di
Pierpaolo Lio

I Ris di 19 anni fa: «Valeva la pena approfondire». L’«impronta 33» è lo stampo del palmo di una mano destra che per gli attuali inquirenti è di Andrea Sempio per la corrispondenza in 15 «minuzie»

«Faceva senso». A parlare è un investigatore. Non di oggi, ma di ormai 19 anni fa. E il riferimento non è al caos nella villetta di via Pascoli. Ma a una macchia che s’intravvede già a occhio nudo. Un «alone» che — esaltato dalla ninidrina — s’accende di viola intenso. È l’ormai celebre «impronta 33», lo stampo del palmo di una mano destra che per gli inquirenti che accusano Andrea Sempio, è proprio del commesso 38enne. E che fin da subito, non solo nella nuova indagine appena conclusa, ha attirato l’attenzione degli specialisti del Ris. In particolare per la sua posizione, sul vano delle scale, poco sopra il punto in cui fu lanciato il corpo di Chiara Poggi. «Sulla base della dinamica ipotizzata, l’assassino si sarebbe dovuto appoggiare alle pareti, verosimilmente in prossimità del corpo gettato e forse un po’ più in alto, anche per l’ingombro del corpo della vittima», ricorda l’allora esperto di «Bpa» del Ris di Parma (l’analisi delle macchie di sangue»). Altrimenti, durante una normale discesa in quella scala ripida, tortuosa e senza corrimano, «verrebbe naturale appoggiarsi all’altezza del busto». 

«Con il palmo asciutto non esce»

Riascoltati a distanza di anni, gli specialisti che entrarono nei giorni successivi al delitto ancora se la ricordano. «C’era una specie di macchia in prossimità di una delle dita, una specie di goccia con degli schizzi», è la descrizione che fa l’allora comandante della sezione impronte del Ris. È sua la paternità di quel «faceva senso», che è presto spiegato: «A differenza delle altre la 33 sembrava lasciata da una mano bagnata». Con un palmo asciutto «quell’impronta non esce». La reazione intensa «consistente» avuta dopo il «trattamento» poteva essere data, spiega ancora, da sudore, sangue, o «sangue “lavato”». Stesse conclusioni a cui sono arrivati i consulenti della nuova inchiesta, secondo i quali ci sarebbe deposito di «materiale liquido» lasciato dalla mano, tanto da generare «una linea di accumulo e (…) alcune proiezioni di gocce (macchie satelliti) che promanano dalle zone di contatto con il muro».



















































La decisione, all’epoca delle prime investigazioni, fu allora quella di prelevare parte di quella porzione d’intonaco per procedere con approfondimenti eseguiti solo per quella traccia. Il «grattato», però, anche a causa della ninidrina, non diede poi esiti chiari. Ma, vista la posizione e le caratteristiche, «valeva la pena tentare un accertamento che normalmente non si effettua», riflette l’allora addetto alla sezione Biologia del Ris. 

Il tacco e il collegamento con altre impronte

Ma la «lettura» del sangue sulla scena di un delitto è come un puzzle: ogni tassello deve incastrarsi col successivo. E così funziona anche con la «33». Che fin dal 2007 fu messa in relazione con la vicina «45», una goccia di sangue «distaccatasi da un oggetto insanguinato» che, per forma e direzione di quella traccia, «doveva trovarsi obbligatoriamente più in alto» e più a destra sulla parete. Il punto in cui c’è proprio la «33». Mentre sulla parete opposta, a sinistra, l’«incastro» è con la «97f», «una strisciata di sangue che potenzialmente poteva essere rilasciata dalla mano sinistra dell’assassino, sporca di sangue».

Gli inquirenti di oggi l’hanno poi abbinata anche a un altro segno. Che è (in qualche modo) tutto nuovo. O meglio, è stato individuato solo durante le nuove indagini. È la traccia «N1»: è lo stampo del tacco della suola a tasselli. Da sempre considerata la scarpa dell’assassino. La «N1» è stata rintracciata sul bordo del «gradino zero» della scala che va in cantina, dove fu trovato il cadavere. È rivolta verso la discesa. Per gli investigatori, chi l’ha lasciata, il killer, avendo la parte anteriore del piede «in sospensione», non appoggiato a terra, era in equilibrio precario e «non poteva non appoggiarsi al muro davanti», quello di destra che gira, generando così proprio la «33». Le posizioni dei due segni sono poi «perfettamente compatibili con le misurazioni» antropometriche del corpo di Sempio, eseguite lo scorso ottobre dall’anatomopatologa Cristina Cattaneo. 

