“Nei miei film ho raccontato donne forti perché nella mia vita non ne ho mai incontrate di deboli”. Stephen Frears non si smentisce mai. Ironico, pungente, sornione. L’84enne autore inglese di “The queen”, “Le relazioni pericolose”, “Alta fedeltà” si presenta al Riviera International Film festival 2026 con una t-shirt azzurro mare, strapazzato e spettinato, come un perfetto turista inglese in vacanza in Liguria.
“Che ci fate tutti qui? Non andate al mare?”, chiede al centinaio di persone che affollano la sua masterclass. Dicevamo del suo humor. Inglese. Inglesissimo. “Quando faccio i film le storie di donne mi interessano più di quelle degli uomini. E trovo più interessanti e preferisco le storie di donne di una certa età invece di quelle di ragazze giovani”. In sala qualcuno lo guarda incredulo. La sua filmografia sta comunque lì a testimoniarlo. Cinquant’anni di carriera e davanti alla sua macchina da presa spesso star femminili colte nel pieno della loro maturità anagrafica: Judi Dench (almeno tre volte), Helen Mirren, Meryl Streep. Del resto, Stephen le audizioni nemmeno le fa. “Ero a Los Angeles e incontrati ad una festa Michelle Pfeiffer. Come potevo non innamorarmi di lei? Ho subito capito che non c’era bisogno di provini: era lei il soggetto del mio prossimo film (Le relazioni pericolose, 1988 ndr)”.
Frears è mister passo indietro: “Il pubblico è interessato alla storia e agli attori, non devo essere io al centro”. Infatti nel cinema di Frears non si trovano svolazzi stilistici, pretese formali di chissà quale sorta. Eppure l’anziano baronetto la trafila dell’infatuazione cinefila a partire da John Ford e passando dalla Nouvelle Vague europee viene snocciolata con svagata ovvia disinvoltura: “C’era un film però che a 4 anni, quando andai per la prima volta al cinema di Leicester con mia mamma, mi fece una paura bestiale: Pinocchio!”. Frears è il classico regista dal tocco leggero, quasi invisibile. “Quando vado sul set non arrivo mai con la shot list. Semplicemente quando sono lì con gli attori capisco dove mettere la macchina da presa. Mi piace vedere il materiale che prende forma e vita sul set, che fluttua come un palloncino”.
Frears divenne immediatamente celebre nel Regno Unito in pieni anni ottanta thatcheriani, ma “non parliamo di elezioni sono depresso, please”, e il riferimento è al fresco trionfo di Neil Farage, con “My Beautiful Laundrette”, diventato negli anni manifesto Lgbtq: “Non mi ero accorto che stava avvenendo la rivoluzione sessuale. Lavoravo a teatro a Londra e conoscevo molti omosessuali, ma l’impatto politico del film fu per me inatteso. Comunque un film così lo girerei subito di nuovo. Oggi la vita è così triste. No davvero, a parte gli scherzi, all’epoca si chiacchierava tantissimo, oggi è tutto così noioso”. Un oggi noioso e parecchio avaro di fondi per fare nuovi film: “Il mondo moderno fa schifo. In Inghilterra non ci sono più soldi per fare cinema. C’è per caso un milionario in sala?”.
Billy Wilder and me sarebbe pure pronto e con Christoph Waltz già prenotato per la parte principale, ma appunto mancano le sterline. Ai ragazzi in sala che stanno studiando in un’accademia per fare gli attori e che gli chiedono segreti e consigli, Frears li guarda per traverso e giocoso li fulmina: “Ragazzi, mi spiace, non sono qui per darvi lavoro”. E riferendosi a come (non) dirige le grandi star che hanno lavorato con lui: “Pigliano una quantità di soldi come nessuno al mondo si immagina e io dovrei dirgli cosa devono fare? Figuriamoci, sono adulti”.