L’ADI Design Museum presenta bit by bit, prima mostra personale in Italia dedicata al lavoro della designer giapponese Haruka Misawa (a cura di Nippon Design Center, Misawa Design Institute, fino al 7 giugno 2026). La mostra è composta quasi esclusivamente da fogli di carta lavorati in modo tale che pieghe e torsioni sboccino in volumi sensibili al tocco, in geometrie caleidoscopiche e misteriosi movimenti generati dall’attrazione magnetica.

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Haruka Misawa, Flutter, foglio fustellato e ritagli in movimento. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

Misawa si lascia guidare dal comportamento dei materiali, rielaborando sul piano poetico la lezione di Josef Albers al Bauhaus di Dessau: “Il materiale deve essere lavorato in modo che non ne risultino scarti: l’economia è il principio più importante. La forma definitiva nasce dalle stesse tensioni del materiale tagliato e piegato”. Uno studente racconta che Albers “mostrò una creazione molto semplice eseguita da un architetto ungherese. Costui non aveva fatto altro che piegare il giornale per lungo facendolo stare in piedi sì da farlo sembrare un’ala” (Die Gründerjahre. In Bauhaus und Bauhäusler, 1971, nota 8, p. 159). I fogli di carta lavorati da Misawua volano, sbocciano e corrono suscitando la divertita sorpresa di chi visita la mostra.

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Haruka Misawa, Space Inside a Plane, reticoli ultrasottili da 0,4 millimetri ricavati da un solo foglio che sembra composto da più strati sovrapposti / Haruka Misawa mostra il risultato del taglio laser. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

La designer è direttrice del Misawa Design Institute, un’istituzione che ha lo scopo di avvicinare persone che non hanno mai avuto nulla a che fare con il design all’esperienza dell’inatteso che suscita meraviglia. A stupire non sono eventi clamorosi ma minuscoli scostamenti, variazioni quasi impercettibili e leggere increspature: “mi farà piacere se tornando a casa [dopo aver visitato bit by bit], camminando per la strada troverete una piccola pietra che vi incuriosirà, oppure una foglia che vedrete sopra di voi. Mi farà cioè piacere se questi modesti oggetti potranno darvi qualche piccola sorpresa e felicità. La mia mostra non vi impressionerà in modo eclatante: wahoo! Però troverete qualcosa che vi farà sorridere, o qualcosa che vi scalderà il cuore”.

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Haruka Misawa, Relay, la danza tra un sottile rettangolo di carta e uno spillo. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

Nella poesia del periodo Kamakura (1192-1339) si affermano due concetti estetici: ushin 有心 e mushin 無心. Il primo termine significa “avere cuore”. La poesia doveva giungere fino al cuore e sublimarsi assieme a quello. Nell’opera di Misawa e nell’estetica giapponese, che è assai stratificata (diverse sono le concezioni estetiche che nel tempo si sono susseguite e in parte compenetrate), si riflette anche il concetto buddhista di impermanenza (mujō 無常): tutto è fragile e delicato, destinato a scomparire, così come ad apparire in modo transitorio. L’inatteso si manifesta nel quotidiano provocando uno stupore che tocca misteriosamente il cuore. Ad alcune domande che le rivolgiamo, la designer giapponese risponde ripetutamente: “è un mistero”.

Per François Cheng ciò che appare d’un tratto è l’esperienza di “un mistero senza fondo”. In Cinque meditazioni sulla bellezza (Bollati Boringhieri, Torino, 2007) il filosofo riflette sull’esperienza del bello intesa come improvvisa rivelazione. È la bellezza del monte Lúshān che si mostra al diradare della nebbia. L’espressione cinese “bellezza del monte Lúshān” significa “mistero senza fondo”. Questa apparizione inattesa del monte ha ispirato il poeta cinese Tao Yuanming, vissuto tra il IV e il V secolo, che ha composto un famoso distico: “Colgo i crisantemi vicino alle siepi dell’Est / Ed ecco che, noncurante, mi accorgo del monte del Sud [nel momento in cui la nebbia si dirada]”. Nonostante il richiamo alla mutevolezza della natura sia presente anche nelle opere di Misawa, la sua idea di “mistero” non coincide con la “bellezza del monte Lúshān”, la cui apparizione non ha la modestia dei cambiamenti sui quali la designer porta l’attenzione.

