Mentre gli occhi del ciclismo mondiale, finite le Classiche, si sono già spostati al Tour de France e alla possibile partecipazione di Paul Seixas che cercherà di sfidare Tadej Pogacar e tutti gli altri grandi nomi delle corse a tappe, il Giro d’Italia partirà oggi dalla Bulgaria con una lista di pretendenti alla maglia rosa che sembra un po’ povera di grandi nomi capaci di scaldare il cuore degli appassionati con grandi duelli all’ultima pedalata.
Le difficoltà del ciclismo italiano nel produrre ciclisti di alto livello adatti alle grandi corse a tappe sembrano riflettersi nella più importante corsa del nostro Paese che continua a fare grande fatica ad attirare talenti dall’estero. Ogni tanto qualche grande ciclista viene a caccia in Italia, sapendo di poter fare il bello e il cattivo tempo, aggiungere una facile tacca nel palmarés e prepararsi così al Tour de France.
Non è questo il posto per discutere le cause di questo momento non proprio felice per il Giro che pure, tra mille difficoltà, continua a essere uno degli appuntamenti più attesi dell’anno per gli appassionati di tutto il mondo. La storia rimane il capitale più prezioso oltre all’idea che una gara senza grandi nomi sia anche più imprevedibile e quindi spettacolare. Guardando il percorso, leggendo nomi come il Giau o il Blockhaus, salite che hanno fatto la storia del ciclismo, chiunque può sognare. We can be heroes, just for one day.
Di cosa aspettarsi da questa edizione del Giro d’Italia abbiamo parlato anche in Fuori Tempo Massimo, il nostro podcast sul ciclismo. Fuori Tempo Massimo commenterà il Giro anche dopo il suo inizio, con almeno una puntata a settimana.
COSA ASPETTARSI DAL PERCORSO?
Il percorso del Giro d’Italia di quest’anno riprende alcune ricette fortunate degli ultimi anni e le mixa ad alcuni vecchi stilemi dei Giri d’Italia classici. Se da una parte la doppia scalata del Piancavallo alla penultima tappa ricorda l’innovazione del doppio Monte Grappa di qualche anno fa, dall’altra le salite abruzzesi a chiudere la prima settimana e la tappa dei muri marchigiani poco dopo sono ormai un leitmotiv ricorrente.
Il Giro d’Italia non è più “la corsa più dura del mondo, nel Paese più bello del mondo”, come vuole lo stereotipo, purtroppo. Un’ultima settimana con solo due tappe di montagna e una seconda settimana con un solo, breve, passaggio sulle Alpi in Valle D’Aosta ci ricordano che non sempre i Giri più duri sono stati i più spettacolari, ma che la montagna in un grande giro scalda il cuore e accende la fantasia. Soprattutto di chi è sul divano.
A tal proposito, bello rivedere dopo 22 anni l’arrivo a Corno alle Scale (domenica 17/05 tappa 9) nel cuore dell’Appennino Tosco Emiliano così come bello rivedere i 29 tornanti del Passo Giau nella tappa senza dubbio più bella di questo Giro d’Italia (venerdì 29, tappa 19).

Per il resto tante tappe interessanti prese singolarmente, come le tappe 5 e 11 con arrivo rispettivamente a Potenza e Chiavari, ma con spesso alcuni punti interrogativi: la tappa Svizzera con arrivo a Carì ad esempio, perché così corta? La tappa tra Alessandria e Verbania senza “un tuffo” nel Monferrato Casalese, perché? La tappa del Blockhaus, perché così lunga? Bello che il Giro torni a Milano ma perché una tappa da sprint di domenica dopo una settimana interlocutoria?
Qualche anno fa iniziavamo questa guida chiedendoci se non fosse ora che il Giro provasse a cambiare pelle anche attraverso i propri percorsi. L’impressione è che allo stato attuale delle cose ci stia provando ma che il disegno sia sempre tendenzialmente conservativo e che di conseguenza la corsa dia l’impressione di faticare a trovare una propria identità.
