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Alessandro Fulloni, inviato
Il marito e padre delle due vittime ha lasciato Pietracatella: «Troppa pressione mediatica» dice l’avvocato Facciolla che lo assiste come parte offesa. Il ricordo della giornata di 11 anni fa, inaugurando il parco dedicato a Faber
«Cosa mi auguro? Che resti il messaggio. Il messaggio di Fabrizio De André è contenuto nei suoi scritti, nelle sue canzoni e nelle sue poesie: ripeto, valori universali, l’essere dalla parte degli ultimi, l’impegno sociale, la pietas, quindi la capacità di perdonare. Sono dei valori che tra l’altro sono anche molto vicini a quelli propri di una comunità cristiana qual è Pietracatella, qual è la comunità molisana in genere. Io ci vedo una grandissima affinità. Ecco, vorremmo che i nostri ragazzi si ispirassero a questi valori». Difficile non restare colpiti dalle parole — miti, sensibili e al tempo stesso cariche di passione — dell’allora sindaco Gianni Di Vita, oggi cinquantacinquenne. Quasi un «manifesto», politico e umano di un uomo che abbiamo conosciuto a partire dalla fine dello scorso dicembre, quando la tragedia che avrebbe distrutto la sua famiglia, il «giallo» della ricina, è arrivata con la violenza di uno tsunami. La figlia secondogenita, Sara, 15 anni, morta in ospedale a Campobasso per le conseguenze dell’avvelenamento. Stessa sorte per sua moglie Antonella, 50, che si è spenta all’indomani sempre nel reparto di Rianimazione del Cardarelli.
11 giugno 2014: una bellissima giornata
Di Gianni sinora non sapevamo pressoché nulla. Anche perché in questi quattro mesi ha sempre preferito stare lontano da telecamere e taccuini. E quella sola volta in cui è stato avvicinato da una troupe di Dentro la notizia, garbatissimo ma fermo, ha detto che «non voglio parlare. Cerco solo tranquillità». Poi si è tolto lo zainetto, l’ha riposto nell’auto parcheggiata non lontano dallo studio – nella vita è un commercialista e sua moglie lavorava con lui come consulente aziendale – a Campobasso, e chiusa la portiera, si è allontanato.
«La poetica di De André? Contiene valori universali»
Ma facciamo un passo indietro tornando a quell’11 giugno 2014. Gianni sta trascorrendo una bellissima giornata che ruota tutta attorno all’inaugurazione del «belvedere» di Pietracatella — circa 1.000 anime arroccate su un monticello a 700 metri di quota — dedicato a Fabrizio De Andrè, cantautore e di sicuro un poeta che diede un nome a chi un nome non l’aveva. Il sindaco ne è innamorato da quando era ragazzino, un trasporto trasmesso, a lui come a tanti studenti del borgo, dal suo prof di musica alle medie, lo scomparso Donato Di Donato, pazzo per Faber al punto da suonarlo e leggerlo in classe. «Erano vari anni che volevamo intitolargli qualcosa – raccontò, indossando la fascia tricolore e visibilmente emozionato, a Telemolise – e lo abbiamo fatto intestandogli il nostro luogo più bello, il giardino del centro storico, il ritrovo delle famiglie». Poi il commercialista-sindaco, che t’immagineresti preso solo da numeri, rendiconti e delibere, arriva dritto al punto, sorprendendo: «La poetica di De André è una poetica fatta di valori universali. Speriamo che tra qualche anno quelli che oggi sono ragazzi possano apprezzarlo come lo apprezziamo noi».
«Il suo unico pensiero è per Alice»
Fatto sta che dopo aver perso moglie e figlia, Gianni — due volte stimatissimo e benvoluto sindaco dem dal 2006 al 2014 e poi tesoriere regionale del partito — non ha più voluto parlare con nessuno, men che meno con i giornalisti. A raccontare il perché è l’avvocato che lo assiste come parte offesa, Vittorino Facciolla: «Il suo unico pensiero adesso è per Alice», la primogenita diciottenne che quella sera del 23 non era a casa con mamma, papà e sorella, ma fuori per una cena con amici. Il suo cellulare è stato il primo a essere acquisito dagli inquirenti — poi è successo anche con quelli di Antonella e Sara — e l’avvocato spiega di non vedere l’ora che «la copia forense sia ultimata, così qualunque illazione fatta su di lei sarà spazzata via. E anche Gianni è disponibile a consegnare al più presto il suo telefonino».
