Oslo, 10 maggio 2026 – Presa spesso ad esempio come nazione ‘green’, orientata alla transizione energetica, la Norvegia ha comunque le sue contraddizioni: il governo ha infatti deciso di raddoppiare gli investimenti nel settore dei combustibili fossili. Una scelta dettata dalla crisi energetica globale che pone il paese scandinavo al centro di un complesso equilibrio tra la necessità di garantire la sicurezza dell’Europa e l’urgenza di rispettare gli impegni climatici.

Gli investimenti nella produzione fossile offshore

In un momento storico dominato dall’incertezza, Oslo ha dunque scelto di non arretrare sulle fonti fossili. Anzi. Il ministro dell’Energia, Terje Aasland, è stato categorico nell’affermare la strategia nazionale: “Svilupperemo, non smantelleremo, l’attività sulla nostra piattaforma continentale”. Questa dichiarazione, come riportato dal Guardian, segna una linea di demarcazione netta rispetto alle pressioni degli ambientalisti. Il governo ha infatti annunciato la riapertura di tre importanti giacimenti di gas al largo delle coste meridionali entro la fine del 2028, Albuskjell, Vest Ekofisk, Tommeliten Gamma, nel Mare del Nord. Si tratta di siti rimasti inattivi per quasi tre decenni, la cui riattivazione è considerata oggi fondamentale per colmare il vuoto lasciato dai tagli alle forniture russe a seguito del conflitto in Ucraina e dalle instabilità in Medio Oriente.

Aasland ha sottolineato che la Norvegia avverte la “responsabilità” di rispondere alle carenze di approvvigionamento che minacciano la stabilità dell’intero continente. Per Oslo, la sicurezza energetica europea è diventata una priorità che non può essere ignorata, anche se questo significa espandere la produzione offshore in un’epoca di transizione ecologica.

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Il settore degli idrocarburi trainante nell’export

Il settore degli idrocarburi rimane il motore trainante dell’economia norvegese: lo scorso anno le esportazioni di petrolio e gas hanno generato circa 180 miliardi di dollari, rappresentando il 75% del valore totale dell’export nazionale. Questa enorme disponibilità è, paradossalmente, ciò che permette al Paese di finanziare la sua transizione interna, creando un dualismo unico al mondo: un’economia che si pulisce all’interno grazie ai proventi di ciò che esporta all’esterno.

Le accuse di ‘greenwashing’

L’impegno nella produzione di carburanti si scontra però con le critiche interne. “Questo dimostra che il governo sta ancora una volta ignorando palesemente i pareri ambientali dei propri esperti – tuona Lars Haltbrekken, vice leader e portavoce per l’ambiente della Sinistra socialista –  Tutto il parlare di estrazione petrolifera responsabile non è altro che una farsa. È puro greenwashing, con aree naturali vulnerabili e importanti messe a rischio con piena consapevolezza”. 

La sfida per la Norvegia è dimostrare che lo sviluppo sulla piattaforma continentale può coesistere con gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi, una posizione che richiede un equilibrismo politico e industriale senza precedenti, dove la necessità di “sicurezza per l’Europa” giustifica il mantenimento di infrastrutture che molti vorrebbero vedere smantellate.

Il successo dell’auto elettrica 

In questo scenario di grande realismo geopolitico, il successo del modello domestico norvegese funge da contrappeso simbolico. L’esperienza delle auto elettriche dimostra infatti che, sul fronte dei consumi interni, i benefici sono tangibili e privi delle conseguenze disastrose previste dai critici. L’anno scorso l’80% delle nuove macchine vendute era a batteria, un dato che pone il paese all’avanguardia mondiale. L’aria di Oslo è decisamente più pulita e le emissioni della città sono diminuite del 30% rispetto al 2009, senza causare crolli della rete elettrica o picchi di disoccupazione. Sebbene restino problemi come l’usura dell’asfalto dovuta al peso dei veicoli o la difficoltà di ricarica per chi non ha un garage, la Norvegia punta a terminare la vendita di motori termici entro il 2025, confermando che, almeno tra i propri confini, il domani è già oggi.