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Haruka Misawa, Sharpening a Flower, carta arrotolata in diversi strati di colore sfumati e temperata come si farebbe con una matita. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

La bellezza che Misawa ricerca nell’ordinaria quotidianità è quella effimera di ciò che muta, una bellezza che sembra avere un rapporto con l’“avere cuore” di cui parla nel corso della conferenza stampa, ma anche con la sobria eleganza delle opere in mostra, con il fascino di iki 粋, un “fenomeno di coscienza” che include la consapevolezza dell’impermanenza e la conseguente rinuncia che affranca dall’attaccamento alla realtà. L’iki è composto da un elemento seduttivo e quindi tensivo, che l’energia spirituale intensifica, a cui la rinuncia permette di dispiegarsi nella sua essenza originaria. È un’idea sofisticata e complessa che il filosofo e poeta Kuki Shūzō spiega così: “la ‘rinuncia’ – terzo attributo [dell’iki] – non è affatto incompatibile con la ‘seduzione’. La quale, proprio in quanto non raggiunge il suo fine ipotetico, rimane fedele a se stessa” (Kuki Shūzō, La struttura dell’Iki, Adelphi, Milano, 1992, pp. 57-67). Iki è anche il colore grigio cenere dell’abito rigato indossato da Misawa alla preview: “Nessun colore è più adatto a esprimere la ‘rinuncia’ intrinseca all’iki”, annota Shūzō, una rinuncia che si basa sulla consapevolezza dell’instabilità e della mutevolezza, che è quella dell’ombra passeggera proiettata da una nuvola primaverile, o dei minuscoli ritagli di carta che sfarfallano nel display espositivo.

Nell’opera della designer giapponese si avverte la complessità di una cultura millenaria orientale, che dialoga con quella occidentale in modo colto e raffinato. La bellezza di tutto ciò che è effimero (una bellezza qualitativa) si combina ad altre concezioni estetiche, che si sono stratificate nel tempo con scambi tra aree geografiche diverse (per esempio il Buddhismo Zen, che impresse una svolta all’estetica del periodo Kamakura, si è sviluppato dal Chan cinese), e al metro dei classici europei, alla misura e alla proporzione, al bello quantitativo che nasce dalla possibilità di commisurare estensioni diverse. La designer non si lascia guidare solo dal comportamento dei materiali impiegati, ma anche dai rapporti compositivi.

A tal riguardo il designer e grafico svizzero Bruno Monguzzi ricorda che per la progettazione del manifesto di una mostra al museo Cantonale di Lugano, dedicata al pittore Pier Francesco Mola, è risultata decisiva la scoperta che l’opera Guerriero orientale aveva la proporzione giusta per essere inserita nello schema di un manifesto, in formato F12, usato per le mostre precedenti. Attraverso un movimento di squadra sul foglio e la conseguente produzione di una diagonale Monguzzi ‘vede’ improvvisamente il rapporto tra l’immagine e lo schema compositivo (“Temporale” n°48-49, Bruno Monuzzi. Intervista di Franc Nunoo-Quarcoo, Edizioni Studio Dabbeni, Lugano 1999, p. 51).

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Haruka Misawa, Hihi Dada. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

Nell’opera di Misawa il ‘vedere’ rapporti e relazioni si lega all’ushin 有心 che riscalda il cuore, e all’ineffabile iki 粋. La sua è un’opera che dà forma a un modo di vedere, sentire e pensare. Bit by bit non è infatti una mostra di oggetti d’uso, anche se include la sedia Hihi Dada, ma un sistema di pensiero nel quale confluiscono la grafica, il design, l’architettura, la musica, la filosofia e la narrazione. Alla domanda se la narrazione svolga un ruolo significativo nella sua ricerca Misawa risponde senza esitazione: “sì, certamente”, e passa a raccontare storie in cui i piccoli cerchi, triangoli, quadrati e rettangoli di carta in movimento sono dei bambini che giocano e farfalle che volano. Dai fogli di carta magnetizzata, preparati da un artigiano giapponese, ritaglia quadrati, rettangoli, cerchi e triangoli che si muovono sulla superficie del piano espositivo, alcuni seguendo un brano musicale suonato da un software sulla base di una partitura composta da figure geometriche. Ritagli di carta che corrono, capitombolano e danzano, o si sovrappongono per creare effetti di forma, colore e spazio.

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Haruka Misawa, Acrylic Steps, quattro lastre di acrilico spesse 1 millimetro formano un’idea di architettura. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

Quattro lastre di acrilico spesse 1 millimetro (Acrylic Steps) formano un’enigmatica architettura, che richiama un modo di vedere formatosi all’incrocio tra grafica, fotografia, architettura e cinema.

