di
Marco Imarisio

Nel (breve) discorso lancia un appello ai cittadini: «Supereremo ogni prova» In serata il messaggio conciliante: «Pronto a trattare, la guerra è vicina alla fine». E suggerisce il fido Schröder

L’esaltazione della potenza militare russa è visibile solo sul maxischermo. Nella Piazza Rossa, i monitor che trasmettono video prefabbricati sono raddoppiati di numero rispetto agli altri anni, come se ci fosse bisogno di mostrare qualcosa che date le circostanze la manifestazione dal vivo non è capace di offrire. Immagini di combattimenti nella zona dell’Operazione militare speciale, è tornato tabu chiamarla guerra, brevi reportage da unità di truppe missilistiche, dalla contraerea, dalla Marina e Aeronautica in cui un militare per Arma fa gli auguri per la festa della Vittoria. 

Poi, la parata in quanto tale, dove insieme a reparti della guarnigione di Mosca marciano anche soldati dell’esercito nordcoreano. Sfilano anche gli operatori di droni, «sistemi senza pilota» come li qualifica il presentatore. 



















































Parole e disillusione

Appena 46 minuti di cerimonia. Appena 8 minuti e 33 secondi il discorso di Vladimir Putin, compreso il minuto di raccoglimento per i caduti russi di ogni guerra. Cronometro alla mano, il più breve degli ultimi cinque anni. Il suo portavoce Dmitry Peskov aveva come al solito annunciato importanti novità, «che tutto il mondo attende, a ragione», ma questa volta non ci aveva creduto nessuno, non è sempre vero che repetita iuvant. «I militari dell’Operazione speciale si oppongono alla forza aggressiva che viene armata e sostenuta dall’intero blocco della Nato. Accanto ai soldati russi stanno operai e progettisti, ingegneri, studiosi, inventori… Il destino del Paese viene deciso dalle persone: combattenti e operai, lavoratori delle imprese agricole, artiglieri e corrispondenti di guerra, medici e insegnanti, esponenti della cultura e clero, volontari, imprenditori, filantropi. Tutti i cittadini russi!».

Mancavano solo i postini, ha scritto qualcuno su un sito indipendente. La tecnica dell’enumerazione di una lunga lista di categorie sociali, cose e oggetti, non è soltanto appannaggio di alcuni politici nostrani. Ma è anche l’unica novità del discorso di questa mattina, un appello all’unità del popolo, nel momento in cui l’apatia generale che ha avvolto gli ultimi anni sembra aver lasciato posto alla disillusione sulle sorti del conflitto in Ucraina. Gli ultimi a essere citati, imprenditori e filantropi, sono in buona sostanza oligarchi, ai quali il Cremlino sta imponendo un ulteriore contributo alle finanze di guerra, circostanza che crea malumori diffusi e instilla voci di presunti golpe e di collasso del sistema, al momento senza alcun riscontro nella realtà dei fatti. 

La retorica, i fatti

«La chiave del successo è la nostra forza morale, il nostro coraggio e il nostro valore, la nostra unità e la nostra capacità di sopportare qualsiasi cosa. Di superare qualsiasi prova! Abbiamo un obiettivo comune. Ognuno dà il proprio contributo alla Vittoria. Che viene forgiata sia sul campo di battaglia che nelle retrovie. Sono fermamente convinto che la nostra causa sia giusta! Siamo insieme! La vittoria è sempre stata e sarà sempre con noi!». Poco altro da segnalare, oltre a questo messaggio, che dimostra come Putin non abbia cambiato di un millimetro la sua visione, impermeabile allo stallo in corso sul fronte, all’innegabile peggioramento dei dati economici, i peggiori dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Vuole una vittoria, e non sembra considerare l’ipotesi di una vera tregua, che non sia l’attuale stop di tre giorni alle ostilità, avvenuto anche per grazia ricevuta da Volodymyr Zelensky.

Toni variabili

Per chi avesse dubbi sulle intenzioni future, vale d’esempio l’editoriale di Ria Novosti, la più importante agenzia di informazione statale. «In quattro anni tutto è cambiato: ora è una guerra con l’Occidente per il futuro di tutta la Russia e non solo della sua parte occidentale chiamata Ucraina. Dobbiamo costringere l’Europa a fermare gli aiuti militari e finanziari, poi l’Ucraina accetterà i nostri termini dell’accordo di pace, e poi tornerà nell’orbita della Russia: questa sarà la nostra vittoria». È una sensazione che non viene attenuata dalle dichiarazioni serali di Putin ai suoi intervistatori di fiducia. 

Il presidente russo si dice convinto del fatto che il conflitto in Ucraina «si stia avvicinando alla fine», e si dichiara «pronto a trattare» e ad accettare come negoziatore dell’Unione europea «qualsiasi leader che non abbia espresso giudizi negativi su di noi», citando poi come esempio virtuoso il nome dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, da qualche decennio a libro paga di Gazprom. «Quanto prima avverrà un ripristino dei rapporti tra Russia ed Europa, tanto meglio sarà per noi e per loro», è stata la sua conclusione. 

Il resto è contorno, una galleria di facce tirate, una nomenclatura che mostra evidenti segni di invecchiamento, se non di stanchezza. Putin è salito sul palco seguito dal fedele alleato bielorusso Aleksandr Lukashenko. Alla destra di quest’ultimo c’erano i presidenti di Kazakistan e Uzbekistan, presenze dell’ultimo minuto, ospiti non annunciati ma recuperati in extremis per evitare la miseria di un parterre più che mai irrilevante. Poi, i soliti noti, tra i quali il presunto «complottardo» Sergey Shoigu. Un 9 maggio che fino all’anno scorso era una esibizione di forza e oggi è scivolato via come una incombenza da sbrigare al più presto, come acqua sulla pietra.

10 maggio 2026