Chiude il percorso «La mia ombra verso l’infinito dalla cima dello Stromboli durante l’alba del 16 agosto 1965», proiezione di una diapositiva del 1965: Stromboli, alba. Il corpo dell’artista, stagliato contro l’orizzonte, proietta un’ombra che si perde verso l’alto, nell’infinito. Non è un’opera in senso stretto, ma la traccia di un momento iniziatico: la presa di coscienza del rapporto tra la finitudine umana e l’illimitatezza del cosmo. Questa immersione totale di corpo e di sguardo si ritrova anche in «Entrare nell’opera» (1971), in cui l’artista, ritratto mentre corre verso il centro dell’immagine, tenta di dissolversi nello spazio stesso, annullando ogni distanza tra soggetto e mondo.

Accanto a questa vertigine dell’incommensurabile, si colloca la sorprendente delicatezza del lavoro di Ian Kiaer. Le sue «Villa Magni» (2026) evocano la dimora sul golfo della Spezia legata a Mary Shelley e Percy Bysshe Shelley, e al tragico destino di quest’ultimo. Il modellino della casa, fragile, si staglia contro un orizzonte nero e carico di presagi, tra frammenti che alludono al naufragio. La sua controparte, eterea e luminosa, restituisce invece una felicità perduta, sospesa tra trasparenze marine e bagliori accecanti. Queste piccole architetture di carta, leggere e minute, possiedono una forza immaginativa sorprendente. Richiamano, con una precisione quasi dolorosa, l’atmosfera di Morte a Venezia: quella bellezza estrema e insostenibile, in cui la grazia si intreccia inevitabilmente con la dissoluzione. La fragilità e, insieme, la potenza del lavoro di Kiaer si pongono come un ponte sottile tra la profondità storica evocata da Anselmo e le ricerche della contemporaneità.

Di grande interesse anche la ricerca pittorica di Michele Tocca, che nelle sue tele realizzate en plein air recupera una sensibilità affine a quella di John Constable. Le dimensioni raccolte delle opere instaurano un rapporto intimo con il paesaggio, sollecitando uno sguardo attento. Qui la natura si rivela nelle sue minime variazioni, e l’atto del dipingere diventa esercizio di verità. In questo dialogo tra visione e percezione, il paesaggio emerge come luogo d’incontro tra l’io e il mondo. Il motivo della figura di spalle, che rimanda inevitabilmente a Caspar David Friedrich, riaffiora anche nelle opere di Linda Fregni Nagler, in cui osservatori solitari contemplano l’orizzonte da punti remoti del globo. A questa apertura sconfinata risponde, in controcanto, lo sguardo raccolto di Tocca, che si concentra su un bagliore minimo, colto nella fenditura di un tronco: un dettaglio infinitesimale che contiene, tuttavia, la stessa tensione verso l’assoluto. Nel lavoro di Pesce Khete riaffiora invece la dimensione del notturno, trasfigurata in una chiave cromatica interiore. Le opere di Massimo Bartolini indagano il limite sottile tra interno ed esterno: su un vetro, fragile diaframma, si depositano gocce di rugiada, trattenendo per un istante il respiro del cielo.

È proprio nell’amplesso tra l’immensità vertiginosa di Anselmo e la più minuta fenditura d’albero di Tocca si riconosce il nucleo più autentico della mostra: un dualismo inquieto, una ricerca di bellezza che coincide con una profonda consapevolezza dell’impossibilità. Una tensione che si esprime attraverso estremi (materici, spaziali e percettivi) e che trova nel contrasto tra lo sguardo ravvicinato e quello lontano la sua forma più compiuta. È in questa oscillazione, mai risolta, che il Romanticismo, e questa mostra, si rivela nella sua essenza più viva: come tensione continua verso ciò che, per definizione, resta oltre.