Che emozione “Le città di pianura”, il film di Francesco Sossai (regista) e Adriano Candiago (cosceneggiatore e casting). I premi, notoriamente, bisogna saperli demeritare. Gli autori hanno fatto di tutto per evitare la celebrazione, e anche gli attori magistrali, elettrici, sornioni e imbriagoni (Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi). Di tutto hanno fatto il montatore (Paolo Cottignola), il musicante (Krano), i produttori (Marta Donzelli, Gregorio Paonessa), ma insieme con tutti gli altri non ci sono riusciti. Per una volta i David di Donatello hanno offerto un tripudio di doni meritati a chi non fellineggia a vanvera, a chi non insegue la pigrizia dell’intimismo ideologico, a chi non solletica il banale estetizzante che è in noi, a un capolavoro che è anche un manifesto di cinema e letterario. Arrivo buon ultimo. Qui Mariarosa Mancuso lo trovò strepitoso e ha tratto dalla terra desolata di Eliot la metafora del gelato calpestato. Qui Giovanni Battistuzzi notò nella sua apologia dell’opera che il mondo può fare a meno degli eroi, se ci siano i personaggi. Qui Riccardo Carlino ci chiese di capire con il film “quanto sia dolce sbranare la vita senza troppe fisime”.