C’è sempre qualcosa che lascia pensare che ci sia il freno a mano tirato o che il disegno sia frutto di un qualche compromesso.

Il tappone della Valle d’Aosta, alla fine della seconda settimana, un po’ monco con i suoi soli 133 chilometri.
Il giro di quest’anno per esempio mantiene quasi invariati i metri di dislivello totale ma la lunghezza media delle tappe scende di circa 10 km. Nell’economia di un grande Giro questo ha un impatto significativo in termini di energie spese dai corridori e quindi di difficoltà. È possibile che ciò sia dovuto al fatto che i trasferimenti tra una sede di arrivo e la sede di partenza della tappa successiva siano aumentati, sì però si torna di nuovo al compromesso che abbiamo accennato prima.
Il dato però è in controtendenza con il passato, e anche con quanto si vede di solito nelle grandi corse a tappe di questi ultimi anni, è la presenza di una lunga cronometro alla decima tappa che farà da vero e proprio spartiacque fra la prima e la seconda metà del Giro. Da Viareggio a Massa, 42 chilometri completamente piatti dopo il giorno di riposo. Sarà quasi certamente il punto chiave di questo Giro d’Italia.
UNA CRONOMETRO COSÌ LUNGA NON RISCHIA PERÒ DI CHIUDERE I GIOCHI TROPPO PRESTO?
Indubbiamente una cronometro di 40 e rotti chilometri farà grandi distacchi fra gli uomini di classifica, in particolare fra chi sa andare forte in questa specialità e quelli che sono meno adatti. C’è però da dire che in questo secondo gruppo cadono quasi tutti i grandi nomi per la generale che quindi probabilmente avranno fra di loro dei distacchi piuttosto contenuti.
Il problema, se così vogliamo chiamarlo, è che il favorito numero uno di questo Giro d’Italia è anche quello che sulla carta va più forte di tutti a cronometro. Stiamo parlando ovviamente di Jonas Vingegaard, che fra Blockhaus e cronometro ha la possibilità di chiudere i giochi per la maglia Rosa già al termine della decima tappa. Il suo principale avversario ai nastri di partenza, Giulio Pellizzari, ha uno storico non proprio confortante nel confronto a crono con il capitano della Visma: l’anno scorso alla Vuelta il distacco fra i due fu di quasi due secondi e mezzo al chilometro in una cronometro comunque molto più corta (12,2 km) e che quindi poteva fare meno danni.
In una cronometro come quella di Massa, completamente pianeggiante e molto più lunga, anche se Pellizzari dovesse mantenere quel distacco al chilometro si ritroverebbe a perdere un minuto e quaranta circa. È ragionevole però pensare che il distacco sarà più ampio, viste le differenti caratteristiche che una cronometro di 42 chilometri richiede di mettere in campo rispetto a una di 12: la resistenza, il passo, la concentrazione. Sono solo alcuni degli elementi che vengono messi a dura prova su distanze così elevate. Per fare un esempio su un altro possibile protagonista: l’austriaco Felix Gall, che come capacità a crono è paragonabile a Pellizzari, nella cronometro di Caen al Tour 2025 prese da Vingegaard (non il miglior Vingegaard, fra l’altro) circa 2 minuti e 43 secondi in 33 chilometri, che in proiezione sarebbero più di tre minuti a Massa.
C’è però un dato di fatto: siamo ormai abituati nel ciclismo contemporaneo a vedere ridotte all’osso le cronometro, non solo nei grandi giri ma anche nelle altre occasioni. Persino ai Mondiali ormai la distanza su cui si corre la prova contro il tempo si è nel tempo drammaticamente ridotta. Questa scelta da parte degli organizzatori è figlia dell’idea secondo la quale le cronometro sarebbero noiose a fronte di un impatto su una corsa a tappe troppo elevato rispetto ai distacchi che si riescono a fare in montagna. Sarà quindi interessante vedere il ritorno di una cronometro così lunga in un grande giro per capire innanzitutto se si è trattato di un singolo azzardo andato male o di un piccolo passo avanti per superare questa deriva anti-cronometro in cui siamo immersi.
