La guerra non starebbe soltanto logorando l’esercito russo. Starebbe trasformando il sistema di potere costruito da Vladimir Putin in oltre un quarto di secolo di governo. È questo il quadro che emerge mettendo insieme una serie di articoli e indiscrezioni pubblicati negli ultimi giorni: il Cremlino appare sempre più chiuso, sospettoso e ossessionato dalla sicurezza personale del presidente.

A far emergere per primi molti dettagli sul rafforzamento delle misure di sicurezza è stato il sito investigativo iStories, citando valutazioni attribuite a servizi europei. Secondo queste ricostruzioni, nelle ultime settimane la protezione di Putin sarebbe stata ulteriormente irrigidita. I controlli per chi lo incontra sono diventati ancora più severi, il numero di spostamenti si è ridotto e il presidente trascorrerebbe molto più tempo in bunker nel sud della Russia. Persino i collaboratori più vicini – cuochi, autisti, fotografi, guardie del corpo – sarebbero sottoposti a restrizioni eccezionali: niente mezzi pubblici, niente telefoni collegati a internet, sorveglianza anche nelle loro abitazioni.

Il Financial Times ha poi confermato e ampliato diversi di questi elementi, descrivendo un Cremlino sempre più concentrato sulla protezione fisica del presidente. Secondo il quotidiano britannico, Putin e la sua famiglia avrebbero abbandonato le residenze abituali nell’area di Mosca e a Valdaj, preferendo luoghi più protetti e meno prevedibili. Lo stesso Financial Times riferisce che la sicurezza anti-drone attorno alla capitale sarebbe stata ulteriormente rafforzata, con pattugliamenti lungo il fiume Moscova e controlli estesi affidati al Servizio federale di protezione, l’Fso.

Molti dettagli risultano coerenti con quanto sta accadendo da mesi sul terreno di guerra. Gli attacchi ucraini con droni in profondità nel territorio russo si sono moltiplicati, colpendo aeroporti, raffinerie, infrastrutture energetiche e installazioni militari anche a centinaia di chilometri dal fronte. Negli ultimi anni Kyjiv ha inoltre rivendicato o lasciato trapelare il coinvolgimento in operazioni mirate contro ufficiali, propagandisti e figure legate all’apparato russo.

Su Foreign Policy, Christian Caryl, ex corrispondente da Mosca del Newsweek, ha evidenziato come sia proprio questa nuova vulnerabilità tecnologica ad aver cambiato la percezione della sicurezza personale di Putin. Caryl collega l’inasprimento delle misure difensive russe alla crescente efficacia delle operazioni ucraine e alle recenti eliminazioni mirate compiute in altri teatri di crisi, sostenendo che i leader autoritari siano oggi molto più esposti rispetto al passato grazie alla combinazione tra droni, sorveglianza elettronica e infiltrazioni informative.

Il trauma provocato dalla rivolta della Wagner nell’estate 2023 non sembra poi essersi mai davvero riassorbito. Il tentativo di marcia su Mosca guidato da Yevgeny Prigozhin ha lasciato nell’apparato di sicurezza russo la consapevolezza che la minaccia più pericolosa potrebbe non arrivare solo dall’esterno. Il Financial Times parla di crescenti tensioni tra i servizi di sicurezza, la Guardia nazionale e il ministero della Difesa, con accuse reciproche per le falle nella protezione dei vertici militari russi.

È qui che il racconto di Meduza aggiunge un tassello importante. La testata indipendente russa descrive la parabola di Sergej Shoigu, per anni uno degli uomini più potenti del sistema putiniano. Ex ministro della Difesa e figura storicamente vicinissima al presidente, Shoigu era stato uno dei simboli della stabilità del regime: un dirigente capace di attraversare crisi e rimpasti senza perdere influenza. Eppure, dopo le difficoltà militari in Ucraina e soprattutto dopo la rivolta della Wagner, il suo ruolo si è progressivamente ridimensionato. Formalmente mantiene incarichi di rilievo nel Consiglio di sicurezza, ma il suo potere reale appare molto inferiore rispetto al passato.

La figura di Shoigu è significativa anche per un altro motivo. Pur essendo considerato uno dei “falchi” del sistema, non è mai stato davvero un uomo dei siloviki nel senso tradizionale del termine. Non proviene né dal Kgb né dai servizi di sicurezza, e non ha una vera formazione militare. In più, viene da Tuva, una remota repubblica siberiana al confine con la Mongolia: il padre era tuvano, appartenente a una minoranza turcofona e buddhista della Siberia, mentre la madre era russo-ucraina. In un sistema dominato da uomini provenienti dai servizi di sicurezza di San Pietroburgo e dall’élite slava dell’apparato statale, Shoigu è sempre stato percepito da parte degli ambienti nazionalisti e da settori dei servizi come un corpo relativamente estraneo.

