di
Federico Fubini
Lo studioso russo conferma che il consenso dello «zar» è in calo. «Ma i cittadini russi non sono pronti a distruggere la propria vita esprimendo apertamente il proprio malcontento»
Andrei Kolesnikov è spesso in viaggio fra le capitali europee, dove presenta il suo ultimo libro: The Closing of the Russian Mind. Oggi risponde in videochiamata dalla sua casa di Mosca, la città in cui si è appena svolta la parata per il 9 maggio e dove lui di recente è stato dichiarato «agente straniero» per i suoi molti interventi critici anche su Foreign Affairs. Dalla finestra, Kolesnikov vede la Torre Mosfilm, colpita da un drone ucraino cinque giorni fa.
Vladimir Putin ha mandato oltre un milione di persone a farsi uccidere o ferire in Ucraina e nella società russa non è successo nulla. Ma basta togliere Internet alle élite di Mosca e improvvisamente il dittatore sembra indebolito. Non è un paradosso?
«Forse sì, ma guardi al comportamento delle masse negli Stati totalitari. La gente si adegua, si allinea, cerca di pensare ad altro. Proprio come durante questo 9 maggio. Sì, c’era molta ansia e irritazione a causa di queste restrizioni su Internet. Ma se non puoi farci nulla, accetti la realtà e cerchi di adattarti, tecnologicamente e psicologicamente. Quindi, per come la vedo in questo momento, non succede nulla in termini di malcontento esplicito».
Non vediamo un declino di Putin nei sondaggi?
«Sì, il consenso cala, ma di poco. Segnala questo malcontento e soprattutto la stanchezza per tutto ciò che ci circonda. Ma se non hai alcuna possibilità di influenzare la situazione, non hai strumenti. Quindi cerchi di trovare un modo per tacere ed evitare guai. Le persone non sono pronte a distruggere la propria vita, il proprio lavoro, la propria istruzione, la vita dei figli, esprimendo apertamente il proprio malcontento».
Una parata sottotono: il confronto con quella del 2025
Putin sembra diventato più paranoico riguardo alla propria sicurezza, tanto che ormai non si fa quasi più vedere in pubblico. Perché?
«Nella politica di Putin c’è molta psicologia. Tutto è psicologico perché il regime è personalistico e sultanistico. Perciò le sue emozioni personali, i suoi sentimenti, la sua visione del mondo sono estremamente importanti per definire la politica dello Stato. E il suo sentimento principale è il risentimento. Putin ne è pieno, dunque il suo Stato lo è. Questo desiderio di fare giustizia, liberare i territori che erano “nostri”, il desiderio di esprimere continuamente agli occidentali il suo “e voi allora?”. Il suo messaggio è: gli occidentali fanno lo stesso, anche loro sono cinici, perché non esserlo anche noi? Risentimento è la parola chiave per descrivere la sua politica. Inoltre, psicologicamente è una persona molto sospettosa. È una sorta di maestro nel gioco delle trame. A volte sembra una parodia, un film su uno che vuole conquistare il mondo. Ma la gente per lo più non lo percepisce come paranoico».
Come lo percepiscono i russi?
«Molti si dicono: “Quest’uomo è un leader, c’è un problema di sicurezza e speriamo che ne sappia più di noi. Lasciamo che si comporti come vuole”. Ma la sua paranoia è talmente evidente in questo momento che sembra quasi ridicola. Invece non lo è affatto. È terribile».
Non crede che la paranoia in Putin sia frutto della consapevolezza che la guerra non va secondo i suoi piani?
«Credo che ci sia una contraddizione nel profondo della sua anima. Voleva una vittoria rapida e si considera abbastanza potente da far fronte a qualsiasi crisi. Ne ha dato prova. E ora qualcosa non sta andando secondo i piani iniziali. Ma lui non ha mai chiarito cosa significhi vincere, quali siano i criteri territoriali o morali della vittoria o per quanto tempo possiamo perseguirla e quali siano i criteri della pace. Sembra si sia abituato a vivere in una situazione parzialmente o totalmente militare. Questa è l’essenza del suo regime e della sua sopravvivenza personale. Ha bisogno di un’escalation permanente».
Cosa comporta un’escalation in queste circostanze?