IL FAVORITO NUMERO È JONAS VINGEGAARD: COSA DOBBIAMO ASPETTARCI DA LUI?
Jonas Vingegaard arriva al Giro d’Italia 2026 come il favorito unico alla Maglia Rosa. In caso di vittoria sarebbe il primo danese vincitore della corsa rosa in 109 anni di storia e l’ottavo atleta a vincere in carriera almeno un Giro d’Italia, un Tour de France e una Vuelta a España. C’è un contrasto molto forte, quindi, tra quanto scontata sia considerata la sua vittoria e la straordinarietà di un record simile.
Negli ultimi 7 grandi giri a cui ha partecipato il danese ha sempre vinto o ha concluso in seconda posizione (in tre occasioni battuto da Tadej Pogačar e una volta dietro al compagno di squadra Sepp Kuss) quindi è tutto sommato normale considerarlo al di sopra di tutti gli altri partenti.
L’avvicinamento al Giro è stato pressoché perfetto: vittoria in classifica generale e doppia vittoria di tappa alla Paris Nice e alla Volta a Catalunya, due delle corse di una settimana più importanti di inizio stagione, scelte appositamente per prepararsi al meglio perché offrivano il giusto mix di competitività e difficoltà tecniche. Vingegaard non solo è sempre apparso in controllo ma ha anche dimostrato di essere molto performante. Ha dato anche l’impressione di essere migliorato rispetto all’anno precedente, che è un fattore da non sottovalutare.
Il tutto condito dalla migliore squadra ai nastri di partenza con uomini come Kelderman e Piganzoli capaci di spalleggiarlo in montagna e compagni fidati come Kuss e Campenaerts che possano anche dargli il morale necessario ad affrontare i momenti più negativi.
Se la parte più strettamente sportiva non lascia quindi molti dubbi, tralasciando momentaneamente il come e il quando Jonas Vingegaard deciderà di prendersi la corsa, sarà molto interessante capire se sboccerà definitivamente l’amore tra il campione danese e i tifosi italiani che fino ad oggi si sono dimostrati piuttosto tiepidi nei suoi confronti.
Credo che molto dipenderà dal comportamento in corsa dell’italiano prediletto Giulio Pellizzari.
QUANTO DOBBIAMO CREDERE IN PELLIZZARI?
Un anno fa, di questi tempi, Giulio Pellizzari partiva per il suo Giro d’Italia – il primo in maglia Red Bull – come giovane apprendista di Primoz Roglic e Jai Hindley, entrambi vincitori della Corsa Rosa in passato. L’australiano però era stato subito costretto al ritiro per una caduta in una delle prime tappe, mentre Roglic si sarebbe trascinato ancora per qualche giorno prima di doversi anche lui arrendere a causa delle botte prese.
Da lì in poi, per Giulio Pellizzari inizia un altro Giro d’Italia: non più giovane gregario che può starsene tranquillo in seconda linea a fare esperienza senza pressioni, ma capitano unico di una delle più ricche e strutturate squadre del World Tour. Costretto a dover inseguire per recuperare le posizioni perse in classifica per aiutare Roglic, Pellizzari è riuscito a confermare le aspettative che già si avevano sul suo conto. L’idea, cioè, che fosse la più intrigante promessa del ciclismo italiano per le grandi corse a tappe.
Un anno dopo, Pellizzari arriva al Giro con i gradi di capitano, sempre alla Red Bull. Sarà affiancato ancora una volta da Jai Hindley ma stavolta le gerarchie sono chiaramente ribaltate rispetto al 2025. Hindley avrà il compito di guidarlo, scortarlo, aiutarlo se ce ne sarà bisogno e solo in caso di débacle improvvise sostituirsi all’italiano per salvare il salvabile dal punto di vista del piazzamento finale per la sua squadra.