Lasciata la casa a Pietracatella. «Troppa pressione mediatica»
Dopo il sequestro dell’abitazione, padre e figlia si trasferirono da Laura, la quarantenne cugina di Di Vita, che vive sempre in via del Risorgimento e che per le due nipoti è stata una seconda mamma. La donna, insegnante di sostegno, entro lunedì sarà ascoltata di nuovo, per la quarta volta, dalla Mobile diretta da Marco Graziano. Giornalisti e troupe televisive hanno stazionato giorno e notte davanti a casa sua e per questo Gianni e Alice hanno deciso di lasciare Pietracatella. «Cè troppa pressione mediatica attorno a questa famiglia distrutta. Gianni — puntualizza Facciolla, in primis “amico caro” di Gianni, poi ex vicegovernatore Pd del Molise e attuale consigliere regionale — deve proteggere Alice, provatissima, che tra poche settimane dovrà sosenere la maturità classica». Da qui il trasferimento lontano da telecamere e taccuini.
L’alert del Centro antiveleni
Quanto al delitto, fu il direttore Carlo Locatelli a inviare, circa due mesi e mezzo dopo le due morti, un primo alert in cui segnalava la possibile presenza della letale tossina nei corpi. Sebbene gli investigatori della Squadra mobile di Campobasso avessero intuito da subito che qualcosa non tornava in quei due decessi — a verbale, ed eravamo ancora nel 2025, già veniva chiesto ai primi testimoni se fossero a conoscenza di possibili «dissidi» nella folta famiglia dei Di Vita —, da quel momento in poi è cambiato tutto, perlomeno dal punto di vista giudiziario. L’iniziale indagine per omicidio colposo — cinque sono i medici del Cardarelli sotto inchiesta, avrebbero sottovalutato i sintomi segnalati da Antonella e Sara scambiandoli per una gastroenterite ma è sempre più evidente che presero le decisioni corrette — è passata dalla Procura del capoluogo molisano a quella confinante di Larino, competente territorialmente.
«Dissidi in famiglia? Non esistono»
Il delitto sarebbe avvenuto a Pietracatella, e proprio a casa dei Di Vita, nella palazzina a tre piani in via del Risorgimento sotto sequestro da tre mesi. La data più probabile dell’ingerimento della tossina è quella del 23, ma non è escluso il 24 e addirittura un secondo tentativo di avvelenamento entro il 26. L’ipotesi di reato è cambiata, e ora la procuratrice Elvira Antonelli procede, contro ignoti, per duplice omicidio premeditato. Non ci sono indagati. Ma sui media compare spesso una brutta parola da maneggiare con cautela, «sospettati». Si tratterebbe di cinque persone, forse dentro quel nucleo familiare — un’infinità tra zii, cugini, lontani parenti — descritto come «chiuso» dagli investigatori. Si parla di «dissidi», e forse di un movente tra gelosie (Gianni tra l’altro è definito da tutti un uomo charmant, che piace alle donne) e invidie. Poi però chissà se le cose stanno davvero così. Si indaga a 360° e non è certo un modo di dire. «Io non escludo alcuna ipotesi — scuote la testa Facciolla —, nemmeno quella di un pazzo che spedisce la ricina in giro. Dissidi in famiglia? Non esistono. E se fossero esistiti Gianni, uomo solido, avrebbe saputo come stemperarli».
Pietracatella, cartoline dal neorealismo
Tutto il resto ci riporta a Pietracatella, dove i vecchi sono tanti e il tempo scorre lento. Salendo verso la chiesetta abbandonata in cima al cucuzzolo del borgo, i vicoli, che sembrano caruggi, si fanno sempre più stretti, belli e misteriosi. Le case centenarie tirate su in roccia grigia sono in gran parte disabitate. Qualcuno dice che si ripopolano d’estate, quando dalla Germania tornano figli e nipoti degli emigranti che lasciarono il Molise nel dopoguerra. Scorci, volti e racconti paiono istantanee dal neorealismo viste nei film di De Sica e nei libri di Malaparte. Il paese è contenuto tutto in tre, quattrocento metri, dai due soli baretti (uno accanto all’altro) alla farmacia. Il «belvedere» De Andrè è sotto al municipio e accanto a una splendida pieve che risale, dicono, alla fine del 1300. Di fronte, ecco il palazzo più bello che appartiene ai discendenti di Alfredo Rocco, il ministro fascista che elaborò il codice penale che ancora regge.
Faber, silenzio e dolore
Poi certo, Faber. Quel giorno all’inaugurazione c’era anche Laura che successivamente, intervistata sempre da Telemolise, intestò il merito dell’iniziativa a «Gianni, grande fan di Fabrizio da sempre». Il resto è unicamente silenzio, e dolenti parole per chi non c’è più, Sara e Antonella, magari come queste: «Notte notte, notte sola. Sola come il mio fuoco. Piega la testa sul mio cuore. E spegnilo poco a poco».
8 maggio 2026 ( modifica il 9 maggio 2026 | 16:42)
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