo un aumento dello stipendio pari al 9,19% (grazie allo sgravio contributivo).

Se avesse funzionato davvero, i pensionamenti anticipati non sarebbero cresciuti.

Allo stesso modo, appare marginale l’effetto della finestra di 3 mesi per la decorrenza delle pensioni, che potrebbe aver spostato alcune uscite dal 2025 al 2026: si tratta infatti di una regola già presente anche negli anni precedenti.

Ecco i perché di questi numeri che stridono rispetto alla chiusura di quota 103 e opzione donna

L’aumento delle pensioni anticipate, nonostante la fine delle due misure, conferma una tesi già evidente da tempo: Quota 103 e Opzione Donna erano diventate poco appetibili.

Entrambe prevedevano il calcolo contributivo, che comporta spesso una riduzione significativa dell’assegno. Nel caso di Quota 103, per molti lavoratori – soprattutto quelli con lunghe carriere e contributi antecedenti al 1996 – il taglio poteva superare anche il 30% della pensione.

Di fronte a una penalizzazione così rilevante, molti hanno preferito attendere qualche anno in più per accedere a una pensione piena e più elevata.

Per quanto riguarda Opzione Donna, oltre al calcolo contributivo, a pesare è stata la forte riduzione della platea:

  • accesso limitato a caregiver, invalide e lavoratrici coinvolte in crisi aziendali;
  • esclusione della maggior parte delle potenziali beneficiarie.

Una restrizione che ha ridotto drasticamente il numero di adesioni, rendendo la misura marginale già prima della sua cessazione.

In definitiva, i numeri dimostrano che la fine di Quota 103 e Opzione Donna non ha prodotto effetti significativi sui pensionamenti.

Piuttosto, evidenziano come le due misure, negli ultimi anni, avessero perso attrattività, diventando strumenti utilizzati da una platea sempre più ristretta.