Il tennista kazako, n.11 del mondo e innamorato dell’Italia: “Mi piacerebbe vivere qui un giorno, vorrei dei vigneti. Ascolto Celentano e gli 883, vorrei una casa in Costiera”
Giornalista
9 maggio – 13:29 – MILANO
Un artista un po’ pazzoide (Ci è o ci fa? Non lo abbiamo capito…), un tennista di sublime talento, un personaggio che sa essere genio e sregolatezza. Forse per questo Sasha Bublik è così amato dal pubblico italiano. Ricambiato. Il giocatore kazako sogna un futuro nel nostro Paese, tra vigneti e ristoranti dove mangiare prelibatezze, ma adesso deve limitarsi a farsi viziare un po’ a Wimbledon, dove anche quest’anno sarà coccolato dallo chef avellinese Francesco Alvino, e alle Finals di Torino, dove quest’anno spera di arrivare da titolare. Nel frattempo però, un tocco di Dolce Vita, a Roma dove ama giocare sebbene sporcarsi i calzini di terra rossa non sia mai stata la sua passione. Già durante i primi allenamenti è stato il più seguito tanto da fare un video in cui riprendeva le tribune del Foro chiedendo “Sono forse italiano?”.
Alexander, in Italia ha un seguito incredibile, tantissimi tifosi. Come si spiega tanto affetto?
“Non lo so, me lo chiedo anch’io. Non ho mai vinto nulla in Italia. Però è un privilegio e ne sono felice, sento davvero tanta vicinanza della gente e ovviamente ne sono lusingato”.
Forse perché lei è un po’ artista, e il nostro Paese ama chi sa sorprendere come fa lei.
“È possibile, mi fa piacere essere apprezzato e che le persone si divertano a guardarmi. Però non ho la presunzione di diventare un modello”.
Ci sono tanti posti che vorrei vedere in Italia. Mia moglie e mio figlio stanno molto bene quando veniamo nel vostro Paese
Alexander Bublik
È vero che ‘da grande’ le piacerebbe vivere in Italia, o comunque passarci più tempo?
“Sì, mi piacerebbe possedere dei vigneti, o una bella casa in Costiera Amalfitana. E poi fare le vacanze e visitare la Sicilia, la Sardegna. Ci sono tanti posti che vorrei vedere. Mia moglie e mio figlio stanno molto bene quando veniamo nel vostro Paese e poi Monaco è a due passi, quindi si tratterebbe di un trasferimento relativamente semplice”.
Lei ama la moda, Armani è uno dei suoi sponsor. Che rapporto ha con lo stile?
“Mi piace vestirmi in base all’occasione. Non mi vedrete mai al ristorante in abbigliamento sportivo o in infradito. È una questione di rispetto. Non sono ossessionato dalla moda, ma è importante essere adeguati al contesto”.
E dire che sembra un tipo che ama infrangere le regole…
“E invece… Non è che se ogni tanto sfascio qualche racchetta significa che non seguo le regole. L’educazione per me è molto importante”.
Che padre è Sasha Bublik?
“Ora è presto per dirlo. Mio figlio ha tre anni, ha bisogno di noi. Capiremo che genitori siamo stati quando crescerà e tornerà da noi, tra 20 anni. Se i tuoi figli tornano da te, vuol dire che hai fatto un buon lavoro. Non è una questione di soldi. Ci sono tanti esempi di famiglie ricche dove i figli non parlano più con i genitori. Conta il rapporto che riesci a costruire. Marylin Manson diceva che se non siamo noi a educare i nostri figli, allora sarà qualcun altro a farlo”.
La Atp ha pubblicato un documentario su di lei, in cui si definisce il ‘direttore del circo’, parlando del tennis. Cosa significa?
“Penso che sia il ruolo che mi calzi meglio. Ovviamente era una battuta quando parlavo del circuito come un ‘circo’”.
Però ognuno nel circuito ha un po’ il proprio ruolo…
“Sì, anche se a dire la verità non penso così tanto al tennis. È il mio lavoro, faccio quello che devo, ma non sono sempre con la testa a pensare chi fa cosa”.
