Alice Maher. Foto Marco Zorzanello
La prima cosa che si capisce entrando nella Biennale Arte 2026 è che qui il ritmo è diverso. Nessuno sembra avere fretta di spiegarti il mondo e nessuno cerca il grande slogan definitivo, la teoria totale, il gesto curatoriale che schiaccia tutto il resto. In Minor Keys, la mostra pensata da Koyo Kouoh prima della sua morte improvvisa, procede come un disco ascoltato a volume basso. Devi avvicinarti, rallentare e accettare che alcune cose non si comprendano immediatamente. Il titolo è già una dichiarazione poetica. Le tonalità minori, nella musica, non sono semplicemente tonalità tristi. Sono tonalità ambigue. Contengono malinconia, ma anche desiderio, memoria, sensualità, ironia, sospensione.
Nel jazz e nel blues il “minor” non coincide mai con la disperazione assoluta. Anzi, spesso è il luogo in cui il dolore diventa ritmo, il lutto diventa voce collettiva, la perdita produce improvvisazione. E soprattutto jazz e blues sono il risultato di un gigantesco incontro culturale. Nessuna musica del Novecento ha saputo assorbire così tante provenienze diverse. Africa occidentale, spiritual, gospel, folk europeo, fanfare militari, rituali caraibici, canti di lavoro, liturgia, migrazione, schiavitù, desiderio di emancipazione. Dentro il blues convivono tragedia e ironia, sensualità e politica, sopravvivenza e spettacolo. È una musica che nasce dalla ferita ma non si riduce mai alla ferita.
Nicholas Holobo. Foto Marco Zorzanello
Forse è proprio questo il cuore della Biennale di Kouoh. Perché In Minor Keys non funziona come una mostra tematica tradizionale, ma come una composizione musicale in cui le opere si richiamano a distanza. Entrano ed escono dal discorso come strumenti durante una jam session, ci sono ritorni, pause, improvvise accelerazioni emotive. E anche se è una Biennale in qualche modo di continuità rispetto a quella di due anni fa di Adriano Pedrosa, quella precedente aveva costruito una mostra fortemente centrata sulla riscrittura politica della storia dell’arte, con un impianto quasi enciclopedico e, ci permettiamo, anche un po’ noioso.
Kouoh invece sembra molto meno interessata alla dimostrazione e la sua mostra non ti dice continuamente cosa devi pensare. Ti lascia dentro uno stato emotivo attraverso un approccio più intimo, più spirituale, più vulnerabile. E inevitabilmente la morte prematura della curatrice attraversa tutto il percorso come una presenza silenziosa, però la sensazione della perdita rimane sospesa nell’aria, come succede in certi pezzi di Billie Holiday o di Chet Baker, quando la fragilità della voce diventa parte stessa della composizione. In Minor Keys sembra costruita attorno all’idea che la delicatezza possa ancora essere una forma politica.
Lo si vede benissimo nelle opere di Marcia Kure. I suoi assemblaggi di capelli sintetici potrebbero sembrare decorativi a una lettura superficiale, ma in realtà funzionano come mappe diasporiche. Il capello artificiale porta con sé intere economie globali, estetiche postcoloniali, sistemi di desiderio e consumo. Le sue Hair Jackets sembrano armature morbide, organismi sociali cuciti insieme. La materia sintetica diventa identità culturale e memoria industriale allo stesso tempo. C’è qualcosa di profondamente jazzistico nel modo in cui Kure lavora: prende materiali poveri, apparentemente marginali, e li trasforma in strutture complesse, stratificate, sensuali.
Cosmological Acts of Devotion – ACT 1 , 2026. Thania Petersen. Foto Andrea Avezzù
Anche Thania Petersen costruisce opere che sembrano composizioni musicali più che installazioni, con grandi superfici ricamate che intrecciano migrazioni sufi, Oceano Indiano, tombe musulmane, perline, navi storiche, ritualità spirituali e geografie coloniali. Ogni elemento sembra rispondere all’altro come strumenti dentro un ensemble. Il risultato è una cosmologia tessile che parla continuamente di movimento: attraversamenti, diaspora, devozione, corpi che viaggiano nel tempo e nello spazio.
La Biennale è piena di artisti che lavorano sulla memoria non come archivio morto ma come materia viva. Uriel Orlow fotografa le tracce lasciate dalle piante negli erbari coloniali europei. Non le piante stesse, ma le impronte residue, le ombre, i pigmenti rimasti sulla carta. È un gesto straordinario perché sposta completamente il punto di vista: la storia coloniale emerge attraverso ciò che manca. Le sue immagini sembrano fantasmi botanici. E anche qui ritorna quella sensibilità blues che attraversa tutta la mostra: rendere visibile l’assenza.
Tale of a Tree, 2002. Vera Tamari. Foto di Andrea Avezzù
Poi c’è l’argilla. Tantissima argilla. Quasi fosse il basso continuo dell’intera Biennale. Vera Tamari lavora la ceramica attraverso un processo lentissimo di frattura e ricomposizione. Le sue opere portano addosso il rischio della distruzione. Ogni frammento sembra sopravvissuto a qualcosa e guardandole si ha la sensazione che Kouoh fosse interessata soprattutto agli artisti capaci di trasformare la vulnerabilità in struttura. Le sculture di Seyni Awa Camara sembrano invece uscite direttamente da una zona intermedia tra sogno e veglia: creature ibride, occhi enormi, corpi impossibili. Figure che non appartengono completamente né al mondo animale né a quello umano. La sua biografia racconta di una donna tornata all’argilla dopo un matrimonio infelice, come se la materia fosse diventata un modo per rientrare in contatto con sé stessa. E questo dettaglio, dentro In Minor Keys, assume un peso enorme. Perché tutta la Biennale sembra costruita sull’idea che creare significhi anche sopravvivere.