La posizione della difesa di Sempio

I legali di Sempio hanno da subito contestato l’attribuzione di quell’impronta, la «33», al loro assistito. Sui punti di corrispondenza necessari a identificarla: per l’accusa sono 15 «minuzie», solo cinque invece per i legali dell’allora 19enne. E sulla sua «datazione». In sostanza, sostengono, trovando la sponda della famiglia Poggi, che Sempio avrebbe comunque potuto stampare il suo palmo anche in altre occasioni. E qua entriamo nella (annosa) diatriba su chi frequentasse, e quanto spesso, la villetta di via Pascoli. Le versioni di Marco Poggi, amico di Sempio, e dei genitori si sono modificate — o meglio arricchite — con il passare del tempo.

La giovane comitiva, con un passato di compagni di classe alle medie Duca degli Abruzzi, s’incontrava principalmente fuori, al «Punto zero» di Garlasco. In alternativa, si vedeva principalmente nelle abitazioni di Mattia Capra e Alessandro Biasibetti per giocare ai videogame. A casa Poggi il gruppo di amici andava, «anche se non frequentemente». A dirlo, a pochi giorni dal delitto, è Marco. «Rimanevamo o nella saletta tv ubicata al piano terra o salivamo al primo piano all’interno della camera da letto di Chiara per utilizzare il computer». Anche se il padre Giuseppe non aveva ricordo di Sempio. Diciott’anni dopo il ricordo, in un primo momento, è lo stesso. «Sì, magari due o tre volte a settimana a casa mia, no. Nel senso, sicuramente ci vedevamo due o tre volte a settimana — dice il fratello di Chiara intercettato — ma… ma in realtà… magari in quell’estate lì è possibile…sai eravamo a casa sempre». Ascoltato a marzo di un anno fa conferma: «Posso dire che raramente eravamo da me a casa». 

I ricordi degli amici e quelli di Marco

Parole che si sposano con quelle degli amici. «Erano più le volte che ci vedevamo a casa mia», è la deposizione che fa Capra a marzo 2025. E a casa Poggi la compagnia frequentava «il salottino piccolo», quello con la consolle, mentre al piano superiore «può essere capitato» entrare in camera di Marco, «sicuramente ancor meno» quella di Chiara con il pc. Anche Biasibetti dice che al piano di sopra «ci sarò stato una volta», tanto da non saperlo neanche descrivere. E nella stanza di Marco, non di Chiara: «No, non ci sono mai entrato». «Al piano di sopra era difficile che si andasse», concorda Roberto Freddi: «Certamente mi è capitato e posso pensare che fosse avvenuto perché Marco mi diede qualche dritta su alcuni sistemi informatici, visto che lui era appassionato».

Tutto a posto? Per nulla. Perché d’improvviso i ricordi del fratello di Chiara cambiano. E il suo atteggiamento verso i nuovi inquirenti si fa — a loro dire — meno collaborativo. Riascoltato il 20 maggio 2025, a Mestre, elenca altri luoghi di casa in cui si muovevano i suoi amici: «Beh, sicuramente sarà capitato che sono andati in bagno, sicuramente saranno andati in cucina». Aggiunge poi il bagno al piano di sopra. E il garage? «Non ricordo». Messo poi di fronte a quella «33» evidenziata sulle scale che portano in cantina, attribuita all’amico Sempio, Marco risponde: «È possibile, perché in cantina avevamo comunque tutti i giochi, le riviste di giochi (…) per cui è possibile che siamo andati, sì». Chi c’è stato dei suoi amici? «Non posso dirlo, non mi ricordo proprio». Anche Sempio? «No, non mi ricordo. Come ho detto è possibile che siamo andati». L’unica certezza che mostra è l’estraneità dell’amico: «Io vi dico, per me non c’entra. Per me Andrea Sempio non c’entra niente. Ve lo dico, ve lo confermo».


Vai a tutte le notizie di Milano

Iscriviti alla newsletter di Corriere Milano

9 maggio 2026