di
Paolo Valentino

Definì «un errore» l’aggressione di Mosca in Ucraina, ma aggiunse che «i massacri di Bucha vanno investigati» prima di addossare responsabilità»

BERLINO – Una sera del 1982, a Bonn, un giovane deputato della Spd eletto due anni prima al Bundestag, uscì da un ristorante italiano, dove aveva cenato insieme ad alcuni colleghi. Avevano mangiato e bevuto parecchio, così decisero di fare una passeggiata. Sarà stato l’alcol, ma quando arrivarono davanti alle inferriate della cancelleria, il parlamentare non si seppe trattenere. Si avventò contro le sbarre gridando: «Ich will hier rein!», voglio entrare. Ambizione e premonizione di un gesto. Il deputato socialdemocratico si chiamava Gerhard Schröder e sedici anni dopo, nell’ottobre 1998, al Bundeskanzleramt ci sarebbe entrato dall’ingresso principale, eletto cancelliere dopo aver battuto addirittura Helmut Kohl, il padre della riunificazione. 

Alla testa di una coalizione con i Grünen, guidati da Joschka Fischer, l’avvocato venuto da Hannover avrebbe governato la Germania per sette anni, legando il suo nome a riforme importanti che modernizzarono il Paese, consentendogli di affrontare con successo il nuovo Millennio: la nuova legge sulla cittadinanza con l’introduzione dello jus soli, l’uscita dall’energia atomica e soprattutto la più radicale riforma dello Stato sociale dai tempi del principe Bismarck. Di più, nel 1999 con la missione umanitaria della Nato in Kosovo e nel 2001 con l’intervento in Afghanistan, egli decise le prime azioni militari della Germania dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ma ebbe la forza di dire no a George W. Bush e alla sua stolta avventura in Iraq. Detto altrimenti, Gerhard Schröder è stato un grande cancelliere. Che poi sia anche il mediatore giusto per una trattativa con la Russia sull’Ucraina, come auspicato da Putin è un’altra storia. 



















































Oggi egli è un paria nel suo stesso Paese. Privato dello staff e dell’ufficio che spettano a ogni ex capo del governo, emarginato nella Spd che non è riuscito ad espellerlo, ormai ignorato più che criticato da amici e avversari, Schröder ha rifiutato la cittadinanza onoraria di Hannover prima che gliela togliessero e si è visto costretto a restituire la tessera d’onore del Borussia Dortmund, la squadra del cuore da quando era aveva 6 anni. Che l’origine dei guai di Schröder sia il suo rapporto a doppio filo con Vladimir Putin è cosa nota. Quando lasciò la cancelleria diventò infatti il principale e ben remunerato lobbysta dell’autocrate del Cremlino, che lo mise a capo dell’assemblea degli azionisti del Nord Stream 1 e Nord Stream 2, i due gasdotti che legano la Russia alla Germania passando sotto il Mar Baltico, ma oggi sono inattivi. 

«Hai paura di lavorare per noi?», gli chiese Putin in una telefonata il 9 dicembre 2005, poco di più di due settimane dopo che aveva lasciato il suo ufficio di cancelliere ad Angela Merkel. Schröder non ebbe paura e accettò l’offerta. 

A capirne le ragioni ci aiuta un episodio avvenuto poco più di un anno prima, il giorno del suo sessantesimo compleanno nel 2004, quando il suo biografo Reinhard Urschel gli chiese cosa avrebbe fatto dopo la fine del suo incarico da cancelliere: «Voglio fare soldi», rispose Schröder. Fu di parola, entrando al servizio di Putin. Ma da quel momento, come il Faust di Goethe, si ritrovò nelle mani del Mefistofele russo. La differenza con Faust è che l’ex cancelliere non si è mai pentito. Anzi: «Fare mea culpa? Non è roba per me», disse nel 2022 in una rara intervista al New York Times. Vero definì «un errore» la guerra di Putin in Ucraina, ma aggiunse che «i massacri di Bucha vanno investigati» prima di addossare responsabilità. 

