Se fosse una canzone, Dilva, potrebbe essere “La cura” di Franco Battiato. La sua è una storia fatta di lavoro per essere vicina agli altri, ma soprattutto è stata una vita di presenza, di concretezza e di una disponibilità che non si spegne con il tempo, né con i ruoli.
“Se dovessi chiudere il cerchio”, dice, “direi che nella vita ho sempre abbastanza tribulato. Ho studiato tanto per arrivare dove sono arrivata. Ma ho incontrato persone davvero speciali. E tutti mi hanno dato qualcosa”.
Dilva Rollandin è nata nel 1953, da un parto gemellare, in una famiglia numerosa, – «cinque donne e un maschio» – cresce a Variney, in un mondo dove casa e lavoro coincidono. I genitori gestiscono un bar con alimentari, uno di quei luoghi che sono anche presidio sociale, relazione quotidiana.
Lei resta lì ad aiutare. “Ero un po’ testa matta – racconta – Ho lasciato la scuola in seconda media”. Poi il matrimonio a 17 anni, un figlio subito dopo e poi un altro, Irvin e Igor. Una vita già piena, già adulta. E anche estremamente veloce, quasi accelerata.
“Io ho fatto tutto presto – dice sorridendo – Sono diventata nonna a 39 anni. E adesso sono già bisnonna”.
Una vita che corre più veloce delle altre, che concentra generazioni e passaggi in pochi decenni. “Quello che gli altri fanno in due vite”, come lo racconta lei stessa.
Dopo aver costruito la propria famiglia, a un certo punto, qualcosa cambia: “Mi è venuto il trip di studiare”. Riparte da capo, da privatista per prendere il diploma di scuola media. Una giovane mamma tra i banchi di scuola. È da quei banchi che prende forma un percorso di vita che non si fermerà più.
Nel 1972 entra in ospedale come ausiliaria. “Io ci provo, ma se non mi piace non ci sto”, aveva detto a suo marito. Poi però “mi piaceva”. E da lì costruisce tutto. Passo dopo passo, sempre all’interno dell’ospedale di Aosta: infermiera generica prima, poi professionale, poi caposala. Chirurgia generale, medicina e chirurgia vascolare.
“Non è che sono un genio. Mi piaceva e basta. E ho sempre lavorato seriamente, con passione”. E soprattutto con una visione molto chiara del lavoro.
“Il fatto di aver fatto tutti gli scalini mi ha aiutato tantissimo. Perché capisci il lavoro degli altri. Quando organizzi, sai cosa stai chiedendo”. È una lezione che diventa metodo. Concretezza, rispetto, capacità di far funzionare le cose.
“Io non ho mai permesso a un medico di passare su un pavimento appena lavato. Prima si finisce una cosa, poi si passa all’altra”. Non è una questione di regole. È una questione di ordine, di rispetto, di organizzazione. Di far funzionare insieme un sistema.
Il suo è un percorso costruito anche attraverso gli altri, da cui ha ricevuto tanto: medici, colleghe, figure che le insegnano e a cui lei, a sua volta, restituisce, con la convinzione che: “Non bisogna mai aver paura di passare quello che sai. Io tutto quello che so lo dico. E quello che non so, lo guardiamo insieme”. Tra i tanti nomi e volti che ritornano nel racconto di Dilva ci sono i medici Di Vito, Cerrato e Palombo e le tante colleghe, in particolare Angela Casavecchia che la sprona a fare la scuola da caposala.
Poi, a poco più di quarant’anni, arriva una svolta che per molti sarebbe un punto di arrivo. La pensione, che per Dilva è l’inizio di una nuova vita. “Mi sentivo inutile”, racconta. “Avevo 41 anni, i figli grandi… non potevo stare ferma”.
E così ricomincia, ancora una volta, con un patrimonio fatto di esperienze e di persone incontrate. Una vita fatta di cura per gli altri e poi di incontri. Da questi ultimi nasce una nuova occasione di lavoro che, con la solita curiosità, accetta: la gestione di una sanitaria vicino all’ospedale, dove riesce a mettere insieme competenze tecniche e capacità relazionali. Poi il passaggio al sociale.
