Il presidente ucraino prova a non lasciare al Cremlino il monopolio del 9 maggio, ma tra negoziati, accuse che sfiorano il potere e stanchezza sul fronte il suo margine politico si restringe.

Propaganda chiama propaganda. Venerdì, alla vigilia delle celebrazioni russe per il Giorno della Vittoria, Donald Trump ha annunciato a sorpresa uno scambio di prigionieri e un cessate il fuoco di tre giorni tra Russia e Ucraina, dal 9 all’11 maggio. Poco dopo è arrivata la risposta di Volodymyr Zelensky: un decreto ufficiale in cui il presidente ucraino ha dato il “permesso” allo svolgimento della parata a Mosca. Nel testo compaiono anche le coordinate precise della Piazza Rossa. Ironia, certo. Ma soprattutto politica.

Perché il decreto non era solo una provocazione. Era un modo per marcare il terreno, per non lasciare a Mosca il monopolio del simbolo e della scena, per provare a strappare al Cremlino almeno una parte della regia narrativa del 9 maggio, dopo aver colpito in profondità target strategici e civili in territorio russo. Una mossa che ha costretto Mosca a rivedere la scenografia delle celebrazioni.
Eppure, proprio questa mossa racconta anche il suo limite. Perché il linguaggio resta quello della sfida, ma lo spazio reale si è ristretto. Il leader di Kiev continua a parlare da irriducibile per il fronte interno, per i soldati, per gli alleati. Però non può neppure ignorare la pressione che arriva dall’esterno, soprattutto dagli Stati Uniti, su contatti, tregue, trattative, condizioni.
È qui che si vede la contraddizione. Da una parte il rifiuto politico della messinscena russa – nei giorni precedenti il presidente ucraino aveva addirittura sconsigliato ai leader di partecipare alla parata – dall’altra la necessità di non chiudere del tutto la porta a un quadro negoziale che altri, prima di tutto Washington, stanno contribuendo a disegnare.
Sul fronte interno, il leader di Kiev arriva a questo passaggio con un capitale politico ancora forte ma meno intatto di un tempo. Il tema della corruzione è tornato a pesare e ha ripreso a sfiorare ambienti vicini al potere. Il caso di “Vova”, al di là dei dettagli, ha rimesso in circolo un dato politico più generale: anche nell’Ucraina in guerra sopravvivono reti opache, relazioni personali, zone grigie che la retorica dell’emergenza non riesce più a coprire del tutto.
Lo stesso vale per Rustem Umerov, figura chiave nei contatti con gli alleati e nelle mediazioni più delicate, tornato in queste ore a Miami dopo settimane di stallo diplomatico. Il centro di gravità delle decisioni ucraine resta in buona misura fuori da Kiev.
Intanto il logoramento più profondo è quello del campo di battaglia. I militari ucraini arrivano all’estate stanchi, sotto pressione, spesso costretti a turni sempre più lunghi e massacranti. In questo quadro cresce il timore di una nuova spallata russa su Pokrovsk, snodo cruciale del Donetsk, in una fase che ricorda almeno in parte il dopo 9 maggio 2023, quando la pressione su Bakhmut si trasformò insieme in vittoria tattica e in strumento di propaganda.
I problemi di Mosca restano, e sono evidenti. Ma non bastano più a nascondere quelli di Kiev. Zelensky rimane il volto della resistenza ucraina. Però oggi, più che un leader che detta il tempo, pare un leader che prova a non farselo imporre.




















































9 maggio 2026