In Pittura fotografia film (1927) Laszlo Moholy-Nagy elenca otto nuovi modi di vedere attraverso la fotografia che hanno modificato il nostro sguardo e tra questi la “visione simultanea”. Su questo modo di vedere ritorna anche nel saggio Dal materiale all’architettura del 1929 dove, in didascalia alla fotografia Architettura di Jean Kamman scrive: “la sovrapposizione di due negativi fotografici mostra, per effetto di illusione ottica, una compenetrazione dello spazio che la prossima generazione vedrà concretamente nell’architettura in vetro”. Che questo dovesse essere il destino dell’architettura moderna lo aveva in qualche modo intravisto anche Antoni Gaudì che in un suo memoriale appunta: “La visione del mare costituisce per me una necessità. Ho bisogno di vedere spesso il mare e molte domeniche vado alla costa. Il mare è l’unica cosa che sintetizza le tre dimensioni – lo spazio. Sulla superficie si riflette il cielo, attraverso di essa si vedono il fondo e il movimento”. L’acqua del mare, come il vetro, in parte riflette e in parte lascia intravedere per rifrazione quello che sta oltre.

L’idea che l’architettura in vetro sia la materializzazione di una visione fotografica e cinematografica della città ritorna sorprendentemente, a distanza di molti anni dalle teorie di Moholy-Nagy, nel film Play Time (1967) di Jacques Tati, che progetta e realizza un quartiere di palazzi in vetro per girare un film nel quale le superfici specchianti e trasparenti si alternano e sovrappongono con l’effetto di produrre il disorientamento dimensionale nel quale resta vittima Monsieur Hulot. Gli acquari architettonici costruiti e filmati da Tati per la sua divertita parodia dell’età moderna restituiscono la “visione del mare” di Gaudì, che forse è anche quella alla quale Misawa dà forma con Acrylic Steps.

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Haruka Misawa, A single Sheet Becomes a Colony, la carta si riempie di aria e acquista volume. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

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Haruka Misawa, Cubic Soap Bubble, quattro cubi traforati, uno dentro l’altro, imitano la trasparenza iridata di una bolla di sapone / Haruka Misawa mostra Cubic Soap Bubble. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

Il design di Misawa sfuma nell’architettura, nell’arte cinetica, nella grafica, nella pittura, nel cinema, nella narrazione e anche nella scultura. Sculture ‘leggere’ come A single Sheet Becomes a Colony, dove la carta si riempie di aria e acquista volume, o come Cubic Soap Bubble che imita la trasparenza iridata di una bolla di sapone. Se in Paper Sculpture la carta si addensa formando cinque cubi compatti, il filo teso sulle estremità di un ramoscello suggerisce invece un volume vacuo, come quelli disegnati da Leonardo da Vinci per Luca Pacioli. L’astrazione geometrica si posa sul ramoscello come la rugiada durante la notte, per poi luccicare alle prime luci dell’alba. Questa è la poesia con la quale Misawa dà una forma semplice e compiuta a un pensiero complesso. La raffinatezza della sua opera si coglie nei dettagli, come quello della linea che sfuma quasi impercettibilmente, disegnata a matita sopra l’ombra proiettata da uno dei fili tesi.

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Haruka Misawa, Paper Sculpture, cinque cubi, ognuno di 38 millimetri di lato, formati da strati di carta / Un ramoscello sulle cui estremità Misawa ha teso un filo, tratteggiando a matita la proiezione di un’ombra sul piano d’appoggio. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

La cura minuziosa con la quale Misawa si è dedicata a realizzare i lavori esposti è analoga a quella dei monaci amanuensi, con la differenza che l’artista (definirla una designer sarebbe riduttivo) esplora il mistero di una piccola pietra trovata a lato di una via, e i secondi eseguono un servizio divino: chini sulle pergamene eseguono un lavoro di scrittura intesa come forma di preghiera. Un lavoro duro, come si evince da alcune annotazioni che i copisti scrivevano a margine: “per tutti i santi, liberatemi dal continuare a scrivere”. Misawa non si lamenta, la sua devozione a una foglia caduta, o a un ricciolo di carta è accompagnata da una felicità che scalda il cuore: “[in mostra] troverete qualcosa che vi farà sorridere, o qualcosa che vi scalderà il cuore”.

In copertina, Haruka Misawa, Space Inside a Plane, reticoli ultrasottili da 0,4 millimetri ricavati da un solo foglio che sembra composto da più strati sovrapposti. Bit by bit, 2026. ADI Design Museum, Milano. Courtesy of Haruka.

Haruka Misawa, bit by bit (20 aprile – 7 giugno 2026). ADI Design Museum, Milano.