«È difficile immaginarlo, ma lui sta cercando non di fermare la guerra, bensì di portarla avanti in un contesto di economia in declino ed evidente stanchezza della popolazione, compresi i suoi sostenitori. E questa stanchezza si trasforma in irritazione».
Putin se ne rende conto, qualcuno magari nell’amministrazione civile glielo riferisce?
«Sembra che ascolti solo i servizi speciali, cioè i servizi segreti. È in linea con la sua paranoia. Lui diventa sempre meno un presidente civile e sempre più un presidente dei servizi speciali. È il suo comportamento naturale. Per lui queste restrizioni, questa repressione permanente dell’intera società sono naturali».
Esiste un’élite insoddisfatta, in questo momento. Sarà capace di contenere il degrado del sistema o addirittura organizzare un cambiamento al Cremlino?
Le persone di questa élite sembra non dispongano degli strumenti per tenere a freno Putin e i suoi fedelissimi dei servizi segreti. E non vogliono perché per loro ordire qualche tipo di complotto o cercare di influenzare il vertice è un po’ rischioso. Forse fanno presente a Putin che qualcosa sta andando storto nell’economia. Forse cercano di mandare messaggi ma molto, molto leggeri. Non citano mai la guerra come causa dei problemi economici. Parlano dei tassi di interesse, accusano la banca centrale: qualsiasi cosa tranne la guerra. Sarebbe strano se ci fossero dei complotti».
Qualcuno ha parlato di un possibile putsch guidato dall’ex ministro della Difesa, Sergei Shoigu.
«Da chi, da Shoigu? È buffo, per un orecchio russo, sentir dire che sarebbe pronto a un complotto. Tra l’altro, oggi è apparso in televisione. Ha stretto la mano ai cosiddetti veterani, e forse è un messaggio che con lui va tutto bene».
In sostanza lei dice che ormai il potere è sempre più dell’Fsb, il servizio segreto interno?
«Sì. Sa, era chiaro che ci sarebbero state discussioni nell’ala civile dell’amministrazione sulle restrizioni a Internet. Lì i funzionari lavorano su Telegram, è il loro strumento di propaganda. Ma i servizi segreti hanno convinto Putin mostrando ciò che è successo a Nicolás Maduro a Caracas o all’ayatollah Ali Khamenei a Teheran. Alcuni dicono che Putin e i servizi speciali fossero spaventati da un presunto attacco con droni a Valdai, dove si immagina viva la sua famiglia. Sembra che i servizi speciali governino la Russia ora in misura maggiore rispetto al passato».
I bombardamenti ucraini su vari siti in Russia stanno diventando sempre più intensi. Questo spaventa la popolazione, la induce a dubitare della guerra?
«Notiamo quest’ansia nei sondaggi: calano coloro che dicono che la Russia stia andando nella direzione giusta e aumentano quelli che pensano il contrario. Molti sono a favore dei negoziati di pace, da più di un anno. Stanchezza e irritazione sono l’umore generale. Ma la gente resta fatalista, perché non può cambiare le cose. E poi c’è la mancanza di compassione verso i propri compatrioti. La gente si dice: se il drone che arriva non è diretto a me, non mi riguarda».
Se Putin non riuscisse a uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciato in Ucraina, pensa che potrebbe essere tentato di ricorrere all’arma nucleare tattica per por fine alla guerra?
«Il ricatto atomico era all’ordine del giorno un anno e mezzo fa, quando il governo russo ha presentato un nuovo concetto di politica nucleare. Ma fino a che punto questo regime è suicida? Se non lo è, non sarà pronto a usare l’atomica. Tuttavia, possiamo immaginare una situazione in cui si pensa che l’America non risponderà a questo attacco nucleare per evitare un’ulteriore escalation e una grande guerra nucleare. Forse quest’ipotesi è nella mente di diversi consiglieri, e non possiamo escludere che siano influenti. Non c’è un consenso, ma è un punto di vista molto diffuso tra i responsabili e gli esperti di politica estera a Mosca. Dicono che l’atomica non è solo uno strumento di deterrenza, che potrebbe davvero essere usata in una situazione critica e la Russia ha il diritto di farlo».
9 maggio 2026 ( modifica il 9 maggio 2026 | 19:11)
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