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Redazione Economia
Il metallo giallo è tornato ai massimi storici, arrivando oltre quota 4.700 dollari l’oncia. Banche centrali e fondi aumentano gli acquisti di lingotti mentre cresce la sfiducia nei Treasury Usa
Dal Covid alle guerre, dai dazi di Donald Trump alla crisi del debito americano, fino alla nuova corsa delle banche centrali ai lingotti. In quattro anni l’oro è tornato al centro della finanza globale, non più soltanto come bene rifugio ma come simbolo di un cambiamento profondo degli equilibri monetari internazionali. Il metallo giallo, dopo un periodo di appannamento e brusche discese, è tornato a correre a metà primaver, fino ad avvicinare i record storici, oltre quota 4.700 dollari l’oncia nei contratti future americani, dopo avere infranto nei mesi scorsi anche la soglia psicologica dei 5 mila dollari. Un rally che molti analisti paragonano a quello seguito allo choc petrolifero degli anni Settanta. Ma stavolta dietro la corsa non c’è solo la paura dell’inflazione: c’è soprattutto la crescente sfiducia verso le valute più forti e verso gli stessi Stati Uniti (e del loro debito, venduto sotto forma di Trasury, i titoli di Stato Usa). L’oro, che pure non paga cedole e non produce reddito, sta diventando l’assicurazione globale contro un mondo percepito come instabile.
Dalla pandemia ai dazi: quattro anni di corsa
La svolta arriva nel 2020, durante la pandemia. Le banche centrali immettono liquidità senza precedenti nei mercati attraverso il quantitative easing e gli investitori iniziano a temere un ritorno dell’inflazione. L’oro sale rapidamente, ma il vero cambio di passo arriva tra il 2022 e il 2026: guerra in Ucraina, crisi energetica, tensioni in Medio Oriente, rialzo dei tassi, debito pubblico americano fuori controllo e infine la nuova guerra commerciale innescata dai dazi di Trump. Il risultato è un progressivo indebolimento della fiducia nel dollaro come unico porto sicuro mondiale. Negli ultimi mesi il fenomeno si è accentuato, pur con qualche flessione brusca: anche quando le tensioni geopolitiche si attenuano, il prezzo dell’oro continua a salire. Segno che non si tratta più soltanto di una reazione emotiva ai conflitti ma di una riallocazione strutturale della ricchezza globale.
La nuova “Fomo” degli investitori
Il Financial Times ha definito questa fase “gold-plated Fomo”, una Fomo (Fear of missing out: ovvero la paura di perdersi qualcosa) placcata d’oro (ne abbiamo scritto qui).
Proprio la paura di restare esclusi dai guadagni del metallo prezioso spinge sempre più investitori — dai piccoli risparmiatori ai grandi fondi pensione — ad aumentare l’esposizione ai lingotti. «L’oro è diventato così appetibile che non si può ignorarlo», ha spiegato Luca Paolini, chief strategist di Pictet Asset Management.
A trainare il rally sono soprattutto gli Etf garantiti dall’oro, strumenti acquistabili in Borsa che replicano il valore del metallo fisico. Secondo il World Gold Council, nel 2025 gli afflussi netti negli Etf auriferi hanno superato i 60 miliardi di dollari, livello record. Le tonnellate custodite dai fondi sono tornate vicino ai massimi raggiunti durante la pandemia. Il fenomeno sta cambiando anche la teoria classica della gestione patrimoniale. Per decenni il modello dominante è stato il portafoglio “60/40”: 60% azioni e 40% obbligazioni. Ora alcune grandi banche d’affari, come Morgan Stanley, ipotizzano una nuova formula 60/20/20, con l’oro equiparato al reddito fisso.