Untitled, Seyni Awa Camara. Foto di Andrea Avezzù
Eppure, nonostante tutto questo dolore sedimentato, la mostra non è mai cupa. Anzi. A tratti è sorprendentemente ironica, persino giocosa. Le opere di Big Chief Demond Melancon portano dentro i Giardini la cultura dei Black Masking Indians di New Orleans: piume, perline, ritualità carnevalesche nate dall’incontro tra culture afroamericane e indigene. I suoi costumi sono sculture da indossare, ma anche atti di resistenza collettiva. In una Biennale dominata da tonalità basse, Melancon introduce improvvisamente la fanfara. Anche BuBu de la Madeleine lavora su una linea simile, trasformando la figura della sirena in un corpo queer continuamente mutevole. Le sue bandiere e i suoi disegni mescolano chirurgia, desiderio, trasformazione fisica, cultura drag e attivismo. C’è dolore, certo, ma anche un piacere evidente della metamorfosi.
Giant Triple Mushroom, 2025. Carsten Höller
E poi c’è un elemento quasi invisibile che finisce per diventare il vero fantasma della Biennale: l’odore. Carsten Höller presenta due semplici panchine. Apparentemente nulla di spettacolare. In realtà Höller ha ricreato chimicamente due profumi: quello del foulard di sua madre e quello del cappello di suo padre. Sedendosi, questi odori iniziano lentamente a diffondersi nello spazio. Non invadono mai davvero l’ambiente. Restano sospesi. Ti raggiungono all’improvviso mentre guardi altre opere. È una presenza intermittente, emotiva, involontaria. Ed è forse qui che In Minor Keys trova la sua forma più precisa.
La Biennale non vuole occupare lo spazio con affermazioni monumentali, ma infiltrarsi lentamente nella memoria del visitatore come fanno certe canzoni che sembrano piccole e poi continuano a tornarti in testa per mesi, e qui le note sono le opere, che usano lessici tra i più disparati: Leonilda González usa la xilografia come strumento popolare e politico, creando spose rivoluzionarie rabbiose e sarcastiche; Beverly Buchanan costruisce baracche fragili che parlano di memoria vernacolare afroamericana, di sopravvivenza e di architetture minime; Edouard Duval-Carrié trasforma il vodou haitiano in una cosmologia visiva fatta di spiriti, migrazioni e fantasmi coloniali. Lessici diversi dicevamo, ma tutti sembrano parlare la stessa lingua emotiva: una lingua fatta di materiali poveri, memorie diasporiche, spiritualità quotidiana e resistenza sommessa.
The End of the World, 2023-2024. Alfredo Jaar. Foto Luca Zambelli Bais
Una delle opere più potenti della Biennale è anche la più piccola. Alfredo Jaar comprime cobalto, terre rare, rame, nichel, litio, manganese, platino e altri materiali essenziali per il nostro presente tecnologico in un cubo di appena quattro centimetri. Minuscolo. Quasi ridicolo. Ed è proprio lì la forza dell’opera: dentro quell’oggetto microscopico ci sono miniere, guerre, sfruttamento, transizione ecologica, colonialismo industriale e persino la futura conquista della luna. Jaar trasforma il capitalismo contemporaneo in una reliquia. Il cubo è collocato al centro di un gigantesco hangar immerso in una luce rossa psichedelica. L’ambiente sembra infernale e affascinante insieme, come una cattedrale industriale dopo la fine del mondo. In mezzo a quello spazio enorme, il cubo appare come un idolo minuscolo e pericoloso, come feticcio contemporaneo da cui dipendiamo completamente. La cosa più inquietante è che non riusciamo a smettere di desiderarlo.
Kaloki Nyamai. Foto Marco Zorzanello
Alla fine si esce da questa Biennale con una sensazione rarissima oggi: quella di essere stati trattati con delicatezza. In Minor Keys non aggredisce mai e chiede gentilmente di ascoltare invece che reagire immediatamente. In un sistema dell’arte contemporanea sempre più dipendente dalla velocità, dalla dichiarazione e dalla performance ideologica, Kouoh sembra aver costruito uno spazio in cui è ancora possibile sostare. E forse è proprio questo il gesto più radicale della mostra. Credere ancora che l’arte possa essere una forma di cura, che una tonalità minore possa contenere abbastanza forza da reggere il mondo.
La mostra come sempre è divisa tra Arsenale e Giardini e saranno le decine di migliaia di passi fatti o la tanta gente che ha affollato Venezia in questa Biennale della polemica, sarà forse il rumore continuo, ma questa Biennale suggerisce una tenera nostalgia di casa. Non la casa da adulti, ma quella da bambini, quel posto dove ancora non eravamo chi siamo e potevamo diventare tutto. E allora i profumi di Höller diventano quelli della propria famiglia, una parola che riecheggia nelle sale perché il team che ha portato avanti il progetto di Kouoh, si è comportato proprio come figli che hanno ereditato un compito difficile e bellissimo. Per questo resta addosso. Come un profumo antico, come certe note basse di un vecchio disco jazz ascoltato troppo tardi la sera. E allora si capisce che questa Biennale, in fondo, assomiglia davvero a un enorme atto d’amore.
Alice Maher e Rahcel Fallon. Foto Luca Zambelli
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