di
Vera Mantengoli

Registrato un +10% rispetto a due anni fa: «Non c’è indifferenza verso le proteste ma l’arte non va politicizzata»

Code a tutti gli ingressi, ai Giardini e alle Corderie dell’Arsenale. Metri e metri di attesa sotto il sole per visitare i Padiglioni nel primo giorno di apertura della Biennale Arte al pubblico: diecimila persone hanno varcato i cancelli nella sola giornata di sabato con un più 10% rispetto al 9 maggio 2024, apertura dell’Esposizione numero 60. Boom di presenze anche per la pre-apertura e i tre giorni di vernice: 27.935 gli accreditati (più 4% rispetto due anni fa), di cui 3.733 giornalisti (più del 70% i media europei e internazionali). E mentre tra San Marco e il Padiglione Russia va in scena la protesta dei radicali contro il ritorno «degli artisti embedded di Putin», i visitatori si schierano con il presidente Pietrangelo Buttafuoco contro ogni forma di censura nell’arte. Non c’è indifferenza verso le proteste, ma «l’arte non va politicizzata» ripetono in tanti. Chi non è d’accordo si conta sulle dita di una mano. La sensazione è che le persone siano esasperate dall’attualità e non vogliano ritrovarsela anche nell’arte.

«Ma come, non si può entrare?»

Sabato, ancora prima che aprissero i cancelli, le persone in coda erano tantissime: mai come quest’anno si erano viste file così lunghe, sintomo di una curiosità crescente per questa edizione, teatro di maldipancia nel centrodestra e di polemiche internazionali. E dopo aver passato i varchi, qualcuno si dirige subito verso il Padiglione Russia, già sorvegliato dalle forze dell’ordine e da guardie giurate. Come largamente annunciato, l’edificio è chiuso. Ma le tre porte d’ingresso sono spalancate, è tuttavia impossibile accedere perché proprio sulla soglia sono stati posti tre tavolini con altrettanti schermi che riproducono le performance musicali degli scorsi giorni. Dentro, l’oscurità. «Ma come, non si può entrare?», la domanda di tanti visitatori. «Che delusione. Speravamo di trovarlo aperto — sottolineano le prime due visitatrici, le avvocate romane Licia Polizio e Carla Scribano —. Anche se si tratta di propaganda per noi l’arte non deve essere censurata, altrimenti bisognerebbe applicare delle regole per tutti i Padiglioni». Per loro la porta semiaperta è una contraddizione: «O si entra o non si entra». «Lo aspettavamo aperto — dicono Roberta Granziera di Conegliano e Marco Dal Cin di Treviso —. Stiamo politicizzando tutto, anche la libertà, ma l’arte deve rimanere libera». Lo stesso per Ludovica Del Roscio di Roma: «L’arte, come lo sport, non dovrebbe essere politicizzata perché altrimenti porta a delle distorsioni. Io rispetto le proteste, ma questo non è un luogo dove portare la politica».



















































Gli echi di guerra

Dopo poco si sentono i suoni delle sirene di guerra che Riccardo Magi, segretario di +Europa, manda in loop davanti al Padiglione. Insieme alla già ministra Cecile Kyenge, a Eric Jozsef dell’associazione Europa Now e a altri attivisti, tiene alta le bandiere dell’Ucraina e dell’Europa, ricordando la quantità di attacchi russi all’Ucraina. «Il futuro di democrazia passa dal sostegno alla resistenza Ucraina— spiega Magi —. Quello che abbiamo ascoltato in questi giorni da Buttafuoco e dal ministro Matteo Salvini è disonesto intellettualmente. Qui nessuno è per la censura, ma la censura è quella della Russia contro gli artisti liberi». Gabriella Masiello di Firenze mostra il poster di Aleksej Navalny (pubblicato insieme al quotidiano Il Foglio) in segno di protesta: «Stiamo parlando di un regime che attacca una democrazia e una frontiera per l’Europa». Molti si avvicinano e si fermano a leggere il testo sotto gli schermi all’esterno del Padiglione e che spiega con parole calzanti: «Il progetto può essere considerato come un equilibrio sul filo delle possibilità». Segue la spiegazione sull’installazione dell’albero con le radici al cielo «attrazione per persone di culture diverse». Un’ora prima, sotto Palazzo Ducale, l’esposizione di bandiere europee e ucraine da parte, sempre, di +Europa con alcuni esponenti della comunità ucraina e di artisti queer russi.

Giappone e Israele

Superando la Russia, lo scenario cambia. Al Padiglione Giappone (che già nelle vernici è stato preso d’assalto) c’è la fila per prendere in braccio uno dei duecento bambolotti «reborn» da sei chili l’uno: è l’opera dall’artista Ei Arakawa-Nash. «È divertente, ma ti fa pensare — dice il parigino Benoit Malphettes —. Prendendo in braccio la bambola rifletti sulla responsabilità di essere genitore e su tutte le implicazioni». La partecipazione piace, ma la nudità affascina, basta guardare la fila chilometrica per entrare nel Padiglione Austria (anche questo un must fin dalla pre-apertura di martedì, è stato letteralmente preso d’assalto nel giorno dell’inaugurazione) per la performance di Florentina Holzinger, icona del trasformismo. «È stupendo, realtà e finzione si confondono continuamente — raccontano Carsten Wiewiorra e Luki Jiayi Song di Berlino —. La tua pipì viene filtrata e diventa l’acqua per le performance surreali nelle quali il visitatore è coinvolto».

Tutto calmo invece al Padiglione Israele all’Arsenale, nei giorni scorsi contestato dagli attivisti pro Pal. «L’arte va separata dalla politica e siamo per la presenza di ogni padiglione — spiegano Renato Assin e Anna Migliozzi da Roma dopo aver visitato Israele —. Purtroppo abbiamo visto che tutta la Biennale è tappezzata di adesivi o scritte a sostegno della Palestina che non fanno parte della mostra e non ci sembra corretto». In tanti tessono un dialogo silenzioso con le sorelle di foglie e argilla di Chiara Camoni al Padiglione Italia, mentre al Padiglione Cina c’è la coda per vedere il robot che si esibisce nell’arte della calligrafia scrivendo fiume o sogno. Mentre tra i più fotografati c’è la gabbiana dei Giardini che cova sotto un albero, protetta da un recinto.


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9 maggio 2026 ( modifica il 9 maggio 2026 | 21:07)