di
Sara Gandolfi

La cena a base di granchi reali prelibati nella Terra del Fuoco, poi la partenza: a bordo c’era già un portatore. Ma ci sono voluti 30 giorni per riconoscere il virus

È finita l’«Odissea Atlantica» della MV Hondius, attesa questa mattina al porto (superblindato) di Granadilla di Tenerife, alle isole Canarie. Si chiamava davvero così il viaggio organizzato dalla compagnia olandese Oceanwide Expeditions, specializzata in avventure nei mari estremi, dall’Artico all’Antartide. Doveva essere una crociera di lusso. Prezzo tra i 16.000 euro, per una cabina con oblò, e i 25.000, per la suite con vetrata sul mare. Una vacanza per pochi, perlopiù appassionati di birdwatching. Si è trasformata in una emergenza sanitaria internazionale: tre morti, di cui due deceduti a bordo, almeno altri cinque infettati da un virus poco conosciuto al di fuori dell’Argentina, e una trentina di inconsapevoli e possibili contagiati (e contagianti) in giro per il pianeta, seduti in aereo accanto a decine di altre persone.

Cosa sapere sull’Hantavirus



















































Il brindisi iniziale

È proprio lì, nell’estremo lembo della Patagonia australe, che è cominciato tutto. Alla vigilia della partenza, buona parte dei 61 membri dell’equipaggio si sono ritrovati a cena in un ristorante di Ushuaia, a mangiare i granchi reali giganti pescati nelle fredde acque del Canale di Beagle, una prelibatezza culinaria di questa città affacciata sulla «fine del mondo». Lo chef Khabir Moraes ha postato il selfie di gruppo su Instagram: «Una tavola, nove nazioni, un viaggio epico». Nessuno poteva immaginare che tra gli 88 passeggeri, di ben 23 nazioni, che sarebbero saliti a bordo l’indomani c’era un portatore di virus. Ufficiosamente, gli indizi puntano sull’anziana coppia di olandesi deceduta per prima. Erano in viaggio da quattro mesi tra Cile, Uruguay e Argentina. Appassionati di birdwatching, avrebbero visitato una discarica a cielo aperto all’ingresso di Ushuaia per ammirare gli uccelli necrofagi o «spazzini» che si nutrono di cadaveri di altri animali. Fra gli «ospiti» della discarica ci sono anche molti «topi dalla coda lunga», sostiene la stampa locale, i principali «portatori» del ceppo andino dell’Hantavirus, l’unico tra i 38 conosciuti che si trasmette da uomo a uomo.

L’ultimo focolaio di Hantavirus in Argentina risale al 2019 quando i medici individuarono i cosiddetti «superspreader». Nel villaggio di Epuyen, un uomo partecipò a una festa di compleanno e riuscì in appena 90 minuti a contagiare ben cinque persone, alcune distanti anche più di un metro. Alla fine si contarono 34 casi di Hantavirus e 11 persone morirono, con un tasso di letalità del 32%.

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Alla partenza della MV Hondius, il 1° aprile, erano tutti emozionati, e ignari del pericolo che si era insinuato a bordo. Salpavano per un viaggio esotico, «dall’estremità meridionale del Sud America ad alcune delle isole più remote della Terra e alle acque tropicali di Capo Verde», diceva la pubblicità che li aveva convinti, per ammirare colonie di pinguini reali, foche elefante, albatros, berte maculate e procellarie di Schlegel, le gallinelle d’acqua sull’isola Gough, delfini, balene, squali e più di venti altre specie. Tappe alle Isole Sandwich, all’arcipelago britannico di Tristan da Cunha, a Sant’Elena e Ascensión.

Il primo morto

Cinque giorni dopo il primo passeggero, un olandese di 70 anni, ha iniziato a manifestare i primi sintomi. Febbre, mal di testa, lieve diarrea. Sembrava una banale influenza. Invece, ha iniziato a non respirare. Il capitano minimizzava, dice qualche testimone. Cinque giorni dopo, l’uomo è morto e la sua salma è rimasta a bordo, senza essere sottoposta ad alcun test microbiologico, fino al 24 aprile, quando la nave ha attraccato a Sant’Elena, l’isola remotissima dove fu spedito in esilio Napoleone, nel mezzo dell’Oceano Atlantico, a circa duemila chilometri dalla costa dell’Angola. Lì, il cadavere e la moglie 69enne del deceduto sono stati fatti sbarcare. 

Assieme ad altri 28 passeggeri, tra cui 15 europei, scesi alla chetichella per tornare autonomamente a casa, in dodici Paesi di quattro diversi continenti. Tra loro uno svizzero, ora ricoverato a Zurigo. La moglie della prima vittima è volata in Sudafrica, dove ha cercato di imbarcarsi su un aereo della Klm, diretto da Johannesburg ad Amsterdam, da cui è stata fatta scendere prima del decollo quando le hostess si sono rese conto di quanto stava male. È poi morta in ospedale.

I 33 giorni inconsapevoli

Il 27 aprile un altro passeggero, britannico, è stato ricoverato in Sudafrica e all’indomani una tedesca è deceduta a bordo. Ma solo il 2 maggio è arrivata, da Johannesburg, la conferma che si tratta del ceppo andino di Hantavirus, quello più pericoloso per l’uomo. Troppo tardi, molti passeggeri erano già sbarcati e in giro per il pianeta. L’Organizzazione mondiale della sanità s’è messa sulle loro tracce per controllare tutti gli spostamenti e i contatti possibili, dalla Svizzera al Canada, da Singapore al Texas. Un’impresa epica. Quelli rimasti a bordo si sono barricati nelle cabine, sperando che la roulette russa non scelga proprio loro.

L’ultima tappa della nave è stata Capo Verde, dove sono sbarcati tre contagiati, tra cui il medico di bordo, immediatamente evacuati in Olanda. Poi, s’è rimessa in navigazione verso le Canarie, dopo che l’Oms ha chiesto alla Spagna di farsi carico dello sbarco finale. I passeggeri, «tutti asintomatici» ma «contatti ad alto rischio», saranno accolti da un cordone militar-sanitario e trasferiti a scaglioni, da mezzogiorno, verso l’aeroporto di Tenerife Sud per il rimpatrio. 

10 maggio 2026 ( modifica il 10 maggio 2026 | 09:40)