di
Danilo Taino

Il 14 maggio è convocata l’assemblea della società nella quale si deciderà la formazione del prossimo consiglio di amministrazione. L’ipotesi golden power

Un’idea che circola parecchio: date le tensioni transatlantiche del momento, fare affari con gli americani è più difficile, quindi «faremo business con i cinesi». Buona fortuna. Non c’è solo il famoso caso Pirelli-Sinochem ad avvertire dei probabili guai che si incontrano ad avere come azionista forte un’impresa legata al governo di Pechino. In questi giorni, si combatte una battaglia simile per il controllo della Ferretti, gruppo che produce yacht di lusso con i marchi Riva, Custom Line, Pershing.

L’assemblea

Per il 14 maggio è convocata l’assemblea della società italiana nella quale si deciderà la formazione del prossimo consiglio di amministrazione: sarà probabilmente uno scontro all’ultimo voto tra la proposta di Weichai, conglomerata di Stato cinese che detiene circa il 39% del capitale Ferretti, e la proposta del secondo azionista, il gruppo Kkcg del miliardario ceco Karel Komárek, il quale possiede il 23% ed è appoggiato da altri azionisti rilevanti. Non è affatto un semplice scontro di potere e di personalità: Weichai è accusata da Kkcg e da buona parte del management di impedire la crescita attraverso acquisizioni della società italiana; di volere anzi liberarsi della sua divisione Security & Defence che produce mezzi per forze di polizia, guardie costiere, marine militari; di essersi opposta a un buyback di azioni che era necessario.



















































Weichai in Cina

Al fondo, c’è anche il sospetto che Weichai intenda trasferire in Cina sempre più tecnologia della Ferretti, in particolare sensori, sistemi di comunicazione anche satellitari, reti di bordo, mappature delle rotte e altro: tecnologie ormai essenziali nella costruzione di yacht e navi e che possono avere un dual use, essere cioè utilizzati per produzioni civili ma anche militari. Top manager di Weichai hanno sostenuto l’opportunità di trasferire tecnologia Ferretti in due centri di equipaggiamento marino nella provincia di Shandong che producono anche per le forze dell’ordine cinesi.

Il golden power

Vista la situazione, il governo potrebbe dovere prendere in considerazione qualche forma di golden power, il meccanismo che gli consente di vietare o di imporre restrizioni a un investitore estero in una società italiana considerata almeno in parte di rilievo strategico. Weichai si è guardata bene dal superare la quota azionaria che renderebbe automatica la valutazione del rischio ma, ciò nonostante, ha nominato tutti i nove consiglieri attuali (sei cinesi e tre no) e per l’assemblea del 14 maggio ha presentato una lista che ne conferma il controllo di fatto, sceglie un nuovo presidente e prevede l’uscita del ceo Alberto Galassi da sostituire con l’ex numero uno Duracell (batterie) Stassi Anastassov.

Gli azionisti

La conglomerata con sede a Weifang (Shandong) è entrata nell’azionariato Ferretti nel 2012, quando l’azienda italiana era in gravi difficoltà. Secondo il management e gli azionisti non cinesi, da un paio d’anni, però, limita l’espansione del gruppo e privilegia azioni di rafforzamento del proprio controllo societario a scapito della crescita. Nello scontro assembleare in arrivo, i cinesi intendono rafforzare la presa. Kkcg propone invece di mantenere Galassi come ceo, di nominare presidente Karel Komárek e di eleggere consiglieri figure come Piero Ferrari, Stefano Domenicali (ceo di Formula One Group) e il kuwaitiano Bader al-Kharafi.

Spinta espansionista

L’assemblea sarà insomma una sfida aperta dalle conclusioni non scontate, anche perché il gruppo di consulenza agli azionisti Institutional Shareholder Services ha consigliato di appoggiare la lista di Kkcg. Quando le aziende di Stato cinesi arrivano, in Italia come ovunque, non è mai business as usual. Dietro, c’è la spinta espansionista del governo di Pechino: prima o poi, il problema si pone.

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10 maggio 2026 ( modifica il 10 maggio 2026 | 15:02)