Oggi tutti parlano del tennis come di qualcosa di enorme e importante. Io non l’ho mai vissuto così. Era solo un gioco che mi piaceva.
Alexander Bublik
Il tennis è entrato nella sua vita molto presto, ci racconta i suoi inizi?
“Fin da piccolo i miei genitori mi hanno messo in mano la racchetta e io ho semplicemente giocato. Oggi tutti parlano del tennis come di qualcosa di enorme e importante. Io non l’ho mai vissuto così. Per me era solo un gioco che mi piaceva. Non è mai stato un problema diventare o non diventare un giocatore”.
E come mai è andato avanti facendolo diventare una professione?
“Perché era qualcosa che mi piaceva fare, in cui ero bravo. Poi sono arrivati anche i risultati: prima ero tra i primi venti junior, poi pensavo ‘forse entrerò nei primi cento, forse no’. Non è mai stata un’ossessione, era più godermi la vita e il percorso. Ho iniziato a prenderlo davvero sul serio forse tra fine 2022 e il 2023. Viaggiavo con il mio allenatore, che è un mio amico, e mi divertivo. Non ho avuto un fisioterapista fino ai 26 anni e non ne sentivo il bisogno. Ero comunque tra i primi 30 al mondo, a volte 25 quando stavo bene”.

E poi non si è più fermato… È cambiato qualcosa nel suo approccio
“Quando il tennis è diventato una professione ho capito che dovevo essere più serio per ottenere risultati migliori. E piano piano sono riuscito a entrare in top 10. È il mio lavoro, cerco di farlo al meglio”.
Il tennis sa far male, soprattutto mentalmente. Qual è il segreto per non entrare in un circolo vizioso quando i risultati magari non arrivano?
“Ma non è solo il tennis, sa? Si può impazzire anche davanti a un computer in ufficio. Credo sia una questione di equilibrio nella vita in generale”.
Però c’è stato un momento in cui, l’anno scorso, ha vacillato. Ci racconta cos’era successo?
“Ero crollato intorno al numero 80, ma non era per la mancanza di atteggiamento o di allenamento. Era l’opposto. Ero in burnout. Mi ripetevo: se mi alleno di più, se miglioro il dritto, prima o poi le vittorie arriveranno. Ma non arrivavano, e ho pensato: perché sto sacrificando così tanto della mia vita?”.
Nella vita sono easy, ma nello sport no. Voglio che tutto sia perfetto. Quando non funziona, può essere frustrante.
Alexander Bublik
“Sì ma poi ho pensato: smetti e poi cosa fai? L’idea di fare l’allenatore non mi è mai piaciuta. Quindi ho pensato, devo continuare, perché fare il tennista è molto meglio che fare il coach…”.
Però il suo coach ha estratto un cilindro dal cappello con l’idea di fare un salto a Las Vegas per cambiare aria.
“Sono stati tre giorni molto intensi, in cui diciamo che ho pensato poco al tennis, le partite, la classifica. Poi siamo andati a giocare il Challenger di Phoenix e pensavo che non avrei vinto nemmeno una partita. Invece sono arrivato in finale e da lì tutto è ripartito”.
Che rapporto ha con il suo allenatore?
“Prima di tutto è un amico. È il padrino di mio figlio, io sono padrino di sua figlia. Siamo una famiglia”.
Nel documentario dice che non è facile lavorare con lei: c’è qualcosa che non sopporta di lei come giocatore?
“Dovete chiederlo a lui. Forse il fatto che sono molto attento ai dettagli: nella vita sono easy, ma nello sport no. Voglio che tutto sia perfetto. Quando non funziona, può essere frustrante. Lui è più rilassato, io meno”.
“Roba tranquilla. E di nuovo c’è di mezzo l’Italia: a fine anno nella top 5 del mio Spotify c’erano Celentano, 883, Pavarotti, Bocelli… Anche se sembra poco credibile. Amo molto Il tempo se ne va di Celentano”.
Le interessa lasciare un segno, quando il tempo in campo sarà finito?
“No, non ci penso mai”.
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