Perché le banche centrali comprano oro
Ma il vero motore del rialzo è un altro: le banche centrali. Da circa cinque anni gli istituti monetari, soprattutto nei Paesi emergenti, acquistano mediamente mille tonnellate d’oro all’anno. Cina, India, Turchia, Russia e molte economie del Golfo stanno riducendo l’esposizione ai titoli in dollari e aumentano le riserve auree. È il fenomeno della de-dollarizzazione: il tentativo di ridurre la dipendenza dal biglietto verde nel commercio internazionale e nelle riserve monetarie. Secondo un recente rapporto della Bce, la quota del dollaro nelle riserve mondiali continua lentamente a diminuire. Ma non cresce neppure l’euro. L’unico vero vincitore è l’oro, che ha ormai superato la moneta unica europea come seconda riserva globale detenuta dalle banche centrali. Il messaggio implicito è chiaro: gli Stati si fidano meno delle valute emesse dai governi e tornano a rifugiarsi in un asset che non dipende da nessuna banca centrale e da nessun sistema politico.
Il problema americano: debito e Federal Reserve
Dietro il boom dell’oro c’è anche la crisi di credibilità degli Stati Uniti.
Washington ha oggi un rapporto debito/Pil superiore al 120% ed è costretta a emettere enormi quantità di Treasury per finanziare la spesa pubblica. In passato i titoli americani erano considerati il bene rifugio per eccellenza. Oggi non più allo stesso modo. Durante le recenti tensioni tra Israele e Iran, per esempio, il dollaro e i Treasury hanno reagito molto meno del previsto come strumenti difensivi. Gli investitori hanno preferito comprare oro. Pesano anche le continue pressioni politiche di Trump sulla Federal Reserve affinché tagli i tassi. Il timore dei mercati è che la banca centrale americana perda progressivamente indipendenza e che gli Stati Uniti possano utilizzare l’inflazione come strumento implicito per svalutare il debito. In questo scenario l’oro diventa la copertura contro la perdita di valore della moneta americana.
L’Italia e il tesoro custodito negli Stati Uniti
La nuova centralità dell’oro ha riaperto anche un vecchio dibattito europeo: dove custodire le riserve nazionali. L’Italia possiede 2.452 tonnellate d’oro, la terza riserva al mondo dopo Stati Uniti e Germania. Ai prezzi attuali valgono circa 250 miliardi di euro (ne abbiamo scritto qui). Ma quasi metà dei lingotti italiani non si trova in Italia. Una parte consistente è custodita nei caveau della Federal Reserve americana, eredità degli equilibri geopolitici del dopoguerra e della fiducia assoluta che per decenni l’Europa ha riposto negli Stati Uniti. Oggi quella fiducia appare meno scontata. In Germania il dibattito sul rimpatrio dell’oro è aperto da anni. La Bundesbank ha già riportato in patria centinaia di tonnellate conservate all’estero. Anche in Italia il tema riaffiora periodicamente. Nel 2019 Giorgia Meloni, allora all’opposizione, chiedeva apertamente di «riportare l’oro italiano a casa». Adesso però il tema è diventato molto più delicato, perché riguarda direttamente il rapporto politico tra Europa e Stati Uniti. Riportare i lingotti in Italia avrebbe soprattutto un valore simbolico: significherebbe rivendicare sovranità monetaria in un’epoca in cui il sistema finanziario globale appare sempre meno stabile e sempre meno centrato sul dollaro.
Un mondo senza ancora
L’ascesa dell’oro racconta in fondo questo: il mondo non ha più un punto fermo. L’euro resta incompleto perché privo di un vero debito federale comune. La Cina non offre ancora sufficienti garanzie istituzionali. Gli Stati Uniti continuano a dominare il sistema ma con un debito enorme e una crescente polarizzazione politica. Così governi, banche centrali e investitori tornano all’asset più antico della storia finanziaria. Un lingotto non paga interessi, non distribuisce dividendi e non produce ricchezza. Ma in tempi di sfiducia globale basta questo per renderlo prezioso.
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10 maggio 2026 ( modifica il 10 maggio 2026 | 14:18)
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