Da Giulio Pellizzari invece non ci si aspetta di certo che possa battere Jonas Vingegaard in uno scontro diretto. Quello che è invece chiamato a fare è quel passo avanti nel suo percorso che possa confermare le aspettative che tutti hanno su di lui.
Vedendo la lista dei partecipanti, sulla carta non ci sono grandi nomi che possano contendergli un posto sul podio, nonostante la lunga cronometro e la giovane età. Dovrà forse preoccuparsi più di chi gli sta alle spalle, sicuramente stare attento al duo della Ineos, contro cui ha però già battagliato e vinto poche settimane fa al Tour of the Alps ma che nell’arco delle tre settimane potrebbe riservargli qualche imboscata. Ma soprattutto dovrà stare attento a non forzare troppo la mano, a stare fuori dai guai il più possibile e provare a sfruttare quelle poche, rarissime occasioni che la strada gli offrirà per andare all’attacco di Vingegaard e mostrare al mondo di essere sempre un po’ più vicino a quelli che sono i grandi fenomeni delle corse a tappe.
CHI SONO GLI OUTSIDER CHE POSSONO INSERIRSI IN QUESTA SFIDA?
Adam Yates è qualche anno che non lotta come capitano per la classifica generale di un grande giro e anche prima di cucirsi su misura i panni del “gregario di lusso”, l’inglese non è mai riuscito a lottare per la vittoria finale. Però è sicuramente uno dei migliori al via e ha l’esperienza dalla sua parte oltre a una squadra molto forte, seppur poco incline a operare veramente come un team. Se vuole giocarsi le proprie carte, deve saper sfruttare le difficoltà altrui ma difficilmente si arrenderà senza neanche provarci.
Felix Gall patisce nell’immaginario collettivo il fatto di essere stilisticamente brutto da vedere in bicicletta. Però la sua pedalata, pur non risultando esteticamente accattivante, è tremendamente efficace. I numeri e le vittorie sono quelli di un possibile pretendente al podio. Quest’anno è andato forte in tutte le gare di preparazione e ha corso poco. Ha una squadra che da qualche anno va forte e che può supportarlo. Potrebbe essere il suo momento per fare il salto di qualità definitivo.
Michael Störer si è presentato allo scorso Giro d’Italia dopo la vittoria al Tour of the Alps e con alcuni addetti ai lavori che lo davano addirittura tra i favoriti alla vittoria finale. Il suo Giro, seppure chiuso in decima posizione, ci aveva spiegato una volta di più che non è quasi mai un buon segno arrivare al Giro troppo in forma. Quest’anno sembra essere più indietro. Se crescerà strada facendo può dare del filo da torcere a tutti, specialmente in salita e nelle tappe più dure.
Enric Mas invece viene da un inverno piuttosto complicato con un infortunio alla mano che ha rallentato la sua preparazione. Resta però un ciclista molto solido, che nei suoi anni migliori ha saputo piazzarsi con costanza al Tour de France e alla Vuelta. A 31 anni è alla sua prima esperienza al Giro d’Italia e ci arriva con meno pressioni addosso, che significa più libertà di cercare il bersaglio grosso invece di vivacchiare nella top-10.
PARLIAMO DI VOLATE: QUALI SONO I NOMI PIÙ CALDI?