Per anni questa sua posizione “esterna” aveva persino rafforzato il rapporto con Putin. Shoigu non disponeva infatti di una rete autonoma nei servizi tale da poter rappresentare una minaccia politica diretta per il presidente. Ma proprio questa sua natura “ibrida” lo ha reso vulnerabile nel momento in cui la guerra ha accentuato le lotte interne al Cremlino. Negli ultimi mesi, il cosiddetto clan Shoigu è stato progressivamente indebolito da arresti per corruzione, epurazioni nel ministero della Difesa e scontri con altri centri di potere vicini ai servizi di sicurezza e alla Guardia nazionale.

Per Meduza, il declino dell’ex ministro racconta bene il cambiamento in corso al Cremlino. Putin continua a evitare rotture clamorose, ma tende sempre più a circondarsi di uomini provenienti dagli apparati coercitivi e direttamente coinvolti nella gestione della guerra. La tradizionale capacità del presidente russo di bilanciare fazioni e interessi diversi sembra lasciare spazio a un sistema più ristretto, più militarizzato e dominato dalla logica securitaria.

La novità più importante, però, non è la paura in sé. Putin è sempre stato considerato un leader diffidente e attento alla propria sicurezza. Ciò che colpisce oggi è il grado di “bunkerizzazione” del sistema. La sicurezza sembra essere diventata il principio organizzatore dell’intero potere russo.

Secondo il Financial Times, Putin dedica ormai la gran parte del suo tempo alla gestione della guerra. Gli incontri con esponenti dell’economia o dell’amministrazione civile sarebbero sempre più rari, mentre il presidente passerebbe ore in riunioni quotidiane con i vertici militari, discutendo anche dettagli operativi e piccoli avanzamenti sul fronte ucraino. Un dirigente vicino al Cremlino ha sintetizzato così la situazione: “Il 70 per cento del tempo di Putin è dedicato alla guerra”.

Foreign Policy spinge questa analisi ancora più in là. In un articolo firmato da Christian Caryl, il magazine sostiene che il vero problema del Cremlino non sia soltanto il logoramento militare, ma la progressiva riduzione dello spazio di manovra politica di Putin. Dopo anni trascorsi a mantenere il controllo bilanciando apparati, oligarchi e interessi diversi, il presidente russo apparirebbe sempre più dipendente dai servizi di sicurezza e dalla gestione diretta del conflitto.

Questo progressivo isolamento rischia di avere conseguenze profonde sul funzionamento dello Stato russo. Storicamente, quando un sistema politico si chiude attorno alla protezione del leader, aumentano i filtri informativi, diminuisce il contatto con la realtà sociale e cresce il peso degli apparati di sicurezza. È anche quello che sostiene il politologo Andrej Kolesnikov, citato dal Financial Times: Putin ascolterebbe ormai quasi esclusivamente i servizi e i vertici militari, mentre ogni altro settore della vita pubblica viene subordinato alle esigenze della guerra.

Meduza invita però anche alla prudenza. Pur riconoscendo che il Cremlino sia diventato molto più nervoso e ossessionato dalla sicurezza dopo il 2022, la testata sottolinea come le valutazioni occidentali abbiano spesso enfatizzato la fragilità interna del sistema russo senza che ciò producesse conseguenze immediate. Anche oggi non esistono segnali concreti di un imminente golpe o di una caduta del presidente.

Anche sul piano interno, tuttavia, iniziano a emergere segnali di stanchezza. Il Financial Times descrive una crescente irritazione per i blackout della rete internet, per le restrizioni sempre più invasive e per le difficoltà economiche. Sui social circolano video di influencer e cittadini che criticano apertamente alcune decisioni del governo, pur senza mettere in discussione il sistema nel suo complesso. È una protesta diversa da quella dell’opposizione liberale repressa negli anni scorsi: più diffusa, meno ideologica e legata soprattutto alla fatica quotidiana prodotta dalla guerra.

Nel frattempo, l’Ucraina continua a puntare su una strategia di logoramento. Foreign Policy insiste in particolare sugli attacchi sempre più mirati contro raffinerie, impianti chimici, infrastrutture energetiche e filiere industriali legate alla produzione militare. L’obiettivo, secondo diversi analisti citati dal magazine, sarebbe quello di aumentare progressivamente il costo economico e psicologico del conflitto per Mosca.

Più che avvicinarsi a un crollo improvviso, il Cremlino sembra dunque entrare in una fase di crescente irrigidimento. Un potere che si chiude nei bunker, che diffida dei propri apparati e che concentra quasi tutta la propria energia sulla sopravvivenza politica e militare del leader. Ed è forse proprio questa la trasformazione più significativa prodotta dalla guerra.