Quando le propongono di dirigere una comunità psichiatrica, non ha certezze. “Io ho detto: posso provare. Però se non ce la faccio, lo dico”.
Prima alla direzione di Ollignan poi, nel 2003, direttore di una delle prime comunità psichiatriche della Valle d’Aosta, a Bellon, sulla collina di Sarre. Resterà per ventitré anni con i suoi pazienti, dirigendo 70 dipendenti. Nel 2007 la necessità di ampliare il progetto con una nuova struttura per acuti, a Châtillon. Un processo lungo arrivato dopo aver vinto tristi battaglie con l’amministrazione e un gruppo di cittadini, perché i “matti” sovente vengono guardati con sospetto ed è meglio non averli vicino a casa. Poi si è aggiunto, nel 2010, il gruppo appartamento di Pontey, Maison Banchet.
Dilva Rollandin
È in questo lungo percorso che emerge con forza il suo modo di lavorare: affrontare i problemi, non aggirarli. Costruire soluzioni, anche quando non sono già pronte. “Se deleghi, devi anche controllare, altrimenti sembra che tu non abbia voglia di fare”.
È una leadership concreta la sua, al tempo stesso innata e costruita sul campo, dentro le relazioni e nelle difficoltà quotidiane.
Aprono strutture, nascono percorsi e progetti volti a costruire autonomia per le persone più fragili: “Non puoi tenere le persone come fossero all’asilo. Devi dargli delle cose. Devi lavorare perché possano tornare a vivere”.
E quando arrivano i momenti più difficili, come durante il Covid, la direzione è sempre la stessa.
Non fermarsi. “Non potevano vedere le famiglie. Allora ci siamo organizzati: videochiamate, acquisti di nuovi strumenti informatici, tanti turni straordinari. Dovevamo garantire il contatto. Dovevamo esserci”. È un racconto tra i tanti che esprime la capacità di trasformare un limite in un’azione. Quello in cui Dilva è più brava, per intelligenza, sensibilità, esperienza e studio.
“I ragazzi hanno patito tanto, c’è stato un aumento della depressione – dice. – Soprattutto quelli più fragili”. E allora il lavoro diventa ancora più responsabilità: “Io preferisco che uno si lavi sei volte le mani piuttosto che vedere guanti sporchi da ore”.
Pragmatismo, lucidità, nessuna retorica. Il percorso non è stato facile. Ci sono stati attriti, ostacoli, contesti complicati. Ma alla fine la gestione di Dilva è stata premiata e le è valsa anche l’ottenimento del Premio del volontariato.
Dilva Rollandin
Ma oltre al lavoro, nella sua vita c’è anche altro. C’è uno spazio che appartiene solo a lei. Un tempo che non è servizio, non è responsabilità, non è organizzazione: il ballo. Il tango. Uno spazio di relazione, di leggerezza, di femminilità. Un luogo dove si incontra, si ride, si respira. Una passione che l’accompagna e che restituisce equilibrio a tutto il resto. Come quella per la montagna e per il camminare. Necessarie, perché, anche nelle vite più “dedicate agli altri”, è indispensabile mantenere una parte solo per se stessi, un’oasi da cui trarre forza e serenità per tenere insieme tutto il resto.
Dilva Rollandin
Oggi, a 73 anni, ha chiuso anche l’ultima esperienza di consulenza. “Basta, adesso basta”, dice. Eppure, non è davvero un fermarsi. Per lei non sarebbe possibile. È un modo diverso di esserci.
Dilva Rollandin
Oggi aiuta la famiglia, sta accanto alla sorella e si prepara a partire per la Norvegia dai pronipoti. “Voglio andare su e dargli una mano”.
Ancora una volta, risuonano le parole di Battiato: “Supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare. Ti salverò da ogni malinconia, perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te”.
Ci sono vite che sembrano contenerne più di una. E poi ci sono vite come quella di Dilva Rollandin, che in realtà sono una sola. Coerente, ostinata, concreta.
Una vita che ha attraversato generazioni — da madre ragazzina a nonna a 39 anni, fino a essere ora giovanissima bisnonna — e che, in ogni fase, ha trovato un modo per continuare.
Perché, in fondo, non ha mai cambiato direzione. La sua direzione è sempre stata quella di prendersi cura degli altri.