Le tappe per i velocisti non sono tantissime: 6, forse 7 a seconda di come verranno interpretate le varie salite presenti sul percorso, ma a sufficienza per vedere all’opera gli interpreti migliori. Ovviamente l’uomo da battere è Jonathan Milan che torna al Giro d’Italia dopo aver vinto due tappe e la maglia Verde della classifica a punti al Tour de France 2025. Quest’anno è già a quota 6 vittorie stagionali. Il velocista italiano ha delle punte di velocità molto elevate, ha affinato negli anni i suoi difetti nel posizionamento nei finali che lo portavano a dover lanciare volate molto lunghe. L’anno scorso al Tour aveva trovato un’ottima intesa con Stuyven e Teuns, mentre qui al Giro dovrà fidarsi di Walscheid e Consonni oltre al giovane Tim Torn Teutenberg. Il treno della Lidl-Trek sarà sicuramente il punto di riferimento nelle volate, ma gli avversari cercheranno di sfruttare il lavoro della squadra di Milan cercando di infilarsi fra i vagoni prima di lanciare lo sprint.
Il principale rivale dovrebbe essere sulla carta Kaden Groves – agile, molto scaltro tatticamente, dotato di una grande esplosività – ma il velocista della Alpecin sta vivendo una stagione sottotono a causa di problemi al ginocchio. Altro nome buono e sempre affidabile è quello di Dylan Groenewegen che ha cambiato squadra in inverno e sembra tornato ad avere lo spunto dei giorni migliori, quando era considerato uno dei migliori sprinter al mondo. A dar del filo da torcere ai vecchi leoni, ci saranno due giovani talenti pronti a sbocciare definitivamente: uno è il francese Paul Magnier della Soudal-Quick Step, che quest’anno ha vinto poco ma ha ancora 22 anni e ampi margini di crescita; l’altro è il danese Tobias Lund Andresen della Decathlon, squadra francese che sta facendo molto bene in questi ultimi due anni non soltanto grazie all’exploit di Seixas ma anche grazie a un lavoro di squadra che sta portando anche i volti meno noti del gruppo a un livello più alto di quanto ci si potesse aspettare. Andresen ha già vinto una tappa alla Tirreno-Adriatico quest’anno ed è arrivato secondo alla Gand-Wevelgem (ufficialmente In Flanders Fields – From Middelkerke to Wevelgem).
Un altro giovane chiamato al salto di qualità è il belga Arnaud De Lie della Lotto, che però ha già annunciato che si ritirerà a metà percorso per preservarsi per il resto della stagione. Casper van Uden ha già vinto una tappa al Giro da outsider ma quest’anno ha vinto una sola tappa al Giro di Turchia contro una concorrenza non proprio di altissimo livello. La suggestione “esotica” è invece Erlend Blikra, 29enne norvegese della Uno-X, che quest’anno è arrivato due volte secondo all’UAE Tour proprio alle spalle di Jonathan Milan.
UN GIRO QUINDI PIÙ RICCO DI VELOCISTI CHE DI UOMINI DI CLASSIFICA. CI SONO ALTRI NOMI DA TENERE D’OCCHIO?
Come ogni anno la startlist del Giro ci presenta una miriade di possibili sorprese e quindi il tutto si riduce alle aspettative che uno ha verso questo o quest’altro atleta. In ottica classifica generale sarebbe una sorpresa se O’Connor, Gee, Arensman e Buitrago riuscissero a ottenere una vittoria, anche se è plausibile aspettarsi da loro un ottimo Giro. Sono corridori che hanno dimostrato già in passato di poter ambire ad alte posizioni di classifica ma che per un motivo o per un altro non si sono mai trovati nella possibilità di lottare per la vittoria finale.
Un discorso a parte va fatto per Egan Bernal, il campione colombiano sta tornando ad ottimi livelli dopo anni bui dovuti al bruttissimo incidente del 2022. Sarebbe bello vederlo lottare nuovamente per la Maglia Rosa ma difficilmente sarà della partita.
