L’ex difensore racconta il suo calvario: “Anche correre era diventata una sofferenza. Curo l’astinenza da calcio allenando la squadra di mio figlio. Allegri maestro nella gestione del gruppo, Pioli aveva sempre una buona parola per me”


Andrea Ramazzotti

Giornalista

9 maggio – 08:30 – MILANO

Ha dovuto appendere le scarpette al chiodo la scorsa estate a causa degli infortuni, ma il pallone non è uscito dalla vita di Mattia Caldara. L’ex difensore adesso fa l’allenatore nelle giovanili dell’Alzano e, anche se il calcio giocato gli manca, guarda avanti. Con un pizzico di rammarico per quello che poteva essere e non è stato. Ma anche con la passione che lo spinge a seguire con attenzione una lotta per la qualificazione alla Champions dove sono impegnate due sue ex squadre (Milan e Juventus) e l’allenatore che gli ha cambiato la vita (Gasperini).

Caldara, quanto le manca il calcio giocato?

“Un po’… Seguo tutte le partite del weekend in tv.  Soprattutto l’Atalanta, ma anche le altre”.

Cosa fa per curare l’astinenza da pallone?

“Alleno i ragazzi dell’Alzano, la società dove gioca mio figlio, e questo mi ha aiutato tanto nei primi 2-3 mesi dopo che ho deciso di smettere. Non ero preparato a dire basta, a non ripetere tutti i giorni le cose che avevo fatto per più di 20 anni. Sono stato un po’ destabilizzato. A luglio a Coverciano inizierò il corso per il patentino di allenatore Uefa B: farò esperienza con le giovanili e poi vedremo se ho passione per questo lavoro. Di certo ho il desiderio di mettermi in gioco e trasmettere ai ragazzi quello che ho imparato in carriera”.

Se guarda indietro ha rammarichi?

“Quando sono arrivato al Milan (nell’estate 2018, ndr) ero nel mio momento migliore, reduce da grandi stagioni all’Atalanta.  Ero pronto per una nuova sfida, ma è andata male: ho avuto due infortuni gravi consecutivi, al tendine d’Achille e al legamento crociato. Dopo la seconda operazione non mi sentivo più come prima: faticavo a recuperare, a tornare sui miei livelli. È stata dura vedere per un anno e mezzo i compagni allenarsi, mentre io facevo fisioterapia o palestra”.

Ha conosciuto anche la depressione?

“Non so se chiamarla depressione, ma non ero più me stesso. I miei genitori e mia moglie mi vedevano diverso e in effetti ero un’altra persona: me ne rendevo conto anche io perché non ero più realizzato nel mio lavoro. Anzi, non potevo esserlo a causa degli infortuni. Parlarne con i miei cari mi ha aiutato”.

Ha provato a rimettersi in gioco prima all’Atalanta, poi al Venezia e allo Spezia…

“La testa mi spingeva avanti, ma il corpo non mi aiutava. L’ultimo infortunio alla caviglia ha compromesso tutto definitivamente: non ne avevo più, non riuscivo a correre e allenarmi era diventata una sofferenza, non una gioia. Non riuscivo a sopportarlo, non ne valeva più la pena”.

Dall’esterno come vede la lotta Champions?

“Il Milan ce la farà. Per l’altro posto testa a testa tra Roma e Juventus. I bianconeri hanno sprecato una grande occasione contro il Verona: una partita come quella, la Juve non può pareggiarla… Per i giallorossi sarà decisivo il derby”.

Che Milan-Atalanta si aspetta?

“L’Atalanta scenderà in campo più leggera, mentre il Milan sarà più teso e contratto. I nerazzurri partiranno forte perché Palladino vuole chiudere questa stagione alla grande e dimostrare il suo valore. Per i rossoneri non sarà facile: magari finirà in pareggio, anche se il Milan ha più motivazioni”.

Perché il Milan è in calo?

“Dopo il derby vinto credevo che potesse lottare fino alla fine per lo scudetto. Non dico che dopo il ko contro la Lazio i rossoneri si siano seduti, ma inconsapevolmente, con l’obiettivo più lontano, tendi a mollare un po’. Ora non è facile ritrovare la rabbia e la voglia di prevalere sull’avversario. Per questo il momento del Milan è delicato: se non ritrova la forza di combattere, rischia di compromettere un campionato buono. Senza l’ingresso tra le prime quattro, la stagione diventerebbe fallimentare”.

Allegri risolleverà la squadra?

“Mi ha allenato alla Juventus ed ho apprezzato quanto sia bravo a gestire i calciatori, non solo i campioni, ma anche il resto del gruppo. Fa sentire tutti coinvolti: sa pizzicarti o farti una carezza. È un grande tecnico e al Milan sta ottenendo buoni risultati. A Torino con lui sono rimasto troppo poco, giusto qualche settimana, e pensare che avevo aspettato quest’occasione per un anno e mezzo… Mi è rimasto il rammarico di non essere restato almeno sei mesi per mettermi alla prova in una squadra che voleva vincere la Champions e nella quale c’erano campioni come Cristiano Ronaldo, Chiellini, Barzagli, Khedira e Dybala”.

Cosa le viene in mente se le diciamo la parola Atalanta?

“Il periodo più bello della mia vita, quello in cui mi sono sentito realizzato. Come uomo e come calciatore. Ho dato tanto e avuto in cambio molto. Le emozioni di quel periodo me le porto dentro. Sono nato a Bergamo e cresciuto nell’Atalanta: per me è stato tutto speciale”.

Quanti meriti ha Gasperini?

“Tanti. C’è stata un’Atalanta prima di lui e una con lui. Lo dicono i numeri e le stagioni che ha fatto qua. Ha trovato una società che ha lavorato come vuole lui, che ha soddisfatto le sue necessità. E in certe condizioni lui dà il meglio di sé”.

Chi è per lei il Gasp?

“Un maestro di vita. Dopo di lui vedo il calcio in un altro modo. Mi ricordo il suo abbraccio dopo il match contro il Napoli dell’ottobre 2016: era una partita delicata perché i risultati non arrivavano e lui ebbe il coraggio di puntare su di me. Vincemmo ed ero davvero felice: lo strinsi forte, come se fosse mio padre. È il tecnico a cui mi sento più legato, anche se mi hanno dato tanto pure Pioli, che ha sempre avuto una buona parola per me, e Zanetti, che a Venezia ha creduto nel sottoscritto”.

Come valuta la prima stagione giallorossa di Gasperini?

“Ho seguito tanto la Roma e pensavo facesse più fatica a inculcare le sue idee. Il gruppo invece lo ha seguito da subito e si giocherà fino alla fine la qualificazione alla Champions. Non è poco…”.