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C’è stata un’epoca in cui dopo nemmeno cinque minuti dall’uscita delle puntate ti beccavi spalmati ovunque gli spoiler sul vincitore. Per la sesta edizione di “Lol”, invece, dopo cinque giorni nessuno aveva ancora avviato dibattiti, discussioni o commenti sul trionfatore.
Segno delle mode che cambiano, di titoli che si appannano e, di conseguenza, di una crisi del prodotto arrivato probabilmente a cottura.
Con “Lol 6” si è toccato il punto più basso di una trasmissione che già da tempo mostrava i suoi limiti, ma che mai come stavolta è stata capace di far partire un processo di analisi su se stessa.
Un finale rovinato
In tal senso, non si può non partire dal finale, ovvero dalla modalità di assegnazione del trofeo, andato non al penultimo concorrente che ha resistito alla risata, bensì alla figura indicata tramite alzata di paletta dagli altri eliminati. Una variazione netta che ha di fatto azzerato il principio fondante dello show, spiazzando in maniera netta un pubblico che non ha celato lo spaesamento.
Nelle precedenti stagioni era già capitato che la gara si protraesse oltre le sei ore prefissate. A quel punto, però, si era optato per una sorta di calci di rigore ad oltranza che a volte avevano portato ad epiloghi provocati più dallo sfinimento che dal divertimento. Nel 2023, si andò addirittura incontro ad un accordo palese tra Luca Bizzarri e Fabio Balsamo, che optarono per la risata contemporanea finalizzata ad un ex aequo e alla spartizione del montepremi, poi devoluto in beneficenza.
Il limite dei comici ‘da web’
Esploso nel 2021, in pieno covid e con gli italiani costretti a rimanere chiusi in casa, “Lol” ha gradualmente perso la sua centralità e brillantezza. Sia per una questione legata alla novità che per una formula che ha via via aperto le porte a creator e star dei social, a scapito di artisti tradizionali e più tarati sul medium televisivo. Senza contare che, spesso, si va incontro pure al rifiuto dell’ospite dei sogni, che mai accetterebbe di cimentarsi in quello scenario.
“Ci sono milioni di persone che ridono per delle cose dentro al telefonino che poi portate in uno schermo più grande fanno raggelare”, ha dichiarato tempo fa Nicola Savino, chiamato a dire la sua sulle nuove proposte della comicità. “Non ce n’è uno di quelli che è nato sul cellulare che poi sia sopravvissuto. Forse l’unico è Frank Matano”. Un giudizio tanto netto quanto impeccabile, che illustra alla perfezione i risultati deludenti di alcune performance e che dimostra per l’ennesima volta – qualora ce ne fosse il bisogno – che i salti da un mondo all’altro non sono un automatico riconoscimento di successo. Anche perché garantirsi l’attenzione per dieci, venti, cinquanta secondi è un conto, farlo per cinque, dieci, cinquanta minuti è un altro. “Lol”, in questo, è perlomeno un esame di maturità. Che in troppi non superano.
Le ‘quote’ imposte
C’è inoltre un altro grande problema, rappresentato dalle cosiddette ‘quote’. Mai come oggi, infatti, la presenza femminile deve pareggiare quella maschile. Una regola che si scontra con la realtà di uno spettacolo che necessiterebbe di un’assoluta libertà di selezione.
“Quando mi chiamarono per propormi il programma dissi: ‘Fa più ridere Corrado, prendete lui’”, rivelò da Cattelan Maria Di Biase, che riportò pure la risposta ottenuta dagli autori: “No, ci servono le donne. Le donne sono poche”. Spiegato il patatrac.
I jolly Pisani e Basso
Si può pertanto affermare, senza il timore di essere smentiti, che a salvare “Lol 6” siano state le incursioni di Andrea Pisani e Federico Basso (che si impose dodici mesi fa). Non dei semplici cameo, bensì dei concreti e validissimi valori aggiunti che hanno indirizzato la narrazione, evitando che in certi momenti colasse a picco. Un’anomalia che evidentemente racconta più di quanto si pensi e che si aggancia alla futura ‘versione Halloween’, annunciata stranamente ad aprile, che consentirà di riconvocare le vecchie glorie. Un ‘meglio di’ che guarderà allo specchietto retrovisore. Consapevoli di un presente triste e di un futuro assai incerto.
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