Lennert Van Eetvelt potrebbe essere a tutti gli effetti LA sorpresa di questo Giro d’Italia. Il belga ha 25 anni e sarà all’esordio al Giro. Non è riuscito a concludere gli ultimi due grandi giri corsi precedentemente (Tour 2025 – Vuelta 2024) però ha già dimostrato di potersi giocare le sue carte con i migliori del mondo. Se riuscirà a trovare il giusto equilibrio di testa e gambe, e sarà accompagnato anche dalla fortuna, che ultimamente gli ha voltato un po’ le spalle, potrebbe finalmente consacrarsi.
COSA POSSONO INVENTARSI GLI AVVERSARI DI VINGEGAARD PER BATTERLO?
Quello che abbiamo di fronte rischia di essere il bis del Giro d’Italia vinto, stravinto e dominato da Tadej Pogacar con Jonas Vingegaard a fare le veci del fuoriclasse sloveno. Il danese ha a sua disposizione una squadra che non è la migliore possibile ma è comunque molto solida e ben coperta su ogni terreno. La cronometro lo favorisce, in montagna non è inferiore a nessuno e anche sulle tappe mosse ha spesso dimostrato di saperci fare.
Sembra quindi impossibile pensare di batterlo sfidandolo a viso aperto sulle montagne dell’ultima settimana. E allora come fare? Come si può pensare di rendere questo Giro più interessante – a livello di battaglia per la vittoria finale – rispetto alla passerella trionfale che tutti si attendono?
Il terreno per attaccare, come si dice sempre in questi casi, c’è anche se non è poi così tanto e forse anche mal distribuito. Una possibilità è quella di costringere Vingegaard a iniziare la terza settimana senza la maglia rosa sulle spalle e quindi costringerlo a inseguire e ad attaccare. Per farlo bisognerà sfruttare le tappe più mosse e nervose della prima metà del Giro, fra Potenza e poi il trittico con Blockhaus, Fermo e Corno alle Scale. Anche lì però il terreno per isolare e attaccare Vingegaard non è tanto e bisognerà essere precisi con il lavoro di squadra se si vuole provare a far qualcosa per evitare di portarsi la Visma in pompa magna sulle salite finali.
In ogni caso, è lecito aspettarsi che Vingegaard arrivi a vestire la maglia rosa al termine della cronometro di Massa, alla decima tappa. E anche che a quel punto abbia un considerevole vantaggio nei confronti dei rivali diretti per la vittoria finale. Da lì in poi ci sono poche altre tappe mosse – due: la 11 e la 12 – prima delle grandi montagne dove bisognerà far sentire il peso della maglia al danese e alla sua Visma. Ovverosia: attaccarlo da lontano, collaborare, costringerli a inseguire chiunque senza fare troppi calcoli sui piazzamenti.
Ovviamente è molto difficile e quindi rimane un’ultima chance sulle grandi montagne. Le tappe in cui si può provare a far qualcosa di diverso rispetto allo scatto nell’ultima salita non sono molte e bisognerà vedere quanto e se gli avversari avranno scalfito la resistenza della Visma fino a quel punto. Nella tappa 14, dopo la partenza da Aosta si sale subito in quota con la lunghissima salita di Saint Barthélemy dove si può provare a mettere in difficoltà i gregari di Vingegaard scommettendo sulle gambe ancora imballate del mattino e poi provare a muovere altre pedine nella parte centrale della tappa prima della salita finale.
Se nemmeno questo dovesse funzionare, l’ultima opzione è la tappa dolomitica, ma a quel punto sarà davvero un tutto o niente. Su quelle strade, Coppi fece vedere al mondo di essere fatto di un’altra pasta rispetto a tutti gli altri esseri umani. Oggi di Coppi non se ne vedono, però Bernal sul Giau ha già vinto un Giro d’Italia – anche se nessuno l’ha visto – e ci ha già abituato ad azioni folli in grado di scombinare le carte in tavola.
INSOMMA CHI VINCE? NON POTETE DIRE ENTRAMBI LO STESSO NOME.
Gabriele Gianuzzi: Jonas Vingegaard.
Umberto Preite Martinez: Felix Gall.