Ci mise alcuni mesi per lasciare gli incarichi nei board dei due gasdotti e in quello di Rosneft, gigante russo del petrolio che lo ricompensava con 600 mila euro l’anno, ma si è sempre rifiutato di prendere le distanze da Putin, tantomeno di condannarlo, descrivendolo come «l’unico uomo che può porre fine alla guerra» e spiegando che lui non si voleva privare della possibilità di fare da mediatore, visto che «una parte ha fiducia in me». Quella parte è la Russia del suo amico Vladimir, che ieri lo ha confermato. 

Per capire il rapporto di Schröder con Putin, bisogna scavare nella sua biografia. Come il capo del Cremlino, l’ex cancelliere è venuto dal nulla e si è fatto da solo. Hanno entrambi origini umilissime e questo ha creato fra loro un legame profondo. Schröder non ha mai conosciuto suo padre, soldato della Wehrmacht morto nel 1944 sul fronte orientale, quando lui aveva appena sei mesi. La madre faceva la donna delle pulizie e crebbe da sola cinque figli. Lui ha studiato alle scuole serali (di giorno lavorava) prima di andare all’università e laurearsi in legge con il massimo dei voti. Si è iscritto a 19 anni alla Spd, dove nel 1978 diventò capo degli Jusos, la potente organizzazione giovanile. L’orgoglio e il senso del riscatto sociale lo hanno accompagnato per tutta la vita. Quando nel 1986 venne eletto premier della Bassa Sassonia, sua madre, che faceva ancora la domestica presso una coppia di ricchi borghesi di Hannover, lo raccontò ai suoi datori di lavoro e quelli non le credettero. La mattina dopo, Schröder accompagnò la mamma al lavoro con l’auto di servizio, bussò alla porta e quando gli aprirono si presentò: «Sono Gerhard Schröder, il nuovo ministro-presidente. E questa signora è mia madre». 

Fu nel Land della Volkswagen e della MAN, che Schröder si guadagnò la reputazione di «compagno dei padroni» che lo ha reso sempre sospetto agli occhi del partito socialdemocratico. Lui non se n’è mai curato, né prima né durante il cancellierato, ostentando la sua preferenza per i sigari cubani, i vestiti di Brioni, la cucina italiana, l’arte contemporanea di cui è avido collezionista. 

Quando nel maggio 1998 era candidato cancelliere e lo convinsi a venire a Milano per una visita al Corriere della Sera, la prima cosa che mi chiese fu: «Ma è vero che il vostro presidente è Cesare Romiti, l’ex capo della Fiat? Potrò vederlo?». Gli dissi di sì, senza verificare la possibilità. Accettò. A Milano ebbe anche il tempo di incontrare in mattinata Romano Prodi, allora capo del governo, cosa che fece arrabbiare moltissimo il cancelliere Kohl. Poi venne in Via Solferino. Subito dopo l’intervista collettiva nel Salone Albertini, alla quale prese parte pure Alberto Ronchey, invitammo Schröder e i suoi collaboratori a una colazione al Savini, alla quale, oltre al direttore Ferruccio De Bortoli e ai vicedirettori, prese parte anche Romiti. Li avevamo messi accanto. Schröder parlò tutto il tempo con lui: si sentiva un uomo dell’industria automobilistica, per essere stato nel consiglio d’amministrazione di Volkswagen, e godeva di poter interloquire da pari a pari con un grande manager come Romiti. 

Ultimo ma non ultimo, come Putin Schröder ama le donne, ma nonostante abbia avuto cinque mogli si considera fedele. Potremmo definirlo monogamo seriale: «Ho conosciuto quattro donne nella mia vita e le ho sposate tutte», mi disse una volta in una intervista dopo il quarto matrimonio, quello con la giornalista Doris Köpf, insieme alla quale ha adottato (proprio grazie a Putin) due bambini russi. La quinta consorte, So-Yeon Schröder-Kim, è un’interprete sudcoreana, di 26 anni più giovane, che ha conosciuto durante un viaggio di lavoro in Asia. Coerente col suo mantra, l’ha sposata nel 2018.

10 maggio 2026 ( modifica il 10 maggio 2026 | 09:10)