L’isola appare all’improvviso tra Murano e Burano, un quadrato di terra bassa nel silenzio della Laguna Nord, dove il vento piega le erbe saline e i mattoni napoleonici sembrano ancora trattenere l’umidità dei secoli. San Giacomo non aveva bisogno di essere valorizzata (parola che a Venezia spesso coincide con l’ennesima addomesticazione turistica), ma di essere salvata dall’abbandono senza perdere il proprio carattere appartato, quasi refrattario alla mondanità. È questo il gesto più interessante compiuto da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, grande mecenate e collezionista italiana: l’aver scelto non il centro storico già saturo di eventi, di inaugurazioni e di rendite simboliche, ma un’isola dimenticata e marginale, difficile da raggiungere e dunque ancora capace di imporre un tempo diverso. Dopo Torino, dove nel 2002 la fondazione trovò casa in un’ex area industriale trasformata in uno dei pochi spazi italiani davvero internazionali per l’arte contemporanea, dopo Guarene con il palazzo sulle colline piemontesi, e dopo Madrid, città in cui la presenza della fondazione continua senza una sede stabile, San Giacomo rappresenta qualcosa di ulteriore. Non è certo una nuova dependance, non è più soltanto il white cube e il sistema delle mostre, ma un ecosistema culturale che prova a intrecciare arte, ricerca ambientale, ospitalità e paesaggio lagunare senza scivolare nella retorica verde che accompagna ormai qualsiasi progetto culturale contemporaneo.
Huff and a Puff, Hugh Hayden
Old Tree (Pink Seas), Pamela Rosenkranz
L’isola di San Giacomo a Venezia
L’isola è stata acquistata nel 2018 dal marito di Patrizia, Agostino Re Rebaudengo, presidente di Asja Energy, ma il dato economico o immobiliare qui conta relativamente, perché ciò che interessa è la traiettoria simbolica di San Giacomo che prima era un monastero medievale, poi un hospitale per pellegrini, poi un insediamento cistercense, un presidio militare napoleonico, un deposito di armi e una rovina divorata dai rovi dopo il disuso dell’esercito italiano e adesso una nuova vita. Venezia è piena di luoghi che sopravvivono come quinte malinconiche, ma qui il recupero evita sia la museificazione nostalgica sia il feticismo del rudere. L’inaugurazione ufficiale nei giorni frenetici della 61esima Biennale d’Arte, arriva dopo anni di restauri ed aperture episodiche, tra performance e visite contingentate. Le vecchie polveriere diventano così spazi espositivi, una conversione quasi letterale, dalla custodia delle armi alla custodia delle immagini, ma il progetto funziona soprattutto quando non insiste sulla propria virtù. “L’isola della Sandretto”, come la chiamano in molti, convince perché non pretende di essere una cittadella utopica separata dal mondo, ma un luogo di lavoro lento dentro una Venezia sempre più compressa tra overtourism e gigantismo culturale.
Patriarchy = CO2, Claire Fontaine
Patrizia Sandretto Re Rebaudengo
Il programma culturale
Perfetto è anche il programma inaugurale che evita l’effetto festival diffuso. La personale di Matt Copson, curata da Hans Ulrich Obrist, convive con una mostra costruita sulle opere della collezione Sandretto Re Rebaudengo e con un racconto fotografico del cantiere affidato a Giovanna Silva e Antonio Fortugno. Nel giardino – vicino l’abitazione con gli interni realizzati da Luca Guadagnino – compaiono interventi permanenti di Claire Fontaine, Thomas Schütte e altri artisti della scena internazionale, disseminati senza monumentalismi. L’aspetto più riuscito, però, riguarda forse il rapporto con il tempo. Venezia produce continuamente presente tra biennali, vernissage, settimane dell’arte e inaugurazioni seriali, ma San Giacomo sembra non tenerne conto ed è la sua forza. Per arrivarci servirà un vaporetto a richiesta, l’apertura sarà graduale, le residenze privilegeranno permanenze lunghe. Persino la geografia dell’isola costringe a rallentare lo sguardo, necessario in un luogo come questo che non compete nel mercato dell’attenzione, ma lo aggira, chiedendo a quello stesso sguardo la sua possibilità di tornare, di sedimentare come (perché no